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 2020  marzo 28 Sabato calendario


La vita dopo i balconi  

Sui balconi del mio quartiere non si canta più. Dietro le tapparelle abbassate intravedo i lampi azzurrognoli dei televisori. Anche gli applausi sono scomparsi. Da qualche finestra imprecisata echeggia l’urlo di un recluso che ha esaurito le scorte di autocontrollo, ma resta senza risposta. L’euforia da spavento ha ceduto il passo alla depressione. Gli adulti cercano di aggrapparsi a ciò che conoscono. Chi già prima leggeva, legge. Chi faceva ginnastica, continua a farla. Ma pochi hanno la forza di imparare adesso un’abitudine nuova. I bambini, di cui nessun decreto si occupa, hanno smesso di fare domande e vagano nei loro mondi. A casa nostra Diego, sette anni, si è inventato un virus supereroico che uccide tutti gli altri virus. Lo ha chiamato Tax, chissà perché. 
Il contagio, che era la novità, è diventato la vita. Cominciano a suonare fastidiosi i termini roboanti con cui tanti si ostinano a definirlo: epocale, apocalittico, biblico. Come se la realtà avesse bisogno di effetti speciali. Siamo abituati a provare emozioni e riusciamo a sopportarne anche di violente, a patto che rimangano brevi. Ma questa dura da troppo, ormai, e non ha date di scadenza né esiti chiari. La prima fase dell’esperimento sociale può dirsi conclusa. Siamo precipitati nella seconda, eppure l’unica che conta è la prossima. Disperazione o riscossa. Ci viene in soccorso lo Shakespeare della Tempesta: «Il passato è il prologo, il futuro è nelle vostre mani». Purché disinfettate con amuchina.