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 2020  marzo 28 Sabato calendario


A proposito de “La peste” di Camus

Dopo Tucidide e Manzoni, fu Albert Camus a descrivere nei dettagli una pestilenza. Camus era nato nel 1913 in Algeria, e sin da giovane aveva aderito a una filosofia cupa e negativa, probabilmente nutrita dalla tubercolosi che lo stava minando. La guerra di Spagna ne spronò le energie rivoluzionarie in direzione marxista-anarchica, ma anche queste si spensero davanti a più profonde riflessioni sulla vita e le sue assurdità. Nel 1938 scrisse le prime note del romanzo La Peste, che dopo varie correzioni, riflettenti la sua evoluzione ideologica, fu pubblicato nel 1947. 
La trama era consueta. Nella città di Orano, sulla costa nordafricana, in aprile cominciano a morire centinaia di topi. La Prefettura sospetta il peggio, ma tergiversa e indugia finché la gente comincia a morire con i lividi bubboni. Le porte della città vengono chiuse, ed è dichiarato lo stato di calamità. Tra maggio e giugno il contagio si diffonde, i cittadini vengono segregati nelle case, le restrizioni aumentano, e così pure gli ammalati; in agosto la peste ha tout couvert, vengono introdotti il coprifuoco e la cremazione dei defunti, senza il conforto della presenza dei parenti. È la souffrance des separés. Tra settembre e dicembre il morbo attacca i polmoni, ma la forma bubbonica comincia a regredire. Finché all’alba d’une belle matinée de Février Orano è liberata, e la speranza rinasce. Nel frattempo, la grande falciatrice ha colpito imperturbabilmente ricchi e poveri, giovani e vecchi, medici coraggiosi e codardi imboscati. Le conclusioni le trae il dottor Rieux, che si è dedicato integralmente alla cura dei malati e sopravvive quasi per miracolo, ma sono ovviamente quelle di Camus: un pessimismo temperato dalla ribellione e dalla volontà di riscatto, che alla fine debellano la malattia. 
L’OBLIO
Il pessimismo di Camus derivava dalla sua concezione della vita, fugace e destinata a concludersi nel nulla e nell’oblio. Forse pensando a Pascal, che paragonava l’umanità a una fila di condannati in attesa dell’ esecuzione, Camus vedeva tutti noi come dei morti en surcis, in libertà provvisoria. Fu con questa ragionato sconforto che nel dicembre del 38 elaborò l’idea del romanzo. Ma nel 1939 scoppiò la guerra e nel 40 Parigi fu invasa dalle truppe naziste. L’evento convertì la sua riflessività inerte in una rivolta etica e letteraria. Come il nazismo, la peste era un affare collettivo che obbligava a scegliere: adeguarsi e tacere, o resistere e battersi, contro l’epidemia come contro la tirannide. Così il dottor Rieux diventò il modello di un impegno per debellare la peste, e Camus entrò nella Resistenza. Aderì a Combat, l’organizzazione creata da Henry Frenay, una straordinaria figura di ufficiale che successivamente sarebbe diventato uno dei padri dell’Unità Europea. Incidentalmente va detto che Combat era di ispirazione conservatrice: Camus aveva già iniziato a nutrire dubbi sull’ideologia comunista. Ma torniamo alla peste. 
Mentre Tucidide ne aveva descritto le caratteristiche con il distacco di un cronista sanitario, Camus, nella Parigi occupata, la vede nella prospettiva politica e sociale: l’inefficienza dell’Autorità nel gestire l’emergenza; la stampa reticente e menzognera; il razionamento dei viveri; il fiorire del mercato nero; i forni crematori; e infine la paura, la diffidenza e l’aggressività di una popolazione annichilita. 

L’AUTORITARISMO
Quando il romanzo uscì, nel 1947, tutti capirono che la peste non rappresentava solo il nazismo, ormai sconfitto, ma tutte le forme di soppressione della vita e della libertà di ogni autoritarismo, compreso quello stalinista. Il che gli costò l’amicizia con Sartre e l’ostilità della gauche internazionale. Ma dieci anni dopo la sua opera fu coronata dal premio Nobel per la Letteratura.
In realtà il succo del romanzo va ben oltre la pur ferma denuncia delle odiose prevaricazioni umane. È l’equivalenza profonda dei punti di vista individuali davanti al medesimo assurdo: l’assurdo non solo dell’epidemia e della guerra, ma della stessa vita e della morte. Questa insensatezza della nostra esistenza non era una novità, trovando radici persino nella Bibbia, dove l’Ecclesiaste ci ammonisce, con aristocratico distacco, sulla vanità delle vanità di quanto accade sotto il sole. 

LE GIOIE
Un concetto ripreso da Goethe nel primo Faust, dove il protagonista si confronta addirittura con Mefistofele, e dal nostro Leopardi, con la sua invocazione al virgineo seno della morte come estremo rifugio alla nostra infelicità. E le soluzioni prospettate erano state diverse. Cohelet ci invitava a goderci le piccole gioie quotidiane come analgesico balsamo all’inconsistenza delle nostre aspirazioni; Goethe individuò nell’operosità costruttiva il tonico verso un più solare procedere della Storia; e Leopardi, davanti alla dignitosa fragilità della ginestra, volle autoconvincersi che un generoso impulso fraterno potesse affrancarci dalla imperturbabile indifferenza della Natura. 
Camus, quando iniziò a scrivere il romanzo, aveva perso fede e speranza, ed era scettico sulla carità. Ma anche lui, davanti alla tragedia dell’epidemia e della guerra, allargò i suoi orizzonti, e ritenne indegno raccogliersi in un solipsismo autofagico.

LA PARTECIPAZIONE
Così il romanzo ci invita al riconoscimento di una comunità di cui è necessario condividere i lutti, nel senso della solidarietà e della partecipazione. Il dottor Rieux non cambia la sua visione negativa. Sa che il destino dell’uomo è una morte eterna, e che anche la guarigione dalla malattia non è che un rinvio dell’esecuzione finale. Anche qui ritorna Pascal con uno dei suoi pensieri più cupi: Per quanto bella sia la nostra commedia il finale è sempre triste: un po’ di terra sulla testa e addio per sempre. Ma mentre il devoto giansenista aveva suggerito di scommettere in Dio, il dottor Rieux proclama una fede ad altezza d’uomo perché ci sono negli uomini più cose da ammirare che cose da disprezzare. Per questo decide di battersi fino al limite delle forze per vincere l’epidemia, come avrebbe fatto Camus militando nella Resistenza e come stanno facendo ora i nostri sanitari, a rischio della vita, curando i nostri ammalati. Perché questo è il messaggio finale di un romanzo apparentemente disperato: mai arrendersi, né alla cattiveria dell’uomo né all’occasionale ostilità della Natura. 
Ed è consolante che, in questi momenti così drammatici, il nostro popolo stia dando, a differenza di altri più alteri e sussiegosi, un esempio di disciplina e di buona volontà che per alcuni diventa persino eroismo. Rimangono purtroppo, e non solo in Italia, delle allarmanti manifestazioni di stupidità: ma contro questo flagello, come diceva Schiller, anche gli dei lottano invano.