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 2020  marzo 26 Giovedì calendario


Intervista a Franco Cordelli

Chissà se è davvero un buon momento per scrivere, e soprattutto per leggere, come ci ripetono tutti chiamando a testimoni Boccaccio, De Maistre, Manzoni, Camus, Saramago (ma Il Decameron venne iniziato un anno dopo la fine della peste di Firenze). Lo abbiamo chiesto a Franco Cordelli, scrittore e critico senza soluzione di continuità (i suoi romanzi sembrano critiche all’idea platonica di romanzo, ma nei suoi saggi batte un cuore romanzesco). Anche lui non ha certezze, “il tempo lo abbiamo, ma l’occasionalità della lettura è tutta da dimostrare”, però è pronto a dare il buon esempio. “I classici che non abbiamo mai avuto il tempo di aprire li darei per scontati. Ogni lettore abituale ha i suoi alleati. Poi ci sono i percorsi di lettura in cui si incappa più o meno consapevolmente. In questi giorni ne sto seguendo uno che mi permetto di suggerire”.
Da dove parte questo percorso?
Da Trieste, in particolare dalla scoperta dalla scrittrice croata Daša Drndic. In Italia sono stati tradotti tre libri, i due racconti raccolti nel piccolo volume Il doppio (Oltre Edizioni), e i romanzi Trieste (Bompiani) e Leica Format (La Nave di Teseo).
Di cosa scrive la Drndic?
Dell’Europa. Dell’orrore della storia recente d’Europa. Non è la prima, ma lo fa con una violenza inaudita, sia per lo sguardo impavido, sia per la forma a dir poco eccentrica. Nessuna continuità narrativa dei capitoli, e nemmeno grafica. Una destrutturazione esplicita della forma romanzo, se di questa possiamo parlare. Nelle pagine di Trieste e di Leica Format non c’è probabilmente una cosa che non sia vera, ma per definirli non posso usare altro che la parola “romanzo”.
Noto qualche assonanza con un altro grande autore di fine secolo, W.G. Sebald.
Daša Drndic conosce Sebald, e lo cita. Ma in Sebald c’è qualcosa di più accessibile. Lei ha una crudezza, e una potenza della sessualità che solo una donna può riuscire ad avere.
È stata la Drndic a traghettarla verso la letteratura triestina?
Sì. Anche in questo caso darei per scontati Svevo e Quarantotti Gambini. Ho sentito il bisogno di riprendere due autori amati in gioventù. Il primo a tornarmi in mente è stato Renzo Rosso, che avevo letto mezzo secolo fa. L’altro è il quasi sconosciuto Franco Vegliani.
Rileggere è sempre un azzardo. A volte troviamo conferma di vecchi amori letterari, altre volte ci sembrano irriconoscibili.
Qui la conferma c’è stata. I due primi libri di Rosso, L’adescamento e La dura spina, sono due piccoli capolavori nati all’ombra della tradizione di Saba. Quanto a Vegliani, ha pubblicato solo tre romanzi, che però sono di una formidabile intensità morale. È quasi incredibile che il suo autore sia così poco riconosciuto.
Questi autori hanno una contiguità temporale oltre che geografica. Se le dessi del nostalgico della letteratura italiana anteriore agli anni 80, lei mi smentirebbe?
No, la lascerei sospettare. A questi nomi voglio però aggiungere un’altra grande autrice, Fausta Cialente, in particolare per l’ultimo romanzo, Le quattro ragazze Wieselbeger, in cui rievoca la storia della sua famiglia.
Ancora Trieste. L’itinerario finisce qui?
Torna anche nel libro italiano più bello dell’anno passato, L’Italia di Dante di Giulio Ferroni (La Nave di Teseo). Dovessi dare un unico consiglio, direi andate e compratelo, perfino attraverso gli schiavisti di Amazon.
A cui però in questi giorni dobbiamo essere grati.
Sì, ma ciò non toglie che siano degli schiavisti. Chiunque abbia visto l’ultimo film di Ken Loach sa di cosa sto parlando.
Diciamo sempre che Dante ha inventato l’italiano. Ma forse ha inventato anche l’Italia.
Certo. Ferroni esplora i luoghi nominati nella Divina Commedia, e intanto riepiloga tanti fatti della sua vita. Un libro commovente per come lui, da storico della letteratura, diventa uno scrittore facendo la spola tra presente e passato.
E Trieste?
Sta nel nono canto dell’Inferno. Sì come ad Arli ove Rodano stagna/ sì com’a Pola, presso del Carnaro/ Italia chiude e i suoi termini bagna… Ferroni parte da questa terzina per parlare del punto più a oriente toccato da Dante. Ne nasce una minuta, meravigliosa descrizione di Trieste e della sua aura, fino all’Istria.
Alla fine del percorso si è chiesto perché questa voglia di restare a Trieste? Davvero solo casualità?
Forse perché Trieste non è solo una città, è un mondo a sé. E poi è un avamposto, un groviglio di confini. Uno dei libri di Vegliani si chiama La frontiera. La frontiera tra verità e non verità, ma anche tra ciò che è Italia e ciò che Italia non è.