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 2020  marzo 26 Giovedì calendario


Le ragazze italiane del rap

È la carica delle ragazze del rap. In prima fila c’è Anna, spezzina, 16 anni: da tre settimane guida la classifica dei singoli con Bando, elettro- rap cadenzato in cui mette in fila parole come fossero lame: “Giuro che sei un bambino, non sei 2000 / Vorrei avessi la fame, la mia, per capire le cose / Divido le acque, Mosè / Vi vedo un po’ mosse, situazioni e cose / Dico cose e le faccio, no, non parlo e basta / Tu non hai stoffa, meglio se smetti col rap / Oppure i talent, giuro, fanno per te”. Un giorno Anna è inciampata in un beat su YouTube, ha cominciato a infilarci sopra rime, funzionava. Ha messo insieme 300 euro e quel beat l’ha comprato, poi con la complicità di un amico l’ha caricato su Spotify: la giostra ha cominciato a girare.
La seconda la incontriamo mille chilometri più a sud, a Matera, si chiama Nahaze, vero nome Nathalie Hazel Intelligente, 18 anni, mamma britannica, papà lucano. Canta in inglese, frequenta il Classico ma il primo diploma l’ha preso in strada con la crew, a forza di rap. Poi la svolta: scrive il pezzo melodico Carillon, lo carica su Spotify, a Matera la sostengono, i numeri schizzano in alto. L’ascolta Achille Lauro, le propone un duetto e il contratto discografico. Diventa un caso, il video fa 3 milioni e mezzo di clic.
Per incontrare la terza ragazza torniamo al Nord, a Vicenza. Francesca Galeno, 18 anni, si fa chiamare Madame: s’è cominciato a parlare di lei due anni fa, per un pezzo intitolato Anna sostenuto da un ritmo cadenzato e da una scrittura poetica eppure incredibilmente diretta. Ma è con Sciccherie che il pubblico si accorge di lei, oltre 7 milioni di visualizzazioni su YouTube nonostante Madame scherzi con le parole, mastichi la pronuncia impastandola con il senso, la melodia e sorprendenti mielismi. In 17 (gli anni che aveva quando l’ha scritta) canta una sorta di manifesto contro i luoghi comuni sulle donne nel rap: «Ma serve liberarsi dalle gonne / perché la musica rap piaccia agli uomini / non basta la voce, la penna, lo stile (...) Fai quel cazzo che ti pare, lady / tanto questa Italia, lady / vede le ragazze come bambole gonfiabili”.
Si fanno largo in un mondo, quello del rap, finora dominato dagli uomini, anche in Italia. Non solo si è abbassata l’età delle artiste, è aumentata esponenzialmente la loro visibilità. Basta un solo pezzo e schizzano alte in classifica. Il loro linguaggio è nuovo, internazionale. Anna è ben felice di essere da tre settimane al primo posto in classifica con la sua Bando : «Sto scrivendo tanta musica, faccio basi, l’idea è mettere insieme un po’ di canzoni» dice al telefono da casa, reclusa come tutti. «È la mia musica, non mi uniformo con nessuno, cerco di fare le cose come dico io». Qualcuno ha scritto che è stata aiutata dal padre, «dicono anche che sia stata raccomandata ma nella musica non si può, conta la musica e io ero settima in classifica ancora prima di firmare con la mia etichetta. Mio padre c’entra solo perché da bambina sentivo l’hip hop dai suoi dischi». Modelli? «Nessuna italiana, da piccola guardavo Nicki Minaj, sono una sua fan, il suo mondo molto femminile mi ha aiutato, si è fatta strada tra i maschi». Ora Anna la vogliono all’estero, è presente in decine di playlist.
«Scrivevo testi già sui banchi delle medie» racconta Nahaze, «ho studiato chitarra e canto, poi ho cominciato a scrivere ma non avevo intenzione di cantare, volevo fare solo rap insieme alla crew dei miei amici. A cantare ho cominciato tardi, il ritornello di Carillon è del 2018». Un beat nato per caso, il video su YouTube con i pezzi rap stavolta arriva a 20 mila clic, quasi tutti grazie al passaparola di Matera: «Ci avevamo lavorato bene, erano usciti articoli sui giornali locali, la spingevamo grazie a un amico che organizza eventi». Ora Carillon è stata rieditata, Nahaze canta con Achille Lauro. Tra i suoi idoli Eminem, Fibra, Marracash, nessuna rapper italiana, anche per lei Nicki Minaj: «Ha un flow diverso, si distingue, non ha mai avuto paura delle critiche: una rapper in minigonna non va bene? Lei lo fa. Io ero l’unica femmina in un gruppo di rapper maschi. Ora abbiamo Beba nel Machete Mixtape, la nuova generazione delle sedicenni ha Madame. Forse quando avevo sedici anni io c’erano, ma non si vedevano».
La dj La Pina negli anni Novanta è stata una pioniera del rap: «Per me non esiste il rap al femminile ma solo quello fatto bene e quello fatto male. Forse le rapper sono state meno negli anni perché con altri interessi: la donna è multitasking, meno focalizzata degli uomini, e per fare rap devi esserlo davvero tanto. Detto questo, la donna fa più difficoltà dell’uomo sempre, in tutte le arti, ma non eravamo in poche, oltre me c’erano Sab Sista, Carrie D, Irene Lamedica. Eravamo in un microcosmo e non si andava in classifica, forse per questo c’erano meno condizionamenti».