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 2020  marzo 26 Giovedì calendario


I coralli della Barriera non sono più rossi

La sua «miriade di colori brillanti sotto acque azzurrine», segno di una «biodiversità senza pari sul pianeta», è tra le principali motivazioni con cui la Grande Barriera Corallina australiana, 2.300 chilometri di coralli multicolori, atolli e isole al largo delle coste del Queensland, è iscritta in quota «meraviglie naturali» nell’elenco Unesco dei beni patrimonio dell’umanità. Eppure sta subendo in questo periodo un nuovo sbiancamento generale dei coralli, il terzo negli ultimi cinque anni: una missione congiunta di studiosi dell’agenzia governativa australiana che si occupa della Barriera, la Great Barrier Reef Marine Park Authority, e di biologi marini della James Cook University del Queensland, la sta sorvolando per monitorare il fenomeno, che è definito – siamo al settimo giorno di una missione di 9 – «molto grave e più esteso che mai», nonché quasi irreversibile. 
La colpa è del riscaldamento globale: da anni gli scienziati avvertono che superare di un grado e mezzo Celsius la temperatura globale dai tempi della Rivoluzione Industriale sarebbe esiziale (fra l’altro) per i coralli della Barriera, e oggi la temperatura dell’acqua è già di un grado più alta, e i coralli «stingono». Il riscaldamento delle acque oceaniche nuoce alle zooxantelle, microalghe che vivono in simbiosi con i coralli, dando loro nutrimento e colore. Risultato, coralli biancastri e malati. Non è un tema estetico: se le zooxantelle, che soffrono temperature sopra i 30° C, muoiono, i coralli che resistono bene fino a 34°C dovranno adattarsi; o morire, privando il mondo del suo più grande organismo vivente, la Barriera Corallina, sistema interconnesso di 2.900 barriere. 
Il processo replica quanto accaduto già nel 2016 e nel 2017, e che aveva fatto gridare gli scienziati di tutto il mondo al pericolo estinzione. Gli osservatori hanno monitorato finora circa 650 barriere (la missione si fermerà a 1.000) decretando che «questo sbiancamento è almeno comparabile a quello del 2017, quando il 22% dei coralli della Barriera morì». A dirlo è il professor Terry Hughes, luminare della conservazione della Barriera, che posta su Twitter (@profterryhughes), man mano, i risultati della missione. Sconfortanti: sulla mappa aggiornata di ora in ora sono indicate in rosso – ironicamente indica le barriere irreversibilmente stinte, mentre il verde indica quelle salve – molte più barriere di solo pochi mesi fa; non tutti i coralli sbiancati muoiono, spiega, ma succede comunque alla maggior parte, e ci sono aree dove l’80% dei coralli ha già perso il colore. 
E con esso rischia concretamente di perdere lo status di «meraviglia Unesco»: il governo australiano ha lanciato appelli all’agenzia Onu perché non la depenni o la derubrichi a «sito a rischio» (anche perché l’indotto turistico della sola barriera è di circa 3 miliardi di dollari l’anno). Per ora non resta che farne un tour digitale: Google Maps l’ha inserita nei luoghi filmati e mappati anche sott’acqua, e basta accendere il computer per vederne, intatti, i meravigliosi colori. Forse in futuro resterà l’unico modo.