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 2020  marzo 26 Giovedì calendario


L’epistolario inedito di Charles Bukowski

Prima confessione: «Non sono neppure un vero artista – sappi che sono una sorta di impostore – della specie che scrive dai visceri del disgusto, quasi sempre», lo scrive nel dicembre 1954 a Caresse Crosby, editrice, attivista e Signora dell’«arte erotica femminile».
Seconda confessione: «Sono un uomo pericoloso quando sono lasciato libero alla macchina per scrivere» (che sarebbe un bel titolo per un libro...), e la frase è in una lettera indirizzata nel 1960 a W.L. Garner e Lloyd Alpaugh, editori di una piccola rivista letteraria.
Terza confessione: «Quando tutto funziona a meraviglia non è perché tu hai scelto di scrivere ma perché la scrittura ha scelto te. È quando impazzisci per scrivere, è quando ti riempie le orecchie, le narici, e te la ritrovi sotto le unghie. È quando non c’è speranza se non la scrittura», e il destinatario della lettera, datata l’antivigilia di Natale del 1990, è William Packard, poeta, drammaturgo e fondatore del New York Quarterly.
E si potrebbe andare avanti parecchio, confessione dopo confessione, spulciando fra la sterminata corrispondenza di Charles «Hank» Bukowski (Andernach, 1920 – Los Angeles, 1994), oltre duemila pagine – a volte scarabocchiate con schizzi e disegni – fra le quali l’editor Abel Debritto ha selezionato un gruppo di testi, fino ad allora inediti, pubblicandoli nel libro On Writing, uscito qualche anno fa negli Stati Uniti e ora, nel centenario della nascita dello scrittore americano, in Italia: Charles Bukowski, Sulla scrittura (Guanda).
In realtà, a dispetto del titolo, non si tratta di una manuale di scrittura o di consigli su come scrivere, tipo – chessò – il celebre On Writing di Stephen King. E in effetti il titolo giusto – grammaticalmente scorretto però – sarebbe «In» Writing, perché la scelta delle lettere prova a entrare dentro la scrittura di Bukowski, a farci capire cosa significasse per lui mettersi alla macchina per scrivere, cosa provasse a picchiare sui tasti, bevendo e fumando, per tirarci fuori un racconto o una poesia che se andava bene finivano su una rivista, magari neppure così famosa, se no Amen, si ritentava infilando un altro foglio bianco nel rullo... «Non riesco a capire nessuno scrittore che smette di scrivere. È come se ti strappassi il cuore dal petto per scaricarlo nel cesso con gli stronzi. Scriverò fino al mio ultimo dannato respiro, fregandomene se qualcuno pensa che sia bello o brutto. La fine come il principio. Era scritto che fosse così. È semplice e profondo. Adesso la smetto di scrivere di questo, così posso scrivere di altro», confessa in una lettera del 12 luglio 1991 a John Martin, il leggendario editore che fondò la Black Sparrow Press soltanto per pubblicare i racconti del poeta-postino che gli capitava di leggere sulle riviste underground di cui era ghiotto.
Comunque, Sulla scrittura è imperdibile, anche per i non bukowskiani. Raccoglie lettere del vecchio «Hank» a editori, redattori e direttori delle centinaia di riviste a cui mandava racconti e poesie, e a molti colleghi scrittori (Henry Miller, Lawrence Ferlinghetti, Whit Burnett e il suo eroe letterario John Fante sono solo alcuni dei destinatari, ma a un certo punto appare anche una lettera del 1969 a Paloma Picasso, la quale rifiutò la pubblicazione sulla sua rivista di alcune poesie che Bukowski le aveva mandato), ma non solo. Oltre all’epistolario c’è una colorita quarta di copertina scritta di suo pugno per il volume Storie di ordinaria follia, un’introduzione inedita per il suo primo libro tradotto in olandese, e una parodia (incompiuta) sulle riviste letterarie intitolata La rivista della carta igienica... Il tutto sparso in un arco cronologico che va dalla fine della Seconda guerra mondiale, quando Bukowski era un signor nessuno, al 1993, l’anno prima della morte, quando era ormai celebre oltre ogni immaginazione.
La verità è che Charles Bukowski scrisse per più di cinquant’anni, tutti i giorni, di tutto («Forse scrivo troppo. Ma per me non sarà mai troppo. Sono proprio fissato», da una lettera a John Martin del ’91), e sempre rimanendo uguale a se stesso. Scriveva perché si divertiva a farlo, scriveva perché non poteva farne a meno, e scriveva per non restare solo. «Ogni passo che compio è un passo attraverso l’inferno. Penso che i giorni siano brutti e poi arriva la notte. La notte arriva e le belle donne dormono con gli altri uomini – uomini con musi di ratto, con musi di rospo. Fisso in alto il soffitto e ascolto la pioggia o il suono del nulla e attendo la morte. Queste poesie sono uscite da tutto questo. Non sarò mai completamente solo se anche soltanto una persona al mondo le capirà», confessa all’amico Gerard Belart, nel gennaio 1970.
Bukowski qui racconta quello che fa durante il giorno, le persone che incontra, i suoi progetti, cosa sta scrivendo, i suoi successi (quando una rivista accetta un suo testo!), i tanti fallimenti (quanti rifiuti...), le critiche alla sua scrittura «sgrammaticata» e senza stile (e invece, uno stile lo aveva, eccome quel vecchio ubriacone), e il senso che aveva per lui scrivere («Sento che la scrittura è sempre lì, sento le parole azzannare la carta, e ne ho bisogno come non mai...», lettera dell’ottobre 1992 a Jack Grapes, fondatore del «Los Angeles Poets & Writers Collective».
Sulla scrittura è un libro magnifico, non tanto per chi ama Bukowski, quanto per chi ama scrivere. Un libro che insegna almeno tre cose. La prima: quale incredibile mistero sia l’atto di inventare storie. La seconda: come un uomo che ha passato la vita tra corse di cavalli, donne e birra sia potuto diventare un’icona delle letteratura americana. La terza: che non è vero che scrivere salva la vita o le dia un senso. Ma la riempie, e non è poco.