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 2020  marzo 26 Giovedì calendario


Ripubblicato «Io, Pierre Rivière» di Michel Foucault

Negli anni Settanta lo dicevano spesso: «un certo tipo di discorso». Era il mantra, la formula magicamente condivisa da un certo tipo di parlanti e/o di scriventi che induceva gli altri, quelli esterni al cerchio magico, a sospettare, fondatamente, di essere appunto interdetti da tale discorso. E quel «certo tipo di discorso» che veniva «portato avanti» era di carattere strutturalista. Cioè, in estrema sintesi, partito con il lodevole intento di individuare nei fatti la struttura che li sostiene, finiva, per comodità narrativa, con il sovrapporre, ai medesimi fatti, strutture preconfezionate: la forma non era il risultato, bensì la premessa, la forma prevaricava il contenuto. La mente e la penna più brillante di tale mainstream era Michel Foucault, e si esercitava soprattutto nell’epicentro del cerchio magico, il Collège de France. Ma il pantagruelico appetito archeologico del professore che scandagliava gli angoli più riposti degli archivi traendone casi dimenticati dalla Storia su cui fare «un certo tipo di discorso», non poté essere saziato dai tredici corsi lì tenuti, fra il 1970 e l’84.
Ne esula, ad esempio, il gustosissimo boccone che Einaudi ha da poco ripubblicato: Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello... (pagg. 335, euro 24, traduzione di Alessandro Fontana e Pasquale Pasquino), curato nel ’73 appunto da Foucault, il quale coordinò le ricerche archivistiche e gli interventi di sette suoi collaboratori. Tutto parte da un dossier del 1836 edito dalle Annales d’hygiène publique et de médecine légale. Tre rapporti medici, numerosi atti giudiziari e, soprattutto, la «Memoria» dell’assassino. Il ventenne Pierre Rivière, il 3 giugno dell’anno precedente, in un paesino del Calvados francese massacra con una roncola la madre Anne, da lui ritenuta colpevole di rendere insostenibile la vita al marito, e con lei la sorella Victoire, considerata sua complice, e il fratello Jules, del tutto innocente ma... Ecco, la chiave di tutto, per chi legga questo libro come un grande romanzo del genere non-fiction novel, cui è stata apposta una corposa appendice di accanimento culturale strutturalista, è in quel ma. Infatti Pierre, reo confesso e folle, o quantomeno folle a singhiozzo, motiva la soppressione di Jules con parole a tal punto sconvolgenti che non si sa se considerarle il culmine della sua pazzia o, al contrario, della sua estrema, compassionevole umanità. Parlando del padre, scrive: «sapevo che amava questo bambino che aveva dell’intelligenza, pensai tra me: avrà un tal orrore di me che si rallegrerà della mia morte, e quindi esente da rimpianti vivrà più felice». A subire lo stallo, suggeriscono giustamente Foucault e i suoi, sono entrambi i poteri che si contendono la preda: quello della giustizia e quello della medicina, da pochi anni entrata come testimone-periziante nelle aule dei tribunali francesi. Del resto i tempi erano maturi per la loro partita a scacchi: nel 1832 era stata promulgata la legge che estendeva a tutti i crimini la possibilità delle circostanze attenuanti. E quale maggior attenuante della follia, chiedeva il potere psichiatrico, anche alla luce dell’articolo 64 del codice penale che esonera da responsabilità il demente? L’aporia in questo caso fu risolta aggirandola: niente taglio della testa e della mano, per il parricida Pierre Rivière, ma, appellandosi al re Luigi Filippo (peraltro scampato, il 28 luglio del ’35, all’attentato di Giuseppe Fieschi e compagni, laddove parricidio e regicidio pari erano...), commutazione della pena nel carcere a vita. Pierre Rivière s’impiccherà in cella il 20 ottobre del ’40, mettendo tutti d’accordo.
Dicevamo, una non-fiction novel. Infatti, come non pensare, a latere di questa vicenda, al capolavoro del genere, quell’A sangue freddo in cui Truman Capote nel 1966 fece propria la strage compiuta da Perry Edward Smith e Richard Eugene Hickock, psicopatici e assassini di quattro persone, semplicemente raccontandola da cronista? E come non sottolineare, a latere delle accuse di macabro voyeurismo rivolte allo scrittore statunitense, le espressioni usate da Foucault nella Presentazione del dossier? Il filosofo, parlando della «Memoria» di Rivière in cui l’autore del triplice omicidio racconta la propria vita (dal desiderio, intorno ai sette-otto anni, di farsi prete, all’imboscamento durato un mese dopo la mattanza) usa due volte la parola «bellezza». E fin qui ci siamo, magari incomodando per un momento l’estetica del male. Ma poi conclude: «Infine e soprattutto, per una sorta di venerazione, e forse anche di terrore per un testo che doveva portare con sé quattro morti, non volevamo sovrapporre il nostro testo alla Memoria di Rivière. Siamo stati soggiogati dal parricida dagli occhi rossi». In effetti il contributo dello stesso Foucault al libro, «I delitti che si raccontano», insiste sul significato delle narrazioni-riletture degli eventi, citando gli ottocenteschi fogli volanti dedicati alla memoria dei criminali, che stanno fra la Ballata degli impiccati di Villon e il pulp tarantiniano.
Ma l’accanimento culturale strutturalista sta soprattutto nel testo di Jean-Pierre Peter e Jeanne Favret, «L’animale, il pazzo, il morto». Qui l’atto di Rivière diventa la manifestazione della «santa impazienza» dei poveri contadini, dei quali l’assassino si erge a «vendicatore»; il suo scritto contiene «la violenza radicale della parola liberata»; le vittime femmine sono «altre due ribelli, impegnate nella stessa confusa lotta di emancipazione, donne che minavano accanitamente da una parte (la loro) un ordine ingiusto che Pierre attaccava dall’altra»... Eccola, la struttura precostituita che pretende di dar forma ai fatti. Eppure pochi anni dopo, nel ’78, in un’intervista Foucault dirà: «Io mi guardo bene dal fare la legge. Piuttosto penso a determinare problemi, ad agitarli, a mostrarli nel quadro di una tale complessità per riuscire a chiudere la bocca ai profeti e ai legislatori: a tutti coloro che parlano per gli altri e sopra gli altri». A chi dobbiamo credere, al venerato maestro o ai suoi cattivi imitatori?