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 2020  marzo 26 Giovedì calendario


A dirci che è finita saranno le campane

Adesso non succede più che questo o quell’amico muoia, succede che “si muore”. Non c’è la morte singola, c’è la morte continua. Abbiamo visto centinaia di bare in una chiesa, allineate lungo il perimetro, dunque sono state centinaia di singole morti? No. Le campane han suonato a morto centinaia di volte? No. Non sono state centinaia di singole morti, e le campane non hanno suonato centinaia di volte, quei potenti rintocchi dell’addio. L’epidemia porta la morte, non le morti. Un’unica, ininterrotta morte. Non tante morti isolate e successive. E le campane non suonano a morto per ogni morto. Semplicemente non possono, non sanno, e dunque non suonano a morto “mai”. Altrimenti, dovrebbero suonare ininterrottamente, giorno e notte. Nei tempi passati in cui ogni tanto qualcuno moriva noi entravamo in contatto con la morte. Adesso, in questo tempo in cui si muore continuamente, noi siamo “immersi” nella morte.
Quando c’erano le morti isolate e separate, la morte faceva un passo avanti e toccava questo o quello. Adesso che la morte è continua, e ogni giorno leggiamo sui giornali il numero dei morti del giorno precedente, e sono sempre tante centinaia, la morte non fa nessun passo avanti, è già mescolata con noi, il nostro problema è scoprirla. Tra il momento in cui scopriamo che il virus è dentro di noi e il momento in cui il virus finisce il suo lavoro e ci abbatte è stato calcolato che possono passare otto giorni. In otto giorni possiamo venir contagiati e finire la vita. Sicché siamo sempre all’erta. Mai stati così all’erta, in casa, fuori. Se dobbiamo uscire, magari per comprare del cibo, stiamo lontani da tutti, se qualcuno cammina in senso contrario al nostro badiamo che se lui è a destra noi siamo a sinistra, e non ci respiri in faccia. Il nemico può essere in chiunque, in questo, quello, quell’altro. Gli esistenzialisti avevano coniato un’espressione per dire esistere in funzione della fine, zu Ende sein, ora non esistiamo per la fine, ma siamo dentro la fine.
C’è qualcosa di militare in questo, è una morte al fronte, stai bene ma un colpo ti abbatte. Se ti abbatte un colpo del nemico, tu non sei un morto, sei un caduto. E caduti sembrano quei morti dentro le bare trasportati da camion militari incolonnati da una parte all’altra d’Italia, in cerca di un crematorio libero. Tra un morto e un caduto varia la quota del dolore. Il caduto richiede compostezza, serietà, rigore. Esclude la disperazione. Il morto richiama il pianto, l’angoscia, la crisi, e, se il morto per te era tutto, puoi cadere nella disperazione. Il caduto sta in un orizzonte che comprende la cerimonia, le autorità, lo Stato, le trombe, la sfilata, il telegiornale. Il morto sta in un orizzonte che comprende gli amici, la famiglia, Dio, le campane, le esequie, la telefonata. Adesso, quando muore qualcuno, gli amici avvertono ’esequie appena possibile’. Saranno esequie senza il morto? Lo sostituiremo con una foto, un ritratto? Sarà come se fosse lì? Il caduto aspetta gli onori, il morto aspetta l’aldilà.
La nostra civiltà era costruita per questo secondo destino, l’aldilà, il virus la scalza e la rovescia: se cambi il senso della morte, cambi tutto. Non si può morire senza campane e senza esequie, e non si possono fare le esequie senza il morto. Il più grande danno questa epidemia lo fa nel nostro mondo morale, ed è lì che dobbiamo lavorare, per quando ne usciremo. Spero che a dare il segnale saranno le campane, dappertutto.