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 2020  marzo 25 Mercoledì calendario


ARBASINO MEMORIES - AURELIO PICCA: “QUASI TRENTA ANNI FA VENNI CHIAMATO AL TELEFONO DA ROBERTO D'AGOSTINO CHE MI INVITAVA A CASA SUA, VIA CONDOTTI. SI FESTEGGIAVA IL COMPLEANNO DI ALBERTO (FU LUI STESSO A FORNIRE A ROBERTO CHE NON CONOSCEVO IL MIO NOME). FACEVA CALDO DI FRONTE ALLA FINESTRA CON VEDUTA SU TRINITÀ DEI MONTI…" -

Il trentenne che girava in Porsche bianca, e poi lo scrittore sempre in cravatta che compilò innumerevoli volte il suo concerto in lettere, Fratelli d' Italia, non è stato un Maestro, né voleva esserlo. Alberto Arbasino credo ambisse alla dicitura di Gran Lombardo. Di lasciare eredi, almeno letterari, se ne è sempre infischiato. E infatti non ci saranno. Lui e Umberto Eco sono stati gli eccelsi della Neoavanguardia (per intenderci facile: il Gruppo '63), ma il primo ne ha fatto un frullatore al proprio servizio bulimico e singolarissimo; il secondo, dopo avere contribuito alla sepoltura del romanzo, scrive Il nome della rosa per trasformarsi in narratore globale.

Quando lessi da ragazzo Le piccole vacanze rimasi tutta l' estate avvelenato dall' inquietudine. Non ricordo nulla di quel romanzo, però ne ho dentro lo scavo esistenziale: il classico solco che producono i capolavori. Arbasino ha sempre oscillato tra una coscienza morale (Giuseppe Parini), tenuta nel fondo della sua letteratura quasi a nasconderla per proteggerla, e l'Opera alla Scala che ha tradotto in una maschera (illusoria).

In realtà è stato un Andy Warhol della letteratura, un eccentrico con i connotati borghesi (i suoi abiti di Caraceni lo imbustavano), un ironico fisiologico con la sua erre che, quando parlava, faceva da carrucola alle altre lettere spezzate che uscivano dalla gola in un gorgo sintattico, citazionista e battutista.

La bella di Lodi è stato il suo romanzo breve paraculo, che sapeva di vaccherie lombarde e grasso di motori. Lo recensii, in ristampa, forse se non sbaglio su queste pagine. E, cosa che non faccio mai, gli inviai il pezzo. Lui era nato nel 1930, poteva essere mio padre. Ma non era nella pattuglia dei Padri letterari che immaginavo o che frequentavo. Non mi aspettavo nulla. Mi inviò una Cartolina con un saluto a mo' di nodo da foulard.

Quasi trenta anni fa venni chiamato al telefono da Roberto D' Agostino che mi invitava a casa sua, via Condotti numero 1. Si festeggiava il compleanno di Alberto (fu lui stesso a fornire a Roberto che non conoscevo il mio nome). Faceva caldo di fronte alla finestra con veduta su Trinità dei Monti. Con Arbasino fu naturale darci del tu. E mi venne pure facile raccontare che ero di ritorno dal Getty Museum di Los Angeles.

Lui che aveva calcato le sale di migliaia di musei e scalciato pure quadri e pittori o innalzato dipinti a meraviglie (insieme poteva addizionare odori di periferia a Raffaello), mi chiese come fosse il museo perché non c' era mai stato. Gli raccontai che era costruito con il marmo di travertino di Tivoli e che dalla collina si vedeva di fronte la down town della metropoli e intorno il deserto.

Intanto cresceva il caldo là sospesi su piazza di Spagna. Allora Alberto tirò fuori il fazzolezzo da tasca bianco ben piegato e se lo portò alla fronte tamponando le goccioline di sudore senza strofinare. Pure io mi ritrovai a usare il mio fazzoletto bianco che porto sempre in tasca fin da bambino. Come ci guardammo, senza averlo voluto, con i fazzoletti tra le mani partì un sorriso.

Per anni, scherzando, mi sono vantato di usare fazzoletti ricamati a mano. Anzi, aggiungevo: Io e Alberto Arbasino siamo gli unici scrittori che hanno in tasca un fazzoletto di cotone e non di carta (l' altro era Domenico Rea). Ora, caro Alberto, ragazzo di vita e signora mia, sono rimasto l' unico che se non ha impilati almeno trenta fazzoletti nel comò, rischia il panico. Ne comprerò di nuovi anche per te. In tuo onore.