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 2020  marzo 25 Mercoledì calendario


L’ultimo sopravvissuto alla spagnola

Sta bene “Pepe” Ameal, nonostante gli acciacchi dell’età, ma è preoccupato. Non tanto per sé, che a 105 anni compiuti ha solo un desiderio: arrivare a 110, «perché dovrei volere di più?». No, ad angosciarlo sono i giovani, è convinto che la gente oggi sia più debole di quelli della sua generazione. Parola dell’ultimo sopravvissuto della terribile epidemia del 1918, quella che chiamarono “spagnola” anche se aveva origini ben lontane. José Ameal Peña allora aveva appena 4 anni ma lo ricorda come fosse oggi, quando una nuova epidemia gli ha riportato alla mente quell’esperienza dalla quale uscì vivo per miracolo. «Mio padre ha una memoria privilegiata, tanto del passato come del presente», dice a Repubblica la figlia Anunciata, che vive con lui nella casa di Luarca, il paesino delle Asturie dove la “spagnola” fece 500 morti su 2000 abitanti. «Ha capito subito che stava succedendo qualcosa di grave, dalla finestra vedeva poca gente per strada. In tv vede le immagini ma non sente, ormai è completamente sordo, gli abbiamo comprato l’apparecchio ma non lo usa». La sua raccomandazione: «Fate quello che vi dicono le autorità, rispettate le regole. Attenzione perché quella volta si portò via tantissima gente».
"Quella volta” Pepe si ammalò mentre il nonno tentava invano di metterlo al riparo dallo spettacolo terribile della morte. «Ricordo di aver visto dalla finestra due cortei funebri allo stesso tempo: per cercare di proteggermi lui chiudeva le tende». Ma le campane della chiesa di Santa Eulalia suonavano a morto a tutte le ore, tanto che a un certo punto decisero di farle tacere per non aumentare l’angoscia della popolazione stremata.
«Quando mi ammalai», ha raccontato alla figlia, «ero così debole che andavo a gattoni sul pavimento anziché camminare». Il medico del paese, Don Cefeiro, lo curò con un’infusione di foglie di eucalipto. Non si sa se per quello, o perché era destino, guarì. E da allora, giurano i familiari, non ha avuto mai più un’influenza. A 12 anni lavorava già in un’officina, poi ha fatto il muratore, il camionista, è stato tassista di toreri in Castiglia. Ha persino frequentato a lungo il Nobel per la medicina Severo Ochoa, come lui nativo di Luarca. «Ora lo vediamo spesso accigliato, ha l’aria triste», racconta Anunciata. «Quando esco con mio marito per fare la spesa, ci fa un sacco di raccomandazioni. E darebbe chissà cosa per poter parlare con la gente, per spiegare i pericoli di un’epidemia». Perché “quella volta”, lui che c’era, se l’è vista brutta.