Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  marzo 25 Mercoledì calendario


Intervista a Guido Gallera

Assessore Giulio Gallera, lei si ritrova proiettato in diretta nelle nostre case ed è ormai un volto noto. Come vive tutto questo?
«Non lo vivo. Da un mese sto dentro al bunker della Regione Lombardia, dalle 8 a mezzanotte, l’emergenza non finisce, questo Covid-19 è esploso e se mi fermo un secondo a leggere i messaggi favorevoli, o a pensarci... ok, va bene. Ma non ho metabolizzato l’aumento della popolarità, ci sarà poi il tempo per farlo».
Intanto passa da politico locale alla ribalta nazionale…
«Mi capita di fare due o tre presenze in tv al giorno, ma vivo nella pressione della quotidianità».
Non faccia il finto ingenuo.
«Certo, ho cominciato sui banchi del Liceo scientifico, il Vittorio Veneto, e alla quarta liceo mi sono iscritto alla Gioventù liberale, poi al partito. Ci sono rimasto sino al 94, quando a febbraio nello stesso giorno c’è stata la prima convention di Forza Italia e s’è tenuto il congresso che ha sciolto il Pli, travolto da Tangentopoli. Sono entrato in Forza Italia e nella provincia di Milano ho contribuito a rafforzarla».
Quindi concorda?
«M’ è venuto naturale mettermi davanti a Facebook e spiegare da assessore che cosa accadeva. Ho cercato sempre di essere chiaro, trasparente e concreto. Di dire tutto e nello stesso tempo di certificare che il nostro sistema sanitario regge. Infondere speranza e non drammatizzare. Cioè, mi sto vivendo sino in fondo il mio ruolo istituzionale».
Da più parti si dice che il centrodestra abbia trovato in lei finalmente il candidato sindaco per Milano e l’uomo giusto per fronteggiare Beppe Sala. Che risponde?
«Sono milanese, sono stato vent’anni al Comune, conosco ogni via della mia città e ne sono innamorato. Mi sono sposato qui, ho due figli al liceo, se servirà candidarmi, non mi tirerò indietro».
Veniamo al tema essenziale. Questione "mortalità lombarda" da coronavirus. È del 13 e passa per cento, un’abnormità. Secondo i medici di base si spiega con il fatto che i malati sono dieci volte tanto, quindi la mortalità è dell’1,3% e voi avete esagerato.
«Penso anch’io che il tasso di mortalità sia molto più basso, ma in questo momento bisogna dare il dato statistico e non discutere delle percezioni. Sul totale dei contagiati certi, quella è la percentuale. Il sommerso è sommerso, faremo i conti alla fine».
Per impedire l’ondata dei malati negli ospedali, non sarebbe stato il caso di aumentare il controllo dei positivi attraverso i tamponi?
«In corso d’opera stiamo dando regole per essere più performanti e abbiamo detto al medico di medicina generale di tenere monitorati i pazienti. Prima con una telefonata, poi andando a domicilio se è il caso. Moltissimi pazienti dicono "sappiamo di averlo preso", magari sono asintomatici e lo trasmettono, ma attenzione, se la mortalità qui in Lombardia è più alta di Wuhan dipende dal fatto che la qualità delle cure in Italia è altissima. Qui abbiamo un numero gigantesco di anziani perché superano operazioni e malattie, sono accuditi alla perfezione, i decessi hanno numeri più alti perché da noi gli anziani vivono di più».
Si ma i tamponi non avrebbero permesso di stabilire meglio il numero dei contagi?
«All’inizio li abbiamo fatti e siamo stati criticati, ci contestavano i "troppi tamponi". Poi, dopo la prima settimana, le "linee guida" dicevano di fare tamponi solo a chi arriva in ospedale con la polmonite. In ogni caso il tampone non dà la certezza assoluta. Mi spiego, quando hai 28mila positivi che prendono contatto ognuno con 100 persone nei 15 giorni precedenti, parli di numeri giganteschi. Quindi ha più senso organizzare i tamponi per categorie, cominciando dal personale sanitario. E il vero tema è l’isolamento. Bisogna restare nel proprio domicilio, distanziarsi dagli altri anche a casa se si ha il raffreddore, mangiare anche in orari diversi o in stanze diverse, separare le persone. È momentaneo ed è necessario».
Con il senno di poi, che cosa bisogna fare per fronteggiare l’invasione del Covid-19?
«Nessuno in Italia o in Europa era preparato a tutto questo, l’Europa avrebbe dovuto mettere in quarantena chiunque arrivasse dalla Cina, ma chi avrebbe potuto immaginarlo. La cognizione l’abbiamo avuta a fine gennaio, stiamo però appurando se il virus non ci avesse raggiunto prima».
E come potremmo prepararci un domani?
«Con grandi provviste di mascherine, di ventilatori. La fragilità dell’uomo è diventata evidente. Questi virus non hanno una cura immediata, adesso ha attaccato gli anziani, domani un altro virus chissà chi attaccherà. Siccome noi in Lombardia abbiamo avuto il primo segnale e siamo stati la prima trincea, stiamo resistendo, siamo un banco di prova per tutti».
Abbiamo contato i morti di quest’anno, per esempio nel piccolo comune di Maleo sono otto volte di più dell’anno scorso, ovunque la media è di 77 anni. C’è la questione della casa di riposo di Mombretto, frazione di Mediglia, dove i parenti denunciano 52 decessi…
«L’angoscia per questi morti è enorme, ed è superata da quanto accade negli ospedali, nel sentire la voce terrorizzata dei medici che al telefono raccontano delle frotte di persone che arrivavano. Sono andato al Pronto soccorso di Lodi, c’erano 80 persone sui lettini dei bambini del pediatrico, con le sbarre abbassate, le mascherine dell’ossigeno. Ancora oggi arrivano tutti i giorni 60, 80, 100 persone e devi liberare i reparti. Anche psicologicamente è dura».
Anche per lei la partita Atalanta Valencia a San Siro può essere stata un detonatore?
«Sicuramente può esserlo stata, tanta gente insieme a festeggiare».
Lei ha fatto il tampone, ed era negativo, Guido Bertolaso è risultato ieri positivo…
«Non è una guerra, ma quasi, chi non l’ha capito si svegli».