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 2020  marzo 24 Martedì calendario


Articoli sull’autobiografia di Woody Allen

Gabriele Romagnoli, la Repubblica
Un giorno una donna di nome Annabel Goglia vide in televisione un ometto piccolo, con pochi capelli e grandi occhiali dalla montatura nera che faceva battute a raffica e si convinse che era suo marito Ferdinand, svanito nel nulla da anni. Per dimostrarlo intentò una causa, ma non si presentò mai in tribunale, facendo sprecare tempo, soldi e reputazione all’uomo che non era Goglia, ma Woody Allen. Ora esistono due possibilità, a proposito dell’autobiografia uscita ieri come ebook in tutto il mondo (pubblicata in Italia dalla Nave di Teseo): o è un colossale trattato di impostura scritto sotto falso nome dal signor Goglia o un autointervento a cuore aperto di mister Allen, nei suoi anni d’oro sporcati di fango, a un passo dall’incontro con il creatore in cui non crede, preoccupato non di come verrà ricordato ma del fatto che le sue ceneri vengano sparse nei pressi di una farmacia.
Il testo ci viene consegnato in maniera avventurosa, manco fossimo di nuovo alle prese con il dottor Zivago e la spy story per trasportarlo in Occidente. Forse che il mondo libero è il nuovo soviet? Fatto sta che poche settimane fa il primo editore americano ha rinunciato alla pubblicazione, cedendo alle richieste di quello che Woody chiama “il clan Farrow” e dai neomaccartisti di quella che definisce “l’epoca delle canaglie”. Poi ci si è messo il coronavirus con la chiusura delle librerie. Il libro è, per chi aspetta e spera, ancora previsto per il 9 aprile. Intanto ecco questo ebook, uscito alle 16 di ieri, letto trasversalmente in tre ore e mezza per scrivere quello che una spremuta di istinto e memoria lascia ora galleggiare. A parlare è la voce di un uomo disincantato e ferito. Consolato da due cose: l’ultimo amore e la conferma delle proprie ragioni di misantropo. Se uno disistima l’umanità non può restarne deluso. Se ritiene insensato l’universo, non può ululare per una “piccola, falsa accusa”. Lo sa bene, l’autore, che tutti salteranno alle pagine dello scandalo, come studenti di medicina alle foto dei corpi, e fa di tutto per trattenerli. Apre con una dedica che vale un capitolo: “A Soon Yi, la migliore, pendeva dalle mie labbra e poi mi ha avuto in pugno”. Intrattiene con le storie di famiglia che sembrano un suo film. Senti la sua voce narrante mentre racconta del padre che fu in un plotone d’esecuzione in Francia, portò la pistola fino all’ultimo giorno e rubò un anello alla cugina della futura moglie durante una festa di famiglia. Della madre che lo sposò e rimase 70 anni con lui per dispetto, che menava il figlio una volta al giorno e aveva cinque sorelle orrende, ma era più brutta di tutte e così la chiudiamo con il possibile Edipo. Riferisce di sé bambino gioioso fino a 5 anni, quando cominciò a vedere “la bara mezza piena”, a isolarsi, sentirsi nel mondo a disagio, senza mai capirlo, accettarlo o perdonarlo. Ti racconta la sua vita amorosa come un teatro dell’assurdo: Harlene, la prima moglie, a cui disse “Sì lo voglio” con la cupezza usata da Orson Welles per dire “Rosabella”; Louise, la seconda, il tormento e l’estasi; Diane Keaton “che se ci sono persone capaci di illuminare una stanza, illumina un viale” ma, già che c’era, lui accese anche due sue sorelle con cui ebbe storie successive. Poi, Mia. “Spero non sia per questo che avete comprato il libro”. Eppure sa che sarà spesso così. Ora, negli ormai trent’anni da che questa storia va avanti, ognuno si è fatta la propria idea, più o meno documentata. È onesto dire che chi scrive è convinto della versione di Woody a prescindere dall’ammirazione per lui. Dissento solo quando dice che il suo unico rimpianto è aver avuto a disposizione milioni, aver girato tanti film e mai un capolavoro (l’ha fatto: è Crimini e misfatti ). Sta al lettore ora immergersi nel racconto dell’omino nero. La cui trama ridotta a sinopsi sarebbe questa: una bella attrice di nome Mia, identica alla sua seconda moglie, gli scrive una lettera da fan. Lo incontra a feste e cene. Si fa invitare a pranzo. Lo conquista. Lui non vuol vedere i segnali del disastro. Quali? L’incantevole donna ha 7 figli, 3 suoi e 4 adottati. Perché? Sosterrà poi Soon Yi che li sceglieva come giocattoli, per suscitare la devozione dei media, poi li sfruttava al punto che i suoi ospiti scambiavano le figlie asiatiche per domestiche. Dopo pochi incontri lei gli dice: “Voglio un figlio tuo”. Woody devia la conversazione sui tagliaerba. Recita in dieci film di cui lui è regista. Inserisce svariati parenti nel cast. La sua famiglia comprende parecchi casi di disturbi mentali, un fratello ha precedenti per abusi sessuali. Il suo rapporto con il figlio Fletcher è morboso. Adotta un piccolo messicano e dopo due settimane lo rispedisce indietro. Lo stesso accade per un bambino malato di spina bifida che inquieta Fletcher. Vivono separati da Central Park. Mia non dormirà mai da Woody. Comprano una casa di campagna dove va soltanto lei. Adottano una bambina di nome Dylan, ma lei lo esclude dalla pratica. Lui adora l’ultima arrivata, mentre non si prende con una delle prime: Soon Yi. Finirà che Dylan lo accuserà di molestie e Soon Yi lo sposerà. Intanto la strana coppia ha avrà avuto un figlio suo: Ronan. Poi Mia dirà che è dell’ex marito, Frank Sinatra. Woody scrive: credo ancora sia mio. Crede che, ottenuto il figlio, lo abbia considerato inutile. Crede che la madre gli abbia lavato il cervello, che abbia dormito nuda con lui fino a undici anni, che abbia teso una trappola in cui sono caduti tutti: lui, Ronan e Dylan. Che la verità per loro sia stata soppressa nel subconscio da un’ossessiva esercitazione alla bugia. Che alla fine, non abbiano colpe. Scrive perfino che lui e Soon Yi sarebbero pronti a riaccogliere Dylan a braccia aperte. Non Ronan. Non Mia. Ma a ferire Woody non è stato il clan dei Farrow. Piuttosto: i progressisti, il New York Times, Hillary che non volle la sua donazione, gli psicologi infantili, i giudici sinistrorsi, gli attori rinnegati e codardi per i quali non lavorare con lui è “il trend del momento”. Quelli che ne hanno fatto un paria, ma per l’omino nero la cosa ha i suoi vantaggi: “Non devo andare ai talk show, scrivere elogi per libri, salvare le balene”. Lo lasciamo lì, piacevolmente isolato con la donna volitiva che fu una bambina abbandonata per strada, i suoi due nuovi figli adottivi (è un vizio), il dubbio che le statue dedicategli a Kaliningrad e Oviedo siano state abbattute e la certezza che anche fosse non conta. A proposito, niente conta.

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Fulvia Caprara, La Stampa
Come nei suoi film ci sono l’amore e la guerra, i crimini e i misfatti, i sogni e i delitti, gli scoop e i match point definitivi. Come nel suo carattere, prevalgono, su tutto, il gusto imprescindibile dell’osservazione ironica, il disincanto programmatico, il divertimento del descrivere l’assurdo quotidiano. Ma ci sono anche, in alcuni passaggi, gli squarci di tenerezza svelati da un uomo nato nel 1935, divenuto uno dei più grandi registi del globo, ma anche travolto dal ciclone di una delle accuse più abbiette che una persona possa ricevere. Ripensando a Dylan che, secondo le dichiarazioni della madre adottiva Mia Farrow, avrebbe subito le molestie del regista, Allen, dopo aver ricostruito la vicenda nei minimi dettagli, con cura minuziosa, confessa il dispiacere di non aver potuto «mostrarle le bellezze di Manhattan». 
Il polverone, i processi, le sentenze dei tribunali e dei media si sfaldano nelle dichiarazioni dell’autore, mentre il senso del legame, da tanti messo all’indice, con la moglie Soon Yi, nata nel 1970 e sposata nel 1992, emerge dalla dedica: «A Soon Yi, la migliore. Pendeva dalle mie labbra e poi mi ha avuto in pugno». Da ieri è disponibile in Italia, in anteprima, in ebook, prima dell’uscita nelle librerie fissata per il 9 aprile (se le norme anti-coronavirus lo permetteranno) l’autobiografia di Woody Allen A proposito di niente, edita dalla «Nave di Teseo» di Elisabetta Sgarbi. Un libro discusso, perfino bandito prima che vedesse la luce («Hachette», che doveva pubblicarlo, si è tirata indietro), e che invece si legge tutto d’un fiato, fitto com’è di memorie, rivelazioni, curiosità sulla genesi di film celeberrimi e, soprattutto, spaccati di vita vissuta di un genio della macchina da presa che rifiuta fin dalla prima pagina toni aulici e celebrazioni: «Come il giovane Holden - è l’incipit dell’opera - non mi va di dilungarmi in tutte quelle stronzate alla David Copperfield».
Eppure, nella descrizione dei genitori, la madre Nettie che «somigliava a Groucho Marx» e il padre reduce della prima guerra mondiale, sempre con «camicie sgargianti e capelli imbrillantinati», nell’«infanzia in fuga dalla realtà», nel «passato da piccolo farabutto», nell’amore per la sorella minore Letty, nella passione per l’illusionismo e in quel quoziente intellettivo tanto alto da far inorgoglire la mamma, risuonano l’ispirazione dell’autore, brillano le chiavi per capirlo, scorrono le inquadrature dei suoi film.
Le ragazze, verso cui provava spiccata attrazione, i fumetti preferiti, da Batman a Superman, i musical amatissimi, Cole Porter, la cugina Rita, le abitudini della famiglia ebrea, la scoperta di «Hollywood con i suoi finali miracolosi», sono il preludio di un’esplosione di talento che Allen minimizza: «Alcuni miei film sono divertenti, ma nessuna delle mie idee sarà mai la base di una nuova religione». E ancora: «Posso sfoggiare giacche di tweed come un professore di Oxford, ma dentro sono un barbaro».
Le donne, anche adesso, in età avanzata, restano un pianeta nebuloso sui cui è piacevole atterrare, senza conoscerne i segreti. E’ così con Harlene, un’unione che si rivela «un incubo per entrambi», con Louise Lasser «bionda e bellissima», quasi una controfigura di Brigitte Bardot, e con Diane Keaton, «la ragazza smilza» con cui condividere i giorni newyorkesi, tra una partita dei Kinicks e una cena da «Elaine’s»: «Un film con Keaton - scrive Allen -, o andare con lei in un museo o in una galleria d’arte era uno spasso, perché era una miniera di idee. Ti apriva gli occhi e ti faceva scoprire delle cose, o almeno questo era il suo effetto».
Nei primi approcci con Mia Farrow l’autore spiega di non aver individuato segnali d’allarme che, invece, erano già evidenti: «Non ero Miss Perspicacia, soprattutto nelle faccende in cui è coinvolto Cupido». Dopo fu troppo tardi: «Le nostre origini erano decisamente diverse, io ero cresciuto in una famiglia della piccola borghesia ebraica... Niente violenze, divorzi, suicidi, alcol e droghe. Nella famiglia di Mia, invece, i comportamenti fuori dalla norma erano all’ordine del giorno e peggiorarono negli anni della nostra frequentazione». L’attrazione per Soon -Yi che, secondo la rievocazione di Allen, aveva avuto con la madre adottiva un rapporto pessimo, a base di violenze e sopraffazioni, fu il colpo finale, uno scandalo planetario. E dire che, per spiegare le fondamenta del rapporto, il regista parla di un desiderio di compensazione, come se avesse scelto di riempire di felicità i vuoti dell’infanzia dolorosa dell’ex-bambina sudcoreana, abbandonata per strada e poi in orfanotrofio. I film, i sodalizi artistici, le collaborazioni con li attori prediletti, i capricci dei divi, il piacere della scrittura, il divertimento del montaggio, compongono tutto il resto, quello per cui Woody Allen è star venerata del cinema mondiale. Ma grande novità del libro è un’altra, semplice, innocente, perfino disarmante: «Fare film mi piace, ma non ho la dedizione di Spielberg e di Scorsese... Non riesco a interessarmi abbastanza a un film da stare fino allo sfinimento e rinunciare a vedere l’inizio di una partita di basket o a mettere a letto le mie figlie».

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Federico Pontiggia, il Fatto Quotidiano
Woody contro tutti. Nell’autobiografia A proposito di niente, Allen spara nel mucchio: da Mia a Ronan Farrow, da Roman Polanski al #MeToo, fino agli attori che l’hanno rinnegato. Strano ma vero, salva Harvey Weinstein, non spettatori e lettori: “Di vivere nel cuore e nella mente del pubblico non mi importa niente, preferisco vivere a casa mia”. Che per siglare un memoir, già disponibile in eBook e dal 9 aprile in libreria con La nave di Teseo, non è male. L’ottantaquattrenne regista non si limita a levare i proverbiali sassolini dalla scarpa, dalle quattrocento pagine piovono pietre.
Mia Farrow. L’ex compagna e musa poi acerrima nemica e grande accusatrice è il bersaglio principe dell’avvelenata. Prima usa l’ironia e la battezza “anagraficamente corretta” quale partner, poi fa il signore: “Su Mia circolavano voci cui mi rifiutavo di dare credito”, quindi inizia a farla a pezzi. Sistematicamente. Il tramite sono i figli, biologici e adottivi, tra cui la futura moglie Soon-Yi: “Mia era convinta che Soon-Yi fosse un’idiota. (…) In seguito avrei capito che Soon-Yi era un diamante allo stato grezzo e che Mia non era una supermamma”. Rispetto agli annosi addebiti di violenze sulla figlia Dylan, rende pan per focaccia: “Soon-Yi fu l’unica figlia adottiva che osò opporsi a Mia e incorse nella sua ira. Per questo venne picchiata – una volta con una spazzola, un’altra con un telefono; una volta Mia le lanciò contro un coniglio di porcellana, mancandola di poco”. La mira l’aggiusta lui: “Appena Mia scoprì la nostra relazione, adunò tutti i suoi figli e non risparmiò loro nulla. Dopo aver detto loro che avevo violentato Soon-Yi – per cui Satchel, a quattro anni, diceva alla gente: ‘Mio padre scopa mia sorella’ – cominciò a fare telefonate per dire che avevo stuprato sua figlia minorenne. Dopodiché la chiuse in camera da letto, la prese a botte e a calci…”.
Dylan Farrow. 4 agosto 1992, il giorno in cui a detta della figlia Dylan, che all’epoca aveva sette anni, Woody l’avrebbe molestata. Allen ha un’altra versione: “Siccome non c’era posto per sedermi, mi piazzai sul pavimento e per un attimo posso avere appoggiato la testa in grembo a Dylan, che era sul divano. Di certo non feci nulla di inopportuno”.
Ronan Farrow. Sostenitore della sorella Dylan nelle accuse al padre, Ronan Farrow è stato con le sue inchieste giornalistiche tra i fautori del #MeToo, ed è proprio lì che Woody lo bastona: “Volevano (il New York Magazine, ndr) dedicare a Soon-Yi la copertina ma dovettero desistere dopo che Ronan fece un’altra telefonata. Ora, non è la quintessenza dell’ipocrisia il fatto che Ronan abbia scritto un libro dove racconta dei tentativi della Nbc di sabotare la sua indagine su Harvey Weinstein? Sarei tentato di dire: basta che funzioni”.
Harvey Weinstein. Premesso che “non avrei mai lasciato che producesse o finanziasse un mio film, perché (…) si impicciava e cambiava e rimontava”, per il produttore condannato a ventitré anni di reclusione per abuso sessuale e stupro ha invero parole di encomio: “Oltre a essere un abile distributore, Harvey aveva un occhio per i film eccentrici e originali, ad alcuni dei quali aveva associato il proprio nome”.
Roman Polanski. “Come regista mi sento naturalmente inferiore a Roman”, confessa Allen, che convinto di andarci a cena si ritrovò invece nella villa di Roman Abramovich a Cap d’Antibes, ma nello scontro con la Farrow, Polanski non viene risparmiato: “Malgrado la finta indignazione per il presunto stupro di una minorenne, Mia prese un aereo per andare a Londra e testimoniare a favore di Roman Polanski, che aveva ammesso di avere avuto un rapporto sessuale con una minorenne e per questo era andato in galera”. All’uopo, ricorda la replica di Samantha Geimer, la vittima di Polanski, alla Farrow: “Non ho bisogno delle sue scuse e non le voglio. Mi sono sentita usata da una persona che voleva vendicarsi contro Woody Allen”.
#MeToo. Woody non ci sta a passare per nemico delle donne: “A dire il vero, per uno che ha subìto la sua dose di attacchi da parte dei talebani del #MeToo, non mi sembra certo di avere sminuito l’altro sesso”.
Gli attori (e il New York Times). Gli attori che l’hanno boicottato e rinnegato, prima li infilza: “C’è chi ha dato il suo compenso in beneficenza piuttosto che accettare soldi ‘sporchi’. È un gesto meno eroico di quello che sembra, dato che noi possiamo permetterci di pagare solo il minimo sindacale”. Poi li deride, con un rammarico per il “suo” giornale: “Un conto è se attori e attrici senza sale in zucca saltano su a dichiararsi pentiti di avere lavorato con me; ma il New York Times, fatto di uomini e donne seri che la pensano come me sulle cose importanti, mi ha proprio sorpreso”.
Berlusconi. “Cresciuto con De Sica, Fellini e Antonioni”, Allen ha avuto “l’onore di dirigere il grande Roberto Benigni” in To Rome with Love, che “è un brutto titolo. Nelle mie intenzioni doveva essere Nero Fiddled (“‘Nerone suonava la lira’, più o meno” nella traduzione offerta a piè di pagina…), ma ai miei finanziatori venne un colpo. Mi pregarono di cambiarlo almeno per il mercato italiano. Dopo tutto, era meglio che Berlusconi non si facesse un’idea sbagliata”.