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 2020  marzo 24 Martedì calendario


Un’app per monitorare l’epidemia

ROMA «Contenere il rischio del virus monitorando i contagi ma non le persone». La via italiana per un’app anti-Coronavirus potrebbe essere stata finalmente individuata. A farlo è stata la startup salernitana SoftMining che ha sviluppato un’applicazione per smartphone in grado di mettere a tacere sia le polemiche sulle violazioni della privacy sia quelle sull’utilizzo delle celle telefoniche.
SM_Covid19 infatti non acquisisce i dati sensibili degli utenti, che non vengono né geolocalizzati né resi riconoscibili, ma valuta il rischio di trasmissione del virus monitorando «il numero, la durata e il tipo di contatti» e, cioè, «rendendo italiano il modello di Singapore». A spiegarlo è Stefano Piotto, professore di chimica generale dell’università di Salerno e fondatore della startup, spin-off proprio dell’ateneo, che fa ricerca farmaceutica con tecniche computazionali. Competenze che il team campano, con l’aiuto di economisti, virologi e scienziati dei dati tra cui Carlo Alberto Carnevale Maffè della Bocconi ed Alfonso Fuggetta del Politecnico di Milano, ha riversato nel progetto.
SOLUZIONI
«Tutte le soluzioni avanzate finora in Italia – dice Piotto – si basano sulla geolocalizzazione che però da un lato rischia di violare la privacy e dall’altro può nascondere errori di misurazione». Ad esempio il gps degli smartphone individua due soggetti nello stesso punto anche se sono su piani diversi di un edificio. Un errore che, di fatti, lo rende inutilizzabile per monitorare il contagio. SM_Covid19 invece può farlo. «Usiamo tutti i sensori presenti sugli smartphone – spiega il professore – e possiamo capire quanto siano vicini due dispositivi con una precisione di circa 50 centimetri». Una volta scaricata l’app – già disponibile per dispositivi Android e in arrivo per gli iPhone – al telefono viene assegnato un Id univoco, cioè un nome in codice, che permetterà di stabilire anonimamente se «due smartphone con l’app installata si sono incontrati». Sfruttando ad esempio il bluetooth, l’applicazione ogni 60 secondi invia un segnale agli altri telefoni in un raggio di circa 30 metri e conserva le informazioni sul «contatto» per 21 giorni.
L’ALGORITMO
Tali dati vengono poi elaborati da un algoritmo addestrato dai virologi che tiene conto «della durata di questo contatto, dei giorni trascorsi dal contatto e dal numero dei contatti». Così se un utente risulta positivo al Covid-19, non appena le autorità sanitarie – uniche autorizzate a farlo – aggiornano il suo profilo sull’applicazione, viene aggiornato anche quello di tutti coloro che vi sono stati a contatto. L’app assegna a questi Id, cioè a quelli che sono stati esposti al paziente positivo, un numero da 0 a 100 che identifica «il suo livello di rischio di essere stato contagiato» e, nel caso, come comportarsi. Si crea così una rete dell’epidemia che permette, proteggendo l’anonimato, di prevenire il rischio di un’ulteriore diffusione del virus. Ovviamente però, perché il sistema funzioni c’è bisogno che l’app venga utilizzata da tutti i cittadini il prima possibile. «Ora bisogna fare in fretta – spiega infatti Piotto – la nostra app era già pronta 20mila contagi fa». Proprio per questo è fondamentale che le autorità veicolino l’iniziativa. ù
LA TASK FORCE
Non a caso sabato scorso il governo, come previsto con l’articolo 76 del decreto Cura Italia, ha istituito una task force guidata dal ministero dell’Innovazione che avrà il compito di utilizzare i big data per monitorare le informazioni utili all’emergenza. Non solo, ieri pomeriggio il ministero di Paola Pisano ha anche pubblicato un bando con cui invita enti, organizzazioni, aziende e startup ad inviare soluzioni tecnologiche per «il tracciamento continuo, l’alerting e il controllo tempestivo del livello di esposizione al rischio delle persone e dell’evoluzione dell’epidemia sul territorio». La call, in scadenza alle 13 di giovedì, dovrebbe però essere solo un tassello di una strategia più ampia: «Questo sforzo non deve riguardare solo l’Italia – ha dichiarato Pisano – ma deve essere messo a disposizione della comunità internazionale». A spiegarlo è anche Piotto che, oltre a chiarire come facciano «tutto pro bono e che cederanno il codice alle autorità», definisce «fondamentale» la dimensione europea del progetto. «Ora siamo tutti dentro casa – dice – ma quando dovremo tornare a lavoro e la gente inizierà a muoversi di nuovo da un Paese all’altro c’è il rischio che i contagi ricomincino da capo. Come faremo a gestirla?» La risposta è una sola ed è nei dati sull’epidemia di Singapore, Corea del Sud e Cina. «Al momento le medicine più efficaci contro questo virus sono quelle digitali».
Francesco Malfetano