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 2020  febbraio 14 Venerdì calendario


Incontro con Sibeth Ndiaye, la voce di Macron

Pochi conoscono Emmanuel Macron come lei. Sibeth Ndiaye fa parte della “banda dei mormoni”, com’è stato soprannominato il piccolo gruppo di collaboratori che ha aiutato il giovane leader a conquistare l’Eliseo con una vocazione e una fedeltà quasi religiose. Nata in Senegal 40 anni fa, Ndiaye è stata la responsabile comunicazione di Macron al ministero dell’Economia, in campagna elettorale e infine all’Eliseo fino al marzo scorso, quando è stata nominata sottosegretaria e portavoce del governo. I cronisti francesi la ricordano per la sua buona dose di spregiudicatezza, come quando sbottò: «Non ho paura di mentire per difendere il Presidente!». Ci riceve al ministero, ed è molto più rilassata e affabile nel suo ruolo di rappresentante dell’esecutivo. Cresciuta nel Partito socialista, madre di tre figli, è stata vittima di commenti razzisti sui social e di politici che mal sopportano l’arrivo di una giovane donna nera ai vertici dello Stato.

Dove nasce il suo impegno politico?
«La mia coscienza politica è stata forgiata quando ero una bambina, a Dakar. Mio padre era un musulmano abbastanza devoto. Dopo la grande preghiera del venerdì mi portava con lui a fare la carità. Ricordo il tintinnio delle monetine dentro alle scatole di latta che i bambini scuotevano imploranti. Un giorno chiesi a mio padre: perché sono da questa parte e loro dall’altra? Lui mi rispose: ’Fai in modo che tutto ciò non esista più’».

C’è chi attacca i suoi vestiti sgargianti o la pettinatura... La società francese non è ancora pronta ad accettare una donna nera al governo?
«È una società ancora tormentata nei riguardi della sua storia coloniale. Ci sono state ondate di immigrazione italiana, portoghese e polacca la cui integrazione non è sempre stata facile, ma si è fatta. Con l’immigrazione più recente, legata all’era post-coloniale, il nostro modello si è arenato su una serie di difficoltà. Gli attacchi di cui sono oggetto vengono da questa angoscia profonda».

Macron ha parlato della colonizzazione in Algeria come di un crimine contro l’umanità. C’è un lavoro storico che non è mai stato fatto?
«In Senegal, alla scuola media, mi avevano insegnato che Lat Dior, un combattente anticoloniale, aveva avvelenato i pozzi per impedire l’avanzata dell’invasore bianco. Quando sono arrivata in Francia, mi hanno invece spiegato che De Gaulle aveva fatto la decolonizzazione tra gli applausi. Non siamo riusciti ad arrivare a una ricostruzione storica condivisa. Per riconciliare le nostre storie dobbiamo ammettere che ci furono trattamenti disumani durante l’era coloniale, ma anche che c’erano neri che vendevano altri neri come schiavi».

Come vede il dibattito sul velo?
«È una passione francese. La religione musulmana è compatibile con i valori della Repubblica? Per me la risposta è sì. Il velo è un segno di comunitarismo? Dipende dall’intenzione che c’è nel suo uso. La radicalizzazione è un problema completamente diverso. L’ideologia politica che strumentalizza la religione, fino al terrorismo, deve essere combattuta senza ingenuità».

La mancata integrazione di intere comunità è un fallimento vostro?
«No, dei governi che ci hanno preceduto. Non credo ci sia stata una consapevole politica di ghettizzazione ma è un fatto che i comoriani abitano massicciamente nei quartieri nord di Marsiglia, o che i maliani sono tutti a Seine-Saint-Denis. Dopo due-tre generazioni è complicato lottare contro questo stato di cose. Noi vogliamo rafforzare l’accoglienza dei migranti economici, che potranno integrarsi in zone con opportunità professionali».

Ci sono accampamenti alle porte di Parigi dove gli immigrati vivono in condizioni vergognose.
«Non è accettabile. In questi accampamenti ci sono richiedenti asilo, rifugiati che beneficiano già dell’asilo e persone in situazione irregolare. I loro diritti non sono gli stessi. Per i rifugiati che possono restare in Francia sono stati compiuti sforzi notevoli».

Le Ong accusano il governo di fare poco per migliorare l’accoglienza.
«È falso. Negli ultimi 18 mesi sono stati concessi 15 mila alloggi popolari ai rifugiati. Abbiamo fatto molto ma il sistema di accoglienza è sotto pressione. La Francia ha ormai più richiedenti asilo della Germania».

Lei ha sofferto per le discriminazioni? Nel 2017, durante un comizio di Macron, si mise a piangere...
«Lo stavo accompagnando al Salone aeronautico di Le Bourget e ogni volta che si avvicinava a uno stand io ne venivo allontanata. Di solito ho un carattere duro ma in quel caso, dopo due ore, sono scoppiata. Ero stata respinta da vigilantes neri o arabi. Non potevano immaginare che ’una di loro’ stesse tra i potenti. La sera Macron mi disse: ’Ho visto, ho capito’. Non ne abbiamo mai più parlato. Quando sono arrivata all’Eliseo ho ricevuto lettere commoventi di persone che mi consideravano un esempio o che, all’africana, mi vedevano come ’una sorella’. Non mi sento a mio agio in questo ruolo. Sì, sento di essere stata fortunata – anche se ho lavorato molto, sacrificando la mia vita familiare. Ma non rivendico un’identità o una posizione. Sono orgogliosa di essere francese e consapevole delle difficoltà di esserlo con la mia storia».

Quanto è stato difficile?
«Al liceo mi chiedevano se avevo vissuto in una capanna. E quando ancora oggi qualcuno dice che i miei capelli sono pettinati male non è simpatico, visto il tempo che impiego ogni mattina per acconciarli. C’è una forma silenziosa di violenza nel modo in cui si pronunciano commenti razzisti. Ma alla fine mi sono convinta che posso fare da ponte per far cambiare le mentalità».

Una figura di spicco del governo donna, nera, che ha vissuto in banlieue e viene dall’alta borghesia di Dakar. Per alcuni la sua è un’identità troppo complessa?
«Con una caricatura si può dire che in Francia ci sono due categorie di neri. Per l’estrema destra, l’uomo di colore è un incapace, un pigro. Per l’estrema sinistra, è chi cerca di sopravvivere nelle periferie o ha attraversato il Mediterraneo su un barcone. È vero, vengo da una famiglia benestante, ma mio padre mi ha mandato in Europa perché aveva un tumore e voleva che costruissi qui il mio futuro. Quando è morto, mia madre si è ritrovata indebitata. Ho fatto lavoretti, mi sono dovuta arrangiare. Non sono la figlia di Bokassa e nemmeno una migrante arrivata su un barcone».

Ha scelto di diventare francese solo nel 2016. Perché?
«Quando è morta mia madre, che era l’ultimo legame con il Senegal, mi sono sentita pronta. Non nascondo che, con l’avvicinarsi delle Presidenziali, c’era anche il rischio di una vittoria di Marine Le Pen. Mi ha spinto mio marito, era preoccupato».

Suo marito non vota per Macron?
«No, è molto più a sinistra. Al ballottaggio ovviamente sì, ma al primo turno no. A casa il dibattito politico è molto vivace».

Se si votasse oggi, Le Pen sarebbe di nuovo al secondo turno.
«Non è colpa nostra se i socialisti non sono capaci di ricostruirsi o se i repubblicani si lanciano in strane avventure. Ma alle Europee i Verdi hanno fatto bene. Non si deve pensare sia inevitabile vedere Le Pen di nuovo al ballottaggio».