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 2020  febbraio 14 Venerdì calendario


Yale e Harvard incassano milioni dai regimi

Il Senato americano l’ha definito un «buco nero». Una combinazione di mancati controlli e omesse dichiarazioni che avrebbe portato «regolarmente» decine di college e università statunitensi a nascondere i finanziamenti ricevuti da enti e governi stranieri, Cina in primis. Ieri il dipartimento dell’Istruzione Usa ha annunciato di aver aperto un’indagine su questo: secondo Washington, le cifre mai dichiarate ammonterebbero ad almeno centinaia di milioni di dollari.
Sul banco degli imputati non ci sono istituzioni secondarie, ma due degli atenei della cosiddetta «Ivy League», il club delle otto università più prestigiose degli Stati Uniti: Yale e Harvard, simbolo del politically correct. Solo la prima tra il 2014 e il 2017 avrebbe «dimenticato» di comunicare fondi arrivati dall’estero per un totale di 375 milioni di dollari. Somme che, secondo le autorità federali, celerebbero «secondi fini» da parte dei Paesi di provenienza.
Per la legge americana, college e atenei hanno l’obbligo di rendere note le donazioni che ricevono o i contratti che sottoscrivono con l’estero, se questi eccedono i 250mila dollari. «Purtroppo più scaviamo e più scopriamo che in troppi dichiarano meno del dovuto o non dichiarano proprio nulla», ha commentato in una nota la segretaria all’Istruzione, Betsy DeVos. Gli sforzi del dicastero per far emergere gli illeciti sono cominciati a luglio dell’anno scorso: da allora, in poco più di 7 mesi, le indagini hanno fatto scattare, da parte delle istituzioni pubbliche e private finite nei controlli, la dichiarazione di complessivi 6 miliardi e mezzo di dollari, precedentemente mai denunciati e provenienti da Qatar, Cina, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Una cifra ancora «largamente sottostimata», secondo il dipartimento guidato da DeVos. Come aveva già evidenziato l’anno scorso un rapporto della commissione permanente d’inchiesta del Senato sull’impatto della Cina sul sistema educativo Usa, tra i soggetti che finanziano gli atenei americani c’è lo Hanban, l’ufficio del ministero dell’Educazione della Repubblica Popolare che promuove l’Istituto Confucio, un programma per la diffusione all’estero della lingua e della cultura cinese. Un’iniziativa presente in vari Paesi del mondo (Italia compresa), e considerata dagli Usa uno strumento di propaganda del regime di Pechino.
La notizia dell’indagine avviata dal governo americano arriva in un momento di tensione tra le università e le autorità federali, con queste che accusano le prime di dipendere troppo dai fondi stranieri tanto da perdere libertà e credibilità. Per la ministra DeVos è una questione di «trasparenza». «Studenti, donatori e contribuenti – ha detto – hanno il diritto di sapere». Non solo: il timore di Washington è che, attraverso finanziamenti e collaborazioni, la Cina e gli altri Paesi considerati rivali possano sottrarre agli Usa conoscenze da riutilizzare in patria, anche in ambito militare. L’altra paura dichiarata è che questi soldi siano uno strumento per fare propaganda e generare consenso fuori dai confini nazionali. Proprio alcune settimane fa Yale, coinvolta nelle indagini, ha comunicato l’intenzione di cancellare dai programmi il corso di storia dell’arte, tra i fiori all’occhiello dell’ateneo. Il motivo? Troppo incentrato sull’Occidente e poco sul resto del mondo. 
In questa vicenda l’attenzione è quasi tutta rivolta alla Cina, nel mirino dell’amministrazione Trump dalla guerra commerciale in poi. A fine gennaio è stato arrestato nel suo ufficio ad Harvard Charles Lieber, presidente del dipartimento di Chimica e Biologia chimica dell’università e pioniere nel campo delle nanotecnologie. La procura del Massachusetts gli contesta il fatto di aver mentito sui propri legami con Pechino, da cui avrebbe ricevuto negli anni centinaia di migliaia di dollari. Lieber, secondo gli inquirenti, era infatti stato reclutato nel programma «Thousand Talents» lanciato dalla Cina nel 2008 per attirare talenti stranieri dietro generosi compensi: stando all’accusa, Lieber pubblicava articoli scientifici, organizzava conferenze internazionali e richiedeva brevetti a nome della University of Technology di Wuhan, in Cina, e in cambio riceveva un compenso di 50mila dollari al mese più altri 158mila per il mantenimento. Ora rischia fino a 5 anni di carcere per non aver dichiarato questi accordi.