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 2020  febbraio 14 Venerdì calendario


Si fa presto a dire maschi

A inizio febbraio, mentre Sanremo diventava gender fluid, le sfilate di moda maschile si trasformavano in non binarie e alcuni attori erano in lungo e in raso alla notte degli Oscar, un teorico famoso della mascolinità tradizionale veniva ricoverato per abuso di benzodiazepine. I fatti non sono direttamente correlati; i processi che hanno portato fin qui sì. Jordan Peterson, professore a Harvard e Toronto, filosofo su YouTube con due milioni e mezzo di abbonati, autore di bestseller come An Antidote to Chaos e il caos sono le femmine, era dipendente da Xanax e Valium molto prima di vedere i modelli di Gucci e Gaultier. Forse perché aderire al suo idealtipo maschile – un Clint Eastwood più colto e rancoroso – è faticoso. Perché la virilità a tutti i costi genera ansia, oltre a infiniti conflitti inutili. E perché la guerra per ridefinire la mascolinità moderna è aperta e incerta. Da un lato c’è la compagine che guadagna voti e consensi, la destra sovranista, convinta che – parole di Peterson – «il declino della virilità equivale alla morte di Dio». Dall’altra una compagine di persone queer, uomini stufi di stereotipi da spogliatoio, e giovani, tanti.
Su di loro e per loro apre il 20 di questo mese, a Londra, al Barbican Centre, la mostra Masculinities , mascolinità, al plurale: ci sono tanti modi di essere maschi. E il modello egemone è talmente messo in dubbio da rilanciare virilissimi partiti fascisti. E sta emergendo, scrive lo storico bolognese Alessandro Bellassai, studioso del genere, «una nuova condizione maschile, nella quale i tradizionali travestimenti retorici della virilità non sono più efficaci a occultare le contraddizioni di un modello identitario sempre più anacronistico, all’indomani della doppia rivoluzione del neocapitalismo e del neofemminismo». 


Svirilizzazione o liberazione
Molti però dissentono, e sono commentatori anche di sinistra non giovanissimi, troll di tutte le età, donne preoccupate di non trovare partner adeguati (altre sono stanche di mentire per preservare i fragili eghi dei compagni; e i maschi rudi e pigri, per millenni venduti come top of the line , sono ora meno ricercati, o divisivi). Vedono una svirilizzazione generale, dove altri sperano in una liberazione maschile. Per il momento, al Barbican si propone una «Liberazione attraverso la fotografia» dipanata con grande pluralismo, le sezioni vanno da Gay Semiotics a Portraits of Taliban Fighters (e i talebani hanno occhi truccatissimi di kajal). «È un buon momento per una mostra così, con il #Metoo, il revenge porn , l’ascesa di uomini forti come Donald Trump e Vladimir Putin», ha scritto sul Financial Times il critico Ekow Eshun.


I red carpet dandies
Lo è anche negli Stati Uniti, nazione spaccata anche sulle questioni di genere. A un presidente testimonial globale della mascolinità tossica si oppone un’industria culturale che sperimenta. Ai grandi eventi hollywoodiani – ultima la notte degli Oscar – sono normali i presenti in abito da sera, come l’attore Billy Porter e Jonathan Van Ness, anima della serie Queer Eye (in cui cinque gay rimettono in sesto etero depressi sovrappeso e chiaramente trumpiani, e dovrebbe essere premiato come programma di pacificazione nazionale). Con loro ci sono i Red Carpet Dandies, come Timothée Chalamet, Jared Leto, Shawn Mendes, con smalto sulle unghie, tacchi, qualche gonna. Quest’anno si è portato anche il maschiaccio pentito, ed era Joaquin Phoenix, che ritirando l’Oscar ha fatto mea culpa: «Sono stato un cattivo per tutta la vita. Sono stato egoista, a volte crudele». Joseph Kocharian, stylist delle star, ha spiegato come la conversazione sulla fluidità ha avuto un effetto deflagrante nel mondo dei famosi: «Ora c’è una visione più evoluta della mascolinità, e gli uomini hanno potuto accettare i loro elementi femminili. E sono più creativi».


I baci nazionalpopolari
Che piaccia o no, Sanremo 2020 verrà ricordato per le entrate in scena di Achille Lauro, e per il bacio di Fiorello. Il trapper romano, a seconda dei giorni re-interprete di San Francesco, di Ziggy Stardust, della marchesa Casati e di Elisabetta prima, ha postato un testo che iniziava con «sono stato anche io bambina» e proseguiva inneggiando a Ziggy Stardust-David Bowie, «simbolo di libertà espressiva e sessuale e mascolinità non tossica». Il conduttore, col suo bacio sulle labbra di Tiziano Ferro (ambedue avevano l’aria di chi ha perso una scommessa) avrà forse nel medio termine gli stessi effetti sdogananti delle serie tv con personaggi gay, da Will & Grace a Modern Family ; con più insulti per via della diretta.


Le sfilate-bomba
E comunque «vestire Achille Lauro è stato come mettere una bomba all’Ariston», ha detto a Repubblica Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci. La seconda bomba, dopo la sfilata Masculine Plural, e la moda uomo “tenera e gentile” o colorata e sfrontata e anche parecchio divertente delle passerelle di quest’anno. E ora, dopo sfilate- premi-festival e prima della mostra, in molti le vedono come una controffensiva culturale, una reazione alle avanzate sovraniste. Ma pure – sempre il Financial Times – una strategia per conquistare una nuova generazione di consumatori per i quali «i confini di genere e i limiti sessuali vengono sempre meno rispettati». È una nuova generazione di colleghi, partner e cittadini, e chissà cosa andrà in scena a Sanremo quando saranno anziani (ci sarà ancora Sanremo).