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 2020  febbraio 14 Venerdì calendario


Il tabù omofobico che univa destra e sinistra

Non per essere sdolcinati, o peggio, ma l’allegra naturalezza e soprattutto il sorriso con cui Elly Schlein ha messo in onda il suo orientamento siano dedicati oggi alle tante, troppe vittime politiche dell’omosessua-lità: per un tempo lunghissimo costrette ad accumulare imbarazzo, vergogna, sospetti, mortificazioni, e poi colpa, ricatti, amarezze, sofferenze. Dalle schedature del Servizio segreto militare che non solo si comportavano come una specie di polizia dei costumi, ma arrivò anche a ingaggiare persone omosessuali per compromettere qualche potente, alle compiaciute allusioni su «tendenze socratiche e saffiche» attribuite dal Prefetto degli Affari Riservati Federico Umberto D’Amato a questo o quell’esponente; dai bocconcini scottadito di Mino Pecorelli al recente “metodo Boffo” passando per le carriere stroncate ad alcuni dirigenti e amministratori comunisti per questione di “pederastia” (così Togliatti), insomma, è densa e triste la lista dei gay feriti, assassinati o tenuti fra i vivi e i morti dal pregiudizio omofobico.
E non è per pietismo che li ricorda. Il deputato monarchico che si innamorava dei pugili. Il deputatino ex Azione cattolica apparentemente casa e chiesa, ma spaventato e pieno di tic. L’onorevole dell’Udi libera e fiera di tutto, ma non di quello. Quante paure. Le foto compromettenti, i segreti bisbigliati dai parroci, i diari e le confessioni degli amanti, le carte di polizia, gli ammiccamenti, le risatine, l’assurda terminologia, “invertiti”, “capovolti”.
E il ministro Tremaglia che esplodeva: “culattoni!”; e Bossi che chiamava il sindaco col nome femminile; e Buttiglione che tirò in ballo il peccato (donde la bocciatura da commissario europeo). Ancora pochi anni orsono un collaboratore del senatore Fisichella, avvistato a qualche Gay Village, fu licenziato in tronco (subito però riassunto dalla ministra Prestigiacomo). Ecco, sì, il coming out di Schlein, ma più ancora il modo in cui è stato accolto, segnano, se non una impossibile rivincita, qualcosa di molto prezioso che per una volta mette in causa la civiltà politica, espressione oggi desueta, negletta,dimenticata. Ciò detto, le principali culture politiche del novecento (fascista, marxista, cattolica) furono a lungo fermamente ostili all’omosessualità; mentre gli altri partiti della Prima Repubblica, laici e craxiani, la consideravano al massimo un guaio privato, e in ogni caso erano vistosamente maschilisti. Nessuno allora ebbe mai il sospetto che il sesso c’entrava poco con le ideologie. E dire che per vie traverse e vaghe deduzioni – ché certe faccende non si vanno a certificare dal notaio – la questione omosessuale aveva comunque già lambito ai massimi livelli la Patria (vedi il dossier sul giovane Umberto di Savoia che Mussolini si tenne stretto fino a Dongo), la Religione (vedi le rivelazioni dello scrittore francese Peyrefitte su Paolo VI), la Resistenza (vedi le voci su Pietro Secchia «affettuoso frequentatore di gagliardi marinai» divulgate su base Ovra da Eddy Sogno). Come tutto questo sia venuto meno è già molto più complicato. La fine della divisione della sfera pubblica e privata. Il soggettivismo, l’accelerazione tecnologica, forse anche la cultura del gossip. Ma qualcuno occorre pure ringraziare. Primi fra tutti Pannella e i radicali che già ai tempi del caso Braibanti, era ai tempi del Sessantotto, estesero la politica alla notte con la convinzione che solo vivendola alla luce del giorno l’omosessualità avrebbe smesso di essere un’arma politica. Poi Franco Grillini, che non ebbe paura. Poi anche Alfonso Pecoraro Scanio, che da ministro, fece un mezzo coming out ai tempi del primo straordinario Gay Pride (2000).
Le altre tappe sono già più prossime: l’elezione in Parlamento di Vladimir Luxuria, la vittoria in Puglia di Nichi Vendola. Contraddittorio l’apporto di Berlusconi alla causa: da un lato il Cavaliere indulgeva a volgari discriminazioni (una volta proprio contro Vendola si toccò l’orecchio in segno di disprezzo), dall’altro veniva dal mondo dello spettacolo, era circondato da collaboratori e poi da collaboratrici gay, una volta si attribuì una parte femminile, anzi lesbica, un’altra confidò che magari se qualcuno avesse insistito, e così via, fino a meritarsi, dagli e dagli, da Dagospia il titolo di «Frocio ad honorem». Perché ormai si poteva anche ridere, come si ride oggi di Sgarbi che segnala oggi un governo di “cripto- checche”. Ma prima di fare la legge sulle unioni civili ci furono anni e anni di goffe incertezze, diplomatismi cialtroni, astute strategie per ingraziarsi (invano) il cardinal Ruini. Renzi adesso giustamente se ne vanta, ma non è che fosse il suo desiderio più grande. Come che sia, la norma è arrivata. Dalla persecuzione al sorriso di Elly Schlein corre ormai un secolo. La storia è lunga e ci vuole sempre un sacco di pazienza.