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 2020  febbraio 14 Venerdì calendario


Vestiremo alla videogame

L’industria della moda non ha più bisogno di persone per promuovere i suoi design. Adesso usa pupazze virtuali che sembrano vere, come @lilmiquela (1,9 milioni di follower su Instagram) e personaggi di videogiochi famosi tipo League of Legends, del genere Moba (Multiplayer online battle arena). Sviluppato da Riot Games nel 2009, e giocato da cinquanta milioni di utenti al giorno, il suo motto è Diventa una leggenda. Cinquanta milioni di leggende al giorno, che al mese fanno centocinquanta milioni di leggende: la moda non poteva farseli scappare. E infatti Louis Vuitton, che di base vende trolley costosissimi ai cinesi, alle soglie del 2020 unisce le forze con l’industria dei videogame fatta da teen asiatici che partecipano a campionati mondiali negli stadi di Beijing e progetta alcune skin (nome delle toilettes nel mondo del sublime digitale) per il gruppo hip-hop virtuale di League of Legends.
OGGETTI PERSONALI
La band si chiama True Damage ed è composta da cinque eroi: Qiyana, Akali, Ekko, Yasuo, e Senna. Sia Qiyana che Senna indossano skin di prestigio disegnate dal più nerd dei fashion designer e cioè il direttore creativo di Louis Vuitton Nicolas Ghesquière. Mettere hip-hop e alta moda in un gioco come Lol non è facile. Significa identificare le tendenze del design e renderle credibili in un mondo di gatti parlanti e assassini che viaggiano nel tempo. Seth Haak, direttore artistico di Riot, ha dichiarato alla rivista specializzata The Verge che «mettere vestiti addosso ai personaggi non funziona più. Il gioco dev’essere vissuto. Se qualcuno porta una spada o un’arma, o un oggetto personale, deve apparire come qualcosa di prezioso, di suo». 
Assurdo se si pensa che i millennials sono la generazione che ha distrutto il Big Mac e il senso del possesso che fu pre-alessandrino (come cantava Battiato) a favore del concetto neo-hippy di condivisione. Il nuovo lusso punta sull’accessibilità, non sul possesso. Anche perché i millennials tanto ricchi non sono proprio.

LA CORSA
La mossa di Louis Vuitton gli apre un nuovo mercato che vale un miliardo e mezzo di dollari e attrae centinaia di milioni di nuovi giocatori all’anno. D’altro canto, fa uscire l’industria dei videogiochi all’aperto per influenzare la moda, che a sua volta prende ispirazione dai videogame. D’ora in poi, i nerd siamo noi che andiamo al cinema. Tra l’altro, da oggi sul sito di Louis Vuitton si può comprare la capsule collection di Senna. A questa operazione di marketing si affiancano le app create da Burberry (B Bounce) e Gucci (Gucci Arcade) per giocare online, la collezione di rossetti lanciata da Mac Cosmetics con Honour of Kings – ispirata dalle conversazioni social tra giocatrici – e quella di Moschino per The Sims4 – dove i Simmini possono vestire i personaggi negli stili Moschino e poi comprarli.

CREATURE ALIENE
A partire dagli anni duemila, l’immaginario digitale formato dai videogiochi – anche certi film sembrano videogiochi – ha squassato la moda e, quindi, la società. Uno dei designer che più ha lavorato e con immensa poesia sui confini incerti del corpo fisico è stato Alexander McQueen. Già in una collezione di dieci anni fa le modelle sembravano creature aliene: abiti metallici, colli alti, spalle distorte, scarpe che ridisegnano il piede umano. Più di recente, Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, ha lavorato con successo sull’annegamento del genere nell’archeologia cosmica e nel costume dei secoli. Nelle passerelle della primavera-estate l’influenza dell’estetica lisergico-epilettica dei videogame era da Gucci e dalle sue modelle con occhiali robotici, camicie di forza e glitter monocromi; ma anche da Versace che, a modo suo, celebra la tecnologia, e in particolare il giorno in cui ha fatto la storia grazie al vestito stampa jungle indossato nel 2000 da Jennifer Lopez: su internet l’hanno cercato così tante persone che Google ha inventato la ricerca per immagini.

LO SMARTPHONE
Da Louis Vuitton la macchina del tempo ha corso veloce fino ad abbracciare una Belle Epoque futuristica: dai turbinii psichedelici di un cappotto jacquard verde a una strabiliante giacca di pelle dipinta a mano con volti angelici. Anna Kiki, della designer Anna Yang, ha proposto colori vitaminici e tessuti lucidi come lo schermo dello smartphone, mentre la sfilata K-Hawaii kawaii in giapponese significa carino e si riferisce all’estetica di Hello Kitty – di GCDS (God Can’t Destroy Streetwear), per la primavera evade in un mondo tropical-digitale di colori vibranti e stampe ironiche con gli occhioni e i capelli viola dei cartoni animati, tenuto insieme dallo styling di Anna Trevelyan.