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 2020  gennaio 15 Mercoledì calendario


I due preparatori che fanno volare l’Atalanta

Dalla promozione in A nel 2011 agli ottavi di Champions, in un decennio l’Atalanta è diventata una delle realtà più europeiste del panorama calcistico. E non solo per i risultati. Nel gruppo di lavoro di Gian Piero Gasperini si è creato un connubio particolare fra un calabrese e un danese, i “responsabili” di questa Dea che corre, corre, corre, al di là di ogni riferimento mitologico. A quanti pongono la domanda “ma come fanno ad andare così?” (vedi la partita con l’Inter), la risposta ha due nomi: Domenico Borelli (il preparatore atletico) e Jens Bangsbo (il guru). Crotonese, classe 1959, Borelli è diplomato Isef e nel 1983 inizia a insegnare nelle scuole ed allenare la squadra locale di atletica leggera. Alla base del suo credo ci sono i concetti del lavoro su pista e del fondo più in generale (tanto che ritiene il nerazzurro Castagne «capace di correre la Maratona di Ney York in meno di due ore e mezzo»), che applicherà al calcio, a cominciare da metà Anni 90 quando, dopo aver guidato gli Juniores del Crotone, viene promosso a curare la preparazione della prima squadra salita in serie D. Dopo le esperienze al Torino e al Lecce, nel 2015 torna al Crotone centrando la storica promozione in serie A con mister Juric. È allora che Gasperini (conosciuto proprio in rossoblù nel 2003/04) lo vuole a Bergamo. Qui Borelli porta al top il proprio lavoro, impostato su esercizi classici di base con tante ripetute, predisposizione mentale e autostima nella capacità di saper fare pressing alto e recuperare la posizione (pensate a come si muovono i difensori dell’Atalanta, non a caso il “maratoneta” del gruppo è Djimsiti con 10,8 km di media a gara). Due i giorni settimanali deputati al massimo carico fisico dove è decisiva l’intensità, non tanto i volumi. È vero che i calciatori più performanti possono correre 11-12 km a gara (l’interista Brozovic comanda la classifica con 12,7) ma in un’ora e mezzo è una distanza che può essere coperta da quasi chiunque. Il succo è un altro: in estrema sintesi, serve prepararsi a momenti di grande sforzo alternati a pause di corsa leggera. Quello che avviene in partita. Osservando le statistiche, durante i 90 minuti se ne giocano “effettivi” circa 45 ed è qui che il “metodo Borelli” sposa quello di Bangsbo: trasformare ogni partita in un grande allenamento, cosa che permette lucidità ed efficienza nei momenti chiave. Alla base delle teorie del guru danese c’è infatti l’estremizzazione del modello 10-20-30. Ipotizzando un minuto di esercizio, in ogni serie si fanno 10” ad un ritmo superiore al 90% della massima velocità, i successivi 20” intorno al 60%, gli altri 30” sotto al 30%. Siamo nel concetto di allenamento ad alta intensità, pratica ormai applicata a moltissimi sport, che si tratti di atleti professionisti o amatori, dove si personalizzano le sedute per mantenere più a lungo possibile la condizione al top e minimizzare il rischio di infortuni. La vera differenza che Bangsbo ha teorizzato e applicato al campo riguarda però il concetto faticare gestendo lo strumento, il pallone. Classe ’57, ex esterno di fascia con oltre 350 partite nella prima divisione danese, professore universitario e autore di 15 libri sul calcio, Bangsbo ha ideato il “test yo-yo” (scatti “a navetta”) e ha sviluppato programmi ad hoc per gente come Iniesta, Tevez, Ronaldinho e Fabregas, e un allenamento per la velocità creativa dedicato a Cristiano Ronaldo. Carlo Ancelotti ricorda di averlo conosciuto alla Juve: «È stato uno dei primi a introdurre la novità del lavoro atletico con la palla. Collaborava col club ma i suoi metodi furono giudicati troppo innovativi». Non per Lippi, che quando tornò nel 2001 lo volle con sé a tempo pieno, non per Gasp che (conosciutolo mentre era mister della Primavera bianconera) dopo i primi mesi altalenanti della stagione 2018-19 lo ha convinto a seguirlo a Bergamo per applicare la sua scienza ai giocatori con allenamenti specifici, per migliorare soprattutto la capacità di far gol, magari allenandosi «a porte chiuse, perché quando i tifosi assistono alle sedute non si capisce niente», come ricordava in un’intervista riguardo al suo periodo in bianconero. I frutti sono evidenti. In serie A l’Atalanta è stata prima l’anno scorso per gol (77) e lo è ora sempre per reti (49: 2,58 a partita), tiri (287 totali,168 in porta) e assist (31), cioè le situazioni dove si sta con la palla tra i piedi. E rispetto ai campionati di vertice in Europa, la Dea ha il terzo attacco, dietro a City (62), Liverpool (50) e alla pari col Barça. Alle 15 si gioca, ottavi di Coppa Italia in casa della Fiorentina, è pronto pure Caldara: «Sta bene», sorride Gasp. I milanisti che diranno?