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 2020  gennaio 15 Mercoledì calendario


Gli animali-robot non piacciono ai bambini

Alla fine, dopo tre ore di show, code, giochi, laboratori, spiegazioni, resto spiazzato da mio figlio di sette anni: «Quale robot mi è piaciuto di più? Non lo so… Ma dai, papà, erano tutti finti». Così, alle otto di sera, usciamo dal grande salone di City of robots, spettacolo hi-tech nato a Riga che ha girato nell’Europa dell’Est e che in Italia, dopo tre settimane a Padova, fino al 9 febbraio soggiorna a Milano al Bicocca Village. Uno show che è un vero Circo 4.0. In passato l’esibizione era riservata a elefanti, leoni e tigri, poi sono andati in scena solo gli uomini (come nel Cirque du soleil), oggi le stelle sotto il “tendone” sono soprattutto umanoidi e specie di incroci fra macchine e animali. Nessuna performance straordinaria però: per ora la vera impresa è la nostra normalità. E gli oltre 70 robot ce la mettono tutta. L’Intelligenza artificiale è fra noi. 
Ma come: abbiamo parlato con la ragazza Riki, ascoltato il “giovane” Federico, coccolato il cane Aibo, riso per le facce di SociBot, stretto la mano lunga e magra di Thespian, scambiato qualche segreto con l’empatica Pepper, ammirato il pesce robot (creato per la scienza ma esibito per il business da qualche ristorante di Tokyo), applaudito alle evoluzioni di ragni e calciatori personal trainer nel Grande teatro, e dici che erano finti? Mi guarda e nel suo sorriso non c’è delusione, anzi. Come le decine di altri bambini che con i loro genitori hanno fatto il giro dei robot, ha rivolto un sacco di domande alla paziente guida Anna, si è fermato a leggere i pannelli illustrati, si è divertito con i giochi e la realtà virtuale. Però nei suoi, come negli occhi degli altri coetanei, si è intravisto un certo disincanto. Lo stupore era negli sguardi dei genitori o dei ragazzi molto più grandi. Per loro, come per me, i robot “veri” che parlano e si muovono quasi come noi rappresentano ancora il futuro. 
Lo ammetto: la generazione “touch”, che ha imparato a giocare e a scrivere facendo tap tap sugli schermi di cellulari e tablet, mi ha sorpreso. All’ingresso mi aspettavo “ooohh” che sono sì arrivati, però più dai grandi, me compreso. I robot per i bambini sono “finti”: sono sempre esistiti e non sono granché diversi dai giocattoli. Parlano? Ti prendono la mano o ti abbracciano? Beh, qual è la grande novità per chi è nato nella realtà virtuale e ha già visto un simil-Aibo (il cane Sony replicato in versioni sempre più Ai) da Toys o nel carrello di Amazon? 
E così mi è venuto in mente Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia e padre dell’ICub, l’androide bambino. Quando lo ha mostrato al figlio Fabrizio, lui ha reagito così: «Papà, è finto! È di plastica e ferro». Non se l’aspettava. Come me.