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 2020  gennaio 14 Martedì calendario


Il museo che custodisce la luce di Van Gogh

La lunga linea d’ombra la società specializzata nell’organizzazione di eventi d’arte di Marco Goldin, curator princeps delle mostre sold out che collega i grandi maestri della pittura alle code record, passa da Otterlo, Olanda, un’ora di auto da Amsterdam, in mezzo al maggior parco nazionale del Paese, De Hoge Veluwe, cinquemila ettari di foresta, brughiera, cervi, mufloni e una luce fatata.
Benvenuti al museo Kröller-Müller (gioiello di un Paese, l’Olanda, in cui la lotteria nazionale finanzia i musei per l’acquisto di opere, e l’idea sarebbe da portare in Italia), la seconda casa di Vincent Van Gogh, con novanta suoi dipinti e cent’ottanta disegni, vale a dire subito dopo il Museo Van Gogh di Amsterdam la maggiore collezione al mondo di opere dell’artista del Brabante.
È da qui che arriveranno settanta opere, su centoventicinque totali,che costituiranno il percorso della mostra prossima ventura Van Gogh. I colori della vita (dai titoli di Marco Goldin non si sfugge, neanche lui ci riesce) che aprirà a Padova, nelle sale del recentemente rinnovato Centro San Gaetano, dal 10 ottobre 2020 all’aprile 2021.
La cultura cambia le città, sempre. Padova è già bellissima, ma il Comune ha deciso di investire nel progetto monstre di Marco Goldin – radici profondamente venete e straordinarie relazioni internazionali -, e della sua Linea d’ombra, che compie 25 anni e che a oggi (piaccia o non piaccia lo stile Goldin) ha fatto qualcosa di unico in Italia: una sequenza di grandi mostre per 11 milioni di visitatori complessivi. Chapeau. Che in italiano si dice una garanzia. 
Conseguenza: una nuova, ennesima (i critici diranno se necessaria scientificamente o no) mostra, e comunque diversa, sull’artista più amato dal pubblico di massa e dal mercato d’élite.
Padova fa le cose in grande. Marco Goldin, ancora di più. In questo è lui il maestro. Chiama Van Gogh Vincent, come un amico che conosce da tempo, lo studia e lo ama da una vita è la sesta mostra in cui Goldin mette l’artista olandese al centro e nel titolo di una sua esposizione – e a Otterlo per presentare il nucleo centrale di quella che è già una delle grandi mostre annunciate del 2020 (con contorno di cicli di conferenze con i massimi esperti internazionali di Van Gogh, a partire dai curatori del museo Kröller-Müller, oltre a concerti e la proiezione di tre documentari girati nei luoghi dell’artista), ha invitato centocinquanta tra amministratori locali, dal sindaco in giù, artisti italiani che saranno protagonisti di esposizioni collaterali, uomini e donne del suo staff, e giornalisti. È la formula Goldin. Consolidata.
L’idea invece è una mostra nuova, Anzi sorprendente, dice. «Un approfondimento sulla vita e l’opera di Van Gogh come fosse un vero romanzo, dove ai capolavori esposti si affiancano il racconto della vita, la scoperta di colori nuovissimi e la relazione con alcuni artisti per lui determinanti».
Già un anno di lavoro alle spalle, uno (quasi) ancora all’apertura, centoventicinque opere esposte (di cui ben settanta, tra dipinti e disegni, prestate dal museo Kröller-Müller di Otterlo), divise in cinque sezioni. Si partirà da «Il pittore come eroe»- con un quadro solo nella prima sala di Francis Bacon, realizzato nel 1956 e che nasce dall’immagine di un quadro di Van Gogh andato distrutto sotto i bombardamenti alleati su Magdeburgo durante la seconda guerra mondiale, in cui al centro c’era la figura dello stesso pittore che attraversando i campi grano ad Arles tornava dall’eroico, appunto, lavoro quotidiano sotto il sole, con cavalletto e pennelli – fino ad arrivare al «termine del viaggio», la sezione finale, con dieci dipinti pieni di luci e colori nuovi che danno conto dell’ultimo straordinario anno di vita di Van Gogh, tra il 1889 e 1890, trascorso quasi per intero nella casa di cura per malattie mentali di Saint-Rémy, in Provenza.
Tra i pezzi più importanti che arriveranno a Padova, la versione più celebre del Seminatore, del 1888; un nucleo di disegni, tra cui alcuni rarissimi, mai usciti prima dal museo di Otterlo, dei primi anni della carriera di Van Gogh, a matita, carboncino e inchiostro, in cui l’artista riflette sulla vita rurale, tra contadini, minatori e raccoglitori di fieno; tre ritratti della famiglia Roulin: il postino (che in realtà era l’impiegato dell’ufficio postale della stazione ferroviaria di Arles), sua moglie e il figlio maggiore; cinque/sei teste preparatorie per il famosissimo I mangiatori di patate; il meraviglioso olio La vigna verde (1888) che Van Gogh dipinse per festeggiare l’arrivo dell’amico Paul Gauguin ad Arles («Un quadro bellissimo, materico, con dentro anche della sabbia, che l’arista mise nel tinello della loro piccola casa gialla in onore di Paul»); una versione particolare del giardino della casa di cura di Saint-Rémy; una non così vista serie dei Tessitori; il celeberrimo autoritratto (iconico si dice in questi casi) del 1887; e poi campi di grano, cipressi, le vedute del Moulin de la Galette, falciatori, lune nascenti (è ad esempio su un quadro dipinto nel 1889 usando non una tela ma una tovaglia a quadretti) e cieli ovviamente stellati.
«Perché piace così tanto Vincent Van Gogh? Perché creando un colore nuovo e rivoluzionando la pittura ha aperto una via, anticipando il futuro – quando parla d’arte Marco Goldin è un grande raccontatore, qualcuno direbbe uno storyteller. Che poi è il nostro presente». 
E infatti (anche se i puristi delle mostre a regola d’arte storceranno il naso) saremo tutti lì, in coda, ancora una volta colore assoluto e luce zenitale – per ammirarlo.