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 2020  gennaio 14 Martedì calendario


Quando è il neo papà a deprimersi

Se ne facessimo un discorso di «pari opportunità», dovremmo ammettere che la natura è stata più equilibrata nel distribuire a uomo e donna le gioie e i dolori del diventare genitori: tra i «dolori», la depressione post-partum, comunemente associata alla donna, colpisce anche lui. È solo più difficile da diagnosticare, ma i papà che ne soffrono sono l’8-10%, secondo le meta-analisi più recenti.
All’Ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina, a Roma, con i suoi 3 mila parti l’anno, il problema è noto. Ecco perché i suoi medici stanno dando vita a un progetto che identifichi il dato sommerso e offra cure a questa «occulta» popolazione di papà.
Emanuele Cassetta è il neurologo dell’ospedale romano, con un master in medicina di genere, che ha contribuito a elaborare il progetto e conosce il fenomeno: «I fattori di rischio per uomo e donna nella depressione post-partum sono diversi: nella donna influiscono eventuali complicanze durante la gravidanza e altri timori riguardanti le modalità del parto, l’accudimento e la salute del bambino». L’uomo, invece, può ammalarsi per motivi diversi: «Sono predisponenti i timori sulla capacità di assumere il ruolo di padre, nelle sue valenze psicologica e sociale».
Diversi anche i sintomi e la differenza è probabilmente responsabile della sottostima della malattia. Attenzione, quindi, ai segnali: «Lo stereotipo della depressione rappresenta il paziente triste e poco attivo, mentre nell’uomo con depressione post-partum possono essere osservati quadri complessi: contemplano, oltre a sensazioni di tristezza e sconforto, irrequietezza, irritabilità, indecisione, eccessiva preoccupazione, che può tradursi in esagerate attività di controllo e accudimento, e alterazioni del comportamento meno riconoscibili, quali l’iperattività lavorativa o il bere. Frequente è inoltre una sintomatologia ansiosa associata a quella depressiva».
La diagnosi di «depressione peripartum» prevede che l’episodio depressivo insorga durante la gravidanza o entro le prime quattro settimane dopo il parto. «Nel caso dell’uomo, oltre a essere spesso più lievi, i sintomi tendono a esordire più tardivamente e ciò contribuisce - spiega il medico - al fatto che spesso non vengano posti in relazione alla condizione di neo-paternità».
Prima di svelare come correre ai ripari, in termini di miglioramento delle capacità di riconoscimento dei segnali e di trattamento con il nuovo progetto, ora in fase di definizione per essere sottomesso al comitato etico, è affascinante dare uno sguardo alla biologia della depressione, così da darle un significato corretto secondo il genere.
Quando si parla delle basi biologiche della depressione, ci si riferisce alle modificazioni di neurotrasmettitori-chiave come serotonina, dopamina e noradrenalina. Il quadro, in realtà, è più complesso nel caso della depressione post-partum, perché dopo la nascita del bimbo il cervello subisce una rivoluzione e i circuiti cerebrali di entrambi genitori si riadattano: «È necessario per imparare a capire meglio i segnali del neonato ed essere più attenti ai suoi bisogni e nell’uomo avvengono sia durante le ultime fasi della gravidanza della partner sia dopo la nascita del bambino». Nella donna, inoltre, per favorire la montata lattea aumenta l’ormone prolattina, che però è in «equilibrio» con il neuro-ormone dopamina (necessario a sostenere il tono dell’umore), il quale quindi cala.
Nell’uomo modificazioni delle concentrazioni di ormoni come cortisolo e testosterone (che cala) possono predisporre alla depressione: «È noto il ruolo degli ormoni sul tono dell’umore nel maschio. Basti pensare all’aumentato rischio di depressione dei maschi con bassi livelli di androgeni, come il testosterone». Esattamente come nel caso della depressione senile. Per quella post-partum, però, non ci sono abbastanza mezzi diagnostici né trattamenti standardizzati. Il progetto dell’ospedale romano prevede, quindi, di «intercettare» chi è a rischio o con sintomi già in atto, informandolo, eseguendo screening diagnostici ed eventualmente proponendo interventi terapeutici in momenti-chiave: durante i corsi di preparazione alla gravidanza, al momento della dimissione dopo il parto e nel corso delle visite di controllo. «E’ un’occasione di estrema utilità, dato che l’esordio depressivo è, nell’uomo, spesso tardivo».
Al neo-papà potrà essere proposto un intervento psicoterapeutico di tipo cognitivo-comportamentale: definito «Terapia di accettazione e di impegno nell’azione», prevede un protocollo di 10 sedute, oltre a incontri a distanza: «Esistono numerose evidenze che sia efficace».