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 2020  gennaio 14 Martedì calendario


Il carbone australiano fa infiammare anche la Germania

Sotto l’insegna celeste della Siemens, uno striscione con il grido di una generazione, quello di Greta Thunberg: « How dare you », «come osate». Nel gelo berlinese addolcito da un timido sole, decine di ragazzi cantano «potere al popolo». La manifestazione spontanea davanti alla sede del colosso tedesco è una delle tante proclamate ieri dopo la conferma che Siemens parteciperà, come fornitore di segnaletica ferroviaria, a uno dei più controversi progetti del pianeta, la miniera di carbone degli indiani di Adani nel Queensland, nell’Australia che brucia da settimane anche per colpa dei cambiamenti climatici.
Le proteste in una dozzina di città tedesche contro Siemens «sono solo l’inizio», promette Pia Haase, 19 anni, felpa con cappuccio e aria inferocita. «È inaccettabile», esclama l’attivista dei Fridays for Future berlinesi, mentre i manifestanti intonano coretti sarcastici. «E non è coerente con un’azienda che proclama di voler diventare “a emissioni zero” entro il 2030. Con la miniera del Queensland, Siemens sarà complice di altri decenni di innalzamento delle temperature. Per noi è frustrante. È come se i Fridays for Future non fossero mai esistiti».
La storia è questa: nel 2010 Adani Mine, della Adani Group, società quotata indiana leader mondiale nel settore dell’energia, mette a punto un progettomonstre per realizzare a Carmichael, nel Queensland centrale, la miniera di carbone più grande del mondo. L’obiettivo dichiarato è quello di esportare in Asia e principalmente in India – dove Adani ha più quote di mercato – la materia prima per la produzione di energia elettrica. Subito si forma un movimento ambientalista molto determinato, convinto su base scientifica che se il progetto andasse in porto ce ne sarebbe abbastanza per far saltare il bilancio delle emissioni di anidride carbonica e far salire la temperatura media, su scala globale, ben oltre i due gradi che secondo gli Accordi di Parigi rappresentano il limite massimo oltre il quale i rischi per la Terra diventano altissimi. L’impatto – dicono – sarebbe devastante, anche perché per far funzionare la miniera, questa dovrebbe essere collegata con il porto di Abbot Point attraverso una nuova linea ferroviaria di nuova costruzione.
I numeri utilizzati dagli ambientalisti per sostenere le proprie tesi sono catastrofici. «La nuova miniera spiegano – determinerebbe un incremento di emissioni di anidride carbonica di 4,6 milioni di tonnellate l’anno, metterebbe a repentaglio la falda acquifera del Great Artesian Basin, implicherebbe il transito sulla barriera corallina di 500 navi cargo l’anno per 60 anni, e metterebbe a rischio la sopravvivenza di due popolazioni aborigene locali: gli Wangan e i Jagalingou». Senza considerare l’impatto diretto sulle specie animali presenti nella zona.
Inoltre, il Galilee Basin, la zona intorno alla futura miniera, è uno dei depositi di carbone più grandi del pianeta. Il timore degli ecologisti è che, una volta avviata l’estrazione, altre compagnie possano seguire le orme della Adani, utilizzando magari le medesime infrastrutture. E innescando di conseguenza quella che il professor Martin Rice, capo dell’australiano Climate Council of Research definisce una «bomba carbonica»: «Se tutto il carbone del Galilee Basin dovesse bruciare – dice 705 milioni di tonnellate di anidride carbonica verrebbero emesse nell’atmosfera ogni anno, vale a dire 1,3 volte l’annuale emissione dell’intera Australia».
Così il movimento promette battaglia, nelle piazze ma soprattutto all’assemblea degli azionisti di Siemens del 5 febbraio. Nick Heubeck, uno dei leader dei Fridays for Future tedeschi, ci racconta al telefono com’è andato il suo incontro della settimana scorsa con Joe Kaeser, l’amministratore delegato di Siemens. Il potente top manager tedesco, sempre in prima fila nelle missioni all’estero diplomatico-commerciali di Angela Merkel, ha avuto con gli ambientalisti un colloquio, dopo il quale ha offerto un posto ai vertici a Lisa Neubauer, una dei leader di Friday for future, che l’ha rifiutato. «Siamo ancora basiti», ricorda Heubeck: «A quell’incontro, Kaeser ci ha detto che l’impegno con Adani è stato “un errore”. Che in futuro l’azienda sarebbe stata più attenta alle conseguenze ambientali dei loro progetti. Che su Adani ci avrebbe pensato su, anche perché i 18 milioni che ricaverebbero da quel progetto sono un nonnulla, rispetto agli 87 miliardi di fatturato che vantano. Avevamo l’impressione che Kaeser avesse capito che quel “nonnulla” rischia di infliggergli un danno d’immagine gigantesco. E invece ha deciso di confermare tutto. Perché?».
Siemens si difende così: «Il danno di immagine che sarebbe derivato dalla disdetta sarebbe stato molto più grave». Dal quartier generale di Monaco, un portavoce ci tiene a precisare che «per un’azienda di 170 anni l’affidabilità è fondamentale». Dalla gara per la segnaletica, però, si mormora che si siano ritirate due aziende del peso di Hitachi e Alstom, imbarazzate per le proteste che in Australia vanno avanti da mesi. Ma Siemens è convinta che se rinunciasse, ci sarebbero «molte aziende pronte a subentrare. Non è tecnologicamente così complicato fornire quel tipo di segnaletica. E bisogna anche considerare le penali».
Però anche il portavoce di uno dei grandi simboli del made in Germany ammette che «è stato un errore» dire di sì ad Adani. E che nello scorso fine settimana molto hanno pesato le pressioni politiche venute dall’Australia, a cominciare dalla lettera del ministro dell’Industria Matt Canavan. Che ha scritto a Kaeser per dirgli di «non cedere alle pressioni degli attivisti». In Germania la politica, per ora, tace. Ma intanto, i titoli dei giornali la dicono lunga sul pensiero di una fetta importante di opinione pubblica. “Catastrofe” è uno dei più misurati.
Il portavoce di Siemens non si scompone. «In futuro istituiremo un comitato che sarà costituito per metà da esperti interni e metà esterni – replica – e che avrà, per la prima volta, potere di veto su progetti dubbi dal punto di vista ambientale». Joe Kaeser, rivela, avrebbe invitato nuovamente Lisa Neubauer a far parte del neo-comitato di controllo.
Dalla Germania, la notizia di Siemens è arrivata in Australia nel primo giorno senza vento dopo un paio di settimane, con Sidney e Melbourne che si sono svegliate asfissiate da un fumo grigio e denso. Una situazione talmente pesante, che il primo ministro Scott Morrison, negazionista della prima ora, dopo aver guardato i sondaggi che lo danno in calo di popolarità, è stato costretto ad ammettere in una intervista all’emittente Abc di aver «commesso grossi errori nella gestione dell’emergenza». Manifestazioni di protesta sono state annunciate in tutto il mondo ed è stato varato l’hashtag twitter #boycottsiemens: «Non ci fermeremo mai. La miniera non si farà». Intanto il Paese continua a bruciare. Il bilancio – aggiornato a ieri – è di 28 morti, 10 milioni di ettari in fumo (quanto la Corea del Sud) e un miliardo di animali uccisi. E la ricostruzione della vicenda Adani è una risposta netta all’attivista Pia Haase, che prima di ricongiungersi con i manifestanti, ci chiede se «per Siemens i soldi sono più importanti del nostro futuro».