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 2020  gennaio 13 Lunedì calendario


Su "Cadrò, sognando di volare" di Fabio Genovesi (Mondadori)

Che invece cosa sono diventato non lo so. Forse ancora nulla, forse mai: perché dobbiamo diventare per forza qualcosa o qualcuno? Non lo siamo già? Perché dobbiamo tirare dritto per arrivare da qualche parte che nemmeno sappiamo dove sta, e intanto perderci il panorama che ci troviamo intorno a ogni passo del nostro viaggio sgangherato?... Capire è un’ossessione nostra, serve solo a distrarci da tutta la bellezza che ci passa accanto, mentre noi a occhi bassi facciamo i nostri conticini su un foglio che il vento sta per strapparci via».


La vita è fatta di viaggi sgangherati a cui vorremmo dare un senso e cancellare un cammino sbilenco con una delle più esecrabili parole oggi in circolazione, «percorso». Come se ci fosse una partenza e un arrivo, come nelle corse ciclistiche. Fabio non sa cosa è diventato (cosa ben diversa dalla solitamente beffarda «crisi esistenziale»), ha ventiquattro anni e studia Giurisprudenza. La materia non lo entusiasma per niente, ma il destino ha voluto così (sotto forma di «tragiche circostanze», per usare la prosa dei giornali locali), e lui non ha avuto la forza di opporvisi. Perciò procede stancamente, fin quando — siamo nel 1998 — per evitare la naja, allora obbligatoria, viene spedito in un ospizio per preti in cima ai monti delle Alpi Apuane per diventare educatore nella scuola del posto; troverà ad attenderlo un monastero dall’aria deserta, una strana sistemazione quasi monacale, e un robusto prete in tuta da lavoro. Il direttore del collegio è un ex missionario ottantenne ruvido e lunatico — si chiama don Marino Basagni —, che non esce dalla sua stanza perché non gli interessa più nulla, mangia noccioline e tratta male tutti tranne Gina, una ragazza che si crede una gallina.


Il nuovo romanzo di Fabio Genovesi, Cadrò, sognando di volare (Mondadori), è l’ennesima conferma della bravura di questo scrittore: nessuno come lui riesce a trasformare vite minuscole di provincia in personaggi esemplari, a riscattare queste esistenze destinate all’oblio con una prosa di rara eleganza e di colloquiale morbidezza, a incalzarle con una finezza psicologica inusuale. Don Basagni è caratterialmente all’opposto di Fabio: prepotente, scorbutico, cinico (ma segretamente generoso)nasconde un passato misterioso e un presente malaticcio e insignificante: regna sul nulla, i suoi sudditi sono tre o quattro malcapitati. Fabio non è portato per le grandi imprese; non appartiene al drappello dei volenti ma al gregge dei nolenti. In comune, però, i due hanno una passione bruciante, il ciclismo. Soprattutto Marco Pantani.


Epopea del Pirata. «Insomma, ecco come sono arrivato al mio destino, proprio come Pantani: la vita ci ha fatti girare e girare dietro ai suoi frutti, ma alla fine ci ha portati in un punto preciso, dove voleva che arrivassero i suoi semi. E ora, dopo tanto impegno, ci trovavamo davanti al momento fondamentale: io dovevo scrivere la tesi e laurearmi, Pantani poteva correre il Giro d’Italia e provare a vincerlo. Il suo babbo e la sua mamma si erano comprati un camper per seguirlo e abbracciarlo dopo il traguardo. Il mio babbo e la mia mamma si erano comprati il vestito per il giorno della laurea, e abbracciarmi allo stesso modo. Uguali, identici. Unica differenza: Marco è nato per correre in bici, quello è il suo talento, la sua passione, la sua vita. A me, studiare legge mi fa vomitare».


La prima volta di Pantani al Giro d’Italia, nel 1993, è un ritiro. La seconda, nel 1994, sconvolge le gerarchie: c’è un romagnolo di 24 anni che, nato a Cesenatico, vola in montagna. La terza nel 1995 e la quarta nel 1996 non ci sono per infortuni. La quinta, nel 1997, si spegne contro un gatto grigio che gli taglia la strada giù dal Chiunzi. Marco Pantani e il Giro, una storia d’amore portata alla follia. Il successo e poi la tragedia umana dello scalatore più forte di sempre. E così quando il 16 maggio 1998 si presenta al via da Nizza, in Francia, le incognite sono molte. Soprattutto, non è ancora riuscito a realizzare la promessa fatta a nonno Sotero, che gli aveva regalato la prima biciclettina sulla quale inseguire i sogni. Pantani vince il Giro e due mesi dopo il Tour: il memorabile attacco sul Galibier contro Ullrich, sotto la pioggia. A Les Deux Alpes, dopo una cavalcata di 42 chilometri, gli infligge 9 minuti, è maglia gialla: Arc de Triomphe e la doppietta con il Giro. Un ciclismo che sa di antico e di imprese, una cavalcata che riesce solo ai migliori: Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Stephen Roche, Miguel Indurain, Marco Pantani.


Per due mesi, superando una reciproca diffidenza, Fabio e don Basagni si esaltano alle imprese del Pirata. Ne nasce così un romanzo all’interno del romanzo: il più bel libro scritto finora su Marco Pantani. Che diventa, nello stesso tempo, eroe e congegno narrativo, fabula e intreccio, tritagonista della storia e meccanismo su cui si regge tutta la storia. Grazie al Pirata, Fabio e don Basagni troveranno in sé un’audacia sepolta, e metteranno in discussione l’esistenza solida e affidabile che ormai erano abituati a sopportare.


«È la storia di un’altra estate, quella del 1998, quando una piena di emozione ci ha travolti e rovesciati su una terra ignota, che non raggiungi seguendo rotte o calcoli, ma solo con la pazzia dell’improvvisare, del seguire sogni e sensazioni. Su in salita fino a quel limite che chiamiamo impossibile, e però quando arrivi in cima e guardi bene, vedi che là davanti si apre una discesa a strapiombo verso orizzonti così smisurati che rubano il respiro. È la storia di un uomo. Anzi, di due. O di almeno cinque. Ma in realtà è la storia di tutti noi. Di un arrembaggio all’impossibile, che ne scassa i forzieri e fa piovere intorno i suoi incredibili, clamorosi tesori». Un tesoro che può essere scoperto solo da una lingua e uno stile attenti ai battiti più riposti.


Prima di essere un grande scrittore, Genovesi è un formidabile narratore, un moderno aedo. Leggendo Cadrò, sognando di volare, sembra di udire la sua voce, tanto è vivido il racconto. Così come Fabio e don Basagni ascoltano la voce di Jim Morrison che ripete Riders on the Storm, Riders on the Storm (il vecchio prete ha le sue manie, insospettabili). Sono infatti pagine di struggente bellezza, vibrazioni ed echi che si sollevano e si smorzano come le onde del mare. Dietro una prosa di sfumata leggerezza, dietro lo schermo del ciclismo, si nascondono gli angoli più insabbiati della psiche.