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 2020  gennaio 13 Lunedì calendario


Lunga intervista a Adriano Panatta

A quasi 70 anni, li compirà nel luglio di quest’anno, Adriano Panatta è ancora in grande forma. Il tempo è passato, ma aria scanzonata e atteggiamento ironico assomigliano molto a quelli delle vecchie foto. Nelle immagini in bianco e nero rimaste nella memoria festeggia la vittoria agli Internazionali di Roma, il successo al Roland Garros di Parigi, il trionfo nella Coppa Davis. La sua stagione d’oro è quella del 1976: nell’estate raggiunge il quarto posto nel ranking mondiale. È ancora la posizione migliore mai raggiunta da un giocatore italiano.
L’Italia del benessere stava scoprendo il tennis come sport (quasi) di massa. Panatta, figlio del custode del Circolo Parioli, si preparava a diventare il suo primo eroe televisivo. Oltre che atleta modello per milioni di ragazzini, era anche l’incarnazione di una certa romanità, il protagonista di una «dolce vita» versione anni Settanta, il play boy tutto belle donne e macchine veloci. 
Le cronache dei giornali (e oggi i siti internet specializzati in pettegolezzi) elencano una lunga serie di flirt e di fidanzate: Loredana Bertè, Mita Medici, Serena Grandi, Clarissa Burt, la campionessa di nuoto Novella Calligaris. Lui, che qualche tempo fa si è separato dalla moglie Rosaria, dopo un legame durato 40 anni, di questi temi non parla volentieri. «Semplicemente non si fa. Non si fa quando hai vent’anni e tanto meno alla mia età. Piuttosto c’è da discutere sull’esattezza di quello che scrivono i giornali. La Calligaris per esempio: non è vero, tra di noi non c’è mai stato nulla. Ci conosciamo, ma non ho mai nemmeno sentito parlare del fatto che lei avesse avuto un debole per me».
Cambiamo argomento, allora. Parliamo di lavoro. Da qualche mese ha rilevato un centro sportivo di Treviso, l’ex tennis club Zambon.
«È un impianto storico della città che era finito all’asta per il fallimento della società proprietaria». 
Come mai proprio a Treviso?
«A Treviso da qualche tempo vivo. Mi sono trasferito con la mia nuova compagna che è di lì e fa l’avvocato».
Da Roma alla provincia veneta. Un bel salto. Come si trova? 
«Mi trovo benissimo, la vita è più tranquilla, meno affollata e frenetica. Anche se poi sono sempre in giro: tutte le settimane sono a Roma dove ho la mia società che si occupa di eventi e poi nel week end mi trasferisco a Milano, dove la domenica sono ospite fisso a Quelli che il calcio, su RaiDue. Tanto tempo non ce l’ho».
Il suo socio nell’acquisizione di Treviso è un nome di primo piano della finanza internazionale, il numero uno del Gruppo Generali Philippe Donnet. Come l’ha conosciuto?
«Da 10 anni Banca Generali è sponsor di una delle mie iniziative, Un campione per amico. Abbiamo iniziato a frequentarci sui campi di tennis e siamo diventati amici». 
Lei gioca con i compagni di tennis più disparati. Sono rimaste famose le partite che disputava con Paolo Villaggio.
«Io gioco con tanti amici, mica solo quelli famosi. E poi, certo, lo sport rimane una parte importante della mia vita, ma se c’è una cosa che gli amici mi fanno notare è che io di tennis non parlo mai».
Non ne parla, forse, ma ne scrive. E il suo ultimo libro, «Il tennis l’ha inventato il diavolo», è una carrellata sugli ultimi decenni. Ci sono personaggi mitici come Ion Tiriac. Lei cita una frase che diceva spesso: «Ah, gli italiani...Sarebbero i padroni del tennis se non fossero così tanto... italiani». A prima vista non sembra proprio un complimento.
«L’ha sempre detto, si riferiva al fatto che gli italiani avevano la fama di essere un po’ pigri, non amavano stare all’estero, ci veniva subito la nostalgia. Sono frasi fatte, ma forse aveva ragione, avevamo un’educazione un po’ mammona, facevamo fatica dopo un po’ senza la pasta, non parlavamo le lingue e non facevamo nessuno sforzo per impararle. Ma è vero che mi riferisco ad altre generazioni. Non c’era ancora stata l’internazionalizzazione che vedo oggi, anche tra i ragazzi e i giocatori italiani».
Sono cambiati i giocatori italiani ma è cambiato il tennis in generale. A partire dalle racchette: dal legno si è passati alla fibra di carbonio.
«Non è solo questione di racchette. È tutto più veloce, più fisico. Del resto se guardo agli altri sport, al calcio, vedo che è successa la stessa cosa. Nel tennis la potenza dei colpi è cambiata, la velocità è aumentata. Così è cambiata anche la morfologia dei giocatori. È proprio cambiata la struttura muscolare». 
C’è un filone di nostalgici che si lamenta: i tennisti di oggi a volte sembrano dei Big Jim perfetti, tutti muscoli e ripetitività. Ma di divertimento per gli spettatori spesso ne rimane poco. 
«Non sempre è così. Matteo Berrettini per esempio, una delle migliori promesse del nostro tennis. È perfettamente in linea con il nuovo tennis, chiamiamolo così, fatto di forza e velocità. Ma allo stesso tempo ci aggiunge un tocco di talento e di creatività italiana». 
A proposito di Berrettini. Le viene attribuita una sorta di profezia che a suo tempo fece sul futuro che aspettava il giovane Matteo.
«Mah no, si esagera sempre. Ero al circolo Aniene di Roma dove sono socio. Ho visto un ragazzino che si allenava con Santopadre che è un mio caro amico. Era un ragazzino educato, carino, avrà avuto 16 anni. Ho detto quello che pensavo: questo diventa forte e visto come batte arriverà a servire regolarmente a 200 all’ora e più. Mi dicono: deve decidere che strada prendere, se dedicarsi al tennis a tempo pieno o no. Così mi sono sentito di dirlo ai genitori: vostro figlio ha delle potenzialità. L’ho fatto altre volte e mi è anche capitato di dire anche il contrario».
Lo fa davvero, vista la pressione che fanno molti genitori?
«Appunto, spesso il problema è la pressione dei genitori. Mi vengono a chiedere un parere anche su dei ragazzini di 11-12 anni e bisogna cercare di dire la verità, anche se non sempre è piacevole».
E di Jannik Sinner, altro astro nascente del tennis italiano, che cosa pensa?
«È molto dotato, molto maturo per la sua età e con la testa sulle spalle. A volte mi sembra abbia le reazioni di un professionista navigato. Mi auguro che raggiunga i risultati che merita, anche se adesso noto intorno a lui un po’ troppo entusiasmo e questo potrebbe essere l’unico rischio».
Il suo ultimo libro ha nel titolo un riferimento che può sembrare inconsueto, al tennis come invenzione diabolica. A che cosa si riferisce?
«Al fatto che è uno sport pieno di magia, e che allo stesso tempo ha in sè qualche cosa di diabolico. Capita di giocare in uno stato di grazia, di trovarsi in momenti in cui tutto riesce e marcia perfettamente. Poi qualche cosa va storto e ci si ritrova come colpiti da una maledizione, non va più bene nulla. Nel bene e nel male si è in balia di tanti elementi che possono girare in un senso o nell’altro. Nel libro cito quello che diceva un giocatore croato, Goran Ivanisevic».
E cioè?
«Diceva che il tennista ha cinque avversari: il giudice di sedia, il pubblico, i raccattapalle, il campo e se stesso. Poi gli chiedevano: e l’avversario oltre la rete? C’è anche quello, rispondeva. Ma è il problema minore».
Sul tennis scrive anche un’altra cosa: che si piange più che in altri sport. E in effetti dei più grandi, come Rafael Nadal o Roger Federer si ricordano i successi ma anche le lacrime.
«Dico la verità, a me non è mai successo. Ma in generale è così. Un match, un match importante, è una tempesta di emozioni che si prolunga anche quattro o cinque ore dopo la sua fine. Se hai vinto ti molla il sistema nervoso. Se hai perso c’è la rabbia della sconfitta. Credo che dipenda molto dal fatto che si è assolutamente da soli. Fuori si può avere la protezione di uno staff, dei genitori, di chi ti sta accanto. Ma in campo non c’è staff che tenga».
Il tennis degli ultimi anni ha vissuto della rivalità tra Federer e Nadal. 
«Rimarranno per sempre nella storia del nostro sport. E sono anche due persone per bene, garbate con cui non è difficile andare d’accordo. Adesso per quanto riguarda Federer segnalo anche nel libro un fenomeno particolare: il turbamento dei tifosi di fronte alle sue sconfitte. In molti mi dicono che stanno elaborando il lutto per il suo prossimo ritiro. Lo si è visto per l’ultima finale di Wimbledon, quella in cui ha perso contro Djokovic. Ha perso, tra l’altro, giocando meglio. Ma è venuto meno in tutti i punti decisivi. Gli succede, nonostante i 38 anni e l’esperienza mostruosa, perchè non è così freddo come può sembrare».
Lei su Federer racconta un aneddoto legato a un incontro con Francesco Totti.
«Federer è una persona intelligente che ha una incontentabile voglia di sapere e di capire. Un anno nella settimana degli Internazionali d’Italia la Roma giocava una partita in casa. Roger volle andare all’Olimpico, poi fu accompagnato a conoscere Totti negli spogliatoi. Francesco era ancora in accappatoio, dopo i saluti e i convenevoli Federer iniziò ad assediarlo di domande nel suo inglese da manuale. Domande sui più dettagliati aspetti tecnici e tattici della partita. Voleva sapere tutto. Tempo qualche minuto e Totti finì alle corde».
Tra i personaggi del passato nel suo libro spicca la figura di uno che non è e non è stato solo tennista: il già citato Ion Tiriac.
«È stato tennista, allenatore, per qualche tempo anche il mio, poi organizzatore di tornei, manager, imprenditore e uomo d’affari. In Romania ha guidato compagnie aeree, banche assicurazioni. Ed è finito nella classifica di Forbes tra gli uomini più ricchi del mondo. Con una battuta, e forse non è neppure una battuta, dice di avere 33 figli, tre sono quelli legittimi. L’ho conosciuto e gli sono diventato amico negli anni Sessanta quando arrivò a Roma. Lui era un giocatore di hockey su ghiaccio, fu olimpionico a Tokio nel 1964, poi decise di cambiare sport perchè era convinto che sarebbe diventato lo sport più ricco. Per quanto lo riguarda non ha avuto torto».
Chi non le piace invece è Nick Kirgios, il giocatore australiano di origine greca. Nella sua classifica dei cattivi del tennis l’ho mette al primo posto.
«Kirgios è un selvaggio, è uno che lancia le sedie in campo, che mostra il sedere al pubblico. Il peggio, come si sa, l’ha fatto qualche anno fa in un match giocato in Canada contro lo svizzero Stan Wawrinka. Per innervosirlo durante un cambio di campo, gli ha sussurrato, ma c’erano i microfoni e si è sentito tutto, che la sua ragazza era andata a letto con un altro tennista Kokkinakis. Terribile». 
Il bad boy italiano è Fabio Fognini.
«No, tra i due non c’è paragone. Kyrgios è un cretino, al suo confronto Fognini è Umberto Eco. L’italiano sui suoi difetti ha lavorato, non è giusto metterli nello stesso calderone. Piuttosto si può dire che Fognini avrebbe potuto imparare qualche cosa da due altri famosi intemperanti del tennis mondiale, Ilie Nastase e John MacEnroe. Tutti e due hanno saputo sempre elaborare e usare la propria aggressività per mettere in difficoltà e battere l’avversario. Fognini quando esagera finisce per pagarne lui il prezzo, perdendo la spinta necessaria per vincere. Detto questo, sono d’accordo con quello che di Fognini dice Boris Becker».
E cioè?
«Diceva che da Berrettini a Sinner ci sono molti giovani italiani che gli piacciono e che considera promettenti, ma che continua a preferire Fognini. Dice che è una testa matta, che però è capace di emozionarlo».