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 2020  gennaio 13 Lunedì calendario


L’industria della neve artificiale

Si fa presto a dire neve. Senza scomodare Smilla, il suo intuito per i fiocchi e un vecchio best seller, ci sono i mille nomi coniati, in un altro libro, da Mario Rigoni Stern che benediva come bruskalan la prima neve autunnale, sneea quella bella invernale e poi l’haapar che, verso primavera, regala ottimi fuori pista. Oggi, in realtà, tutti invocano la powder, polverosa dea della neve fresca. Sia come sia, la neve è una manna dal cielo. Per gli sciatori e per l’economia di montagna: l’11% del fatturato turistico del Paese circa 10 miliardi e mezzo – arriva proprio dall’inverno e dalla stagione di slalom e slittate.
Purtroppo in alcuni, recenti, anni horribiles le piste da sci sono sembrate davvero deserti, poco biblici, assetati di neve con diafane lingue bianche a solcare prati nemmeno più verdi. A salvare la stagione delle serpentine, ma anche del fatturato delle terre alte, è, fin dagli anni Ottanta in Italia, tutta un’altra neve che, più che manna, è il vero oro bianco per cui, di nuovo, l’uomo ha creato diversi nomi e punti di vista. Neve programmata, tecnica, garantita, sparata, per chi in modo più amichevole che bellicoso, da del tu a cannone o lance, questa neve 2.0 è, invece, irrimediabilmente artificiale per chi la mette, periodicamente ed oggi a torto, sotto accusa, ritenendola, dannosa per l’ambiente. 
LA SVOLTA IN UN GARAGE
L’arte del fare la neve è, in verità, un’eccellenza del made in Italy: c’era una volta la val Gardena e la famiglia Demetz che si inventò in un garage il primo cannone spara-neve, mente in Svezia i Lenko facevano più o meno lo stesso. Dal 2011, unite le forze, c’è la multinazionale Demaclenko, un «polo del freddo» che riunisce anche altri marchi di impianti a fune e battipista. Sono loro leader del mercato, con un regno che, fra Vipiteno e Bolzano, può produrre oltre 2mila cannoni l’anno. 
Walter Rieder e Georg Eisath, invece, acquistarono negli anni Novanta un generatore di neve americano. Per adattarlo ai climi europei si inventarono l’altro colosso mondiale, la Technoalpin che oggi esporta in 55 paesi. «Per garantire l’innevamento, in caso non nevichi, le località si sono dotate da decenni, ormai all’80% di innevatori» spiegano dal quartier generale di Bolzano. A ventola quelli storici, a lancia quelli più affusolati, pensati per i pendii più stretti, gli ingredienti di un buon cannone però sono sempre gli stessi: «acqua, una temperatura intorno ai meno 7°C, calma di vento e umidità quanto basta» spiegano dall’Alto Adige. Non c’è trucco, non c’è inganno, ma solo cristallizzazione. L’acqua entra liquida e, per spinta e pressione, esce «gassata», o meglio nebulizzata in neve. Serve, semmai, che i cannoni ricevano acqua, da invasi sempre più spesso costruiti ad hoc che la pompano e ramificano sulle piste. 
I COSTI
L’impatto c’è, i costi anche: un cannone può costare circa 30-40 mila euro e con un metro cubo d’acqua produce circa il doppio di metri cubi di neve. Un metro cubo di neve costa dai 3 ai 5 euro. «Sulle dolomiti spiega Thomas Mussner, general manager di Dolomiti Superski – ci sono 6mila cannoni e dei 100 milioni investiti quest’anno, un terzo serve ad affinare l’innevamento programmato». I conti sono presto fatti: una località di medie dimensioni impiega almeno 20 anni a rientrare nell’investimento. 
Inventarsi l’inverno, però, non è un capriccio: «Senza questa neve, molte valli e molte attività in montagna avrebbero già chiuso» ripetono gli operatori in coro. Può dirsi salvo solo chi vive oltre i 2000 metri: al di sotto nevica, con regolarità, sempre meno ed uno studio del Cio Comitato olimpico internazionale – ha dimostrato che solo sei località che dal 1980 ad oggi, hanno ospitato Mondiali o Giochi invernali, potrebbero farlo ancora oggi in modo naturale. La seconda constatazione è anche una spiegazione e non più un alibi: lo sci alpino, che necessita di impianti di risalita, è uno sport sempre più caro. Alle casse servono 58 euro al di per Alta Badia, Folgarida Marilleva e proprio per l’olimpica Cortina, contro le 44 euro di Bormio, in Valtellina, altra futura host a cinque cerchi fra sei anni. 
Per stare intorno ai 40 euro si scelgono le boutique, comprensori ormai ritenuti mini, sotto i 50 km di piste, come Pejo, la prima località sciistica plastic free o la lecchese Piani di Bobbio, la vera montagnetta dei milanesi. A ben guardare quindi, a costruire il pepato costo dello skipass contribuiscono, ogni anno di più, gli investimenti necessari per programmare l’aiutino meccanico all’inverno naturale. «La neve tecnica crea una base fondamentale perché omogenea e duratura, molto più adatta anche agli sci di oggi» aggiungono gli impiantisti. Già: dimentichiamo grobbe e gobbe, la destrezza fra i pali rigidi e lo stile di un tempo. Gli sci di oggi, al netto delle gambe e del fiato, sono potenza e velocità che si traducono in stabilità in curva e – si spera – nella mente di chi li conduce. Per questo le località si adeguano con piste sempre più ampie su cui la neve programmata viene spalmata come crema. 
Senza lievito, però: fu l’America anni Sessanta ad inventare i primi cannoni sparaneve. Con essi arrivò anche l’additivo snomax. Erano dei batteri che favorivano il cambio di stato dell’acqua, ma che poi penetravano nel terreno e nel ciclo di fioritura estiva dei prati. Oggi le periodiche, continue indagini delle forze dell’ordine non riscontrano più contaminazioni, anzi uno studio dell’Enea ha dimostrato che d’estate le piste ad una certa quota – sono tornate ad ospitare perfino più api e cavallette. Da un estremo bucolico, a previsione catastrofiche, gli ambientalisti, sopito il timore per gli additivi, avanzano dubbi sull’impatto delle neve tecnica su quella naturale. Pesa di più, si scioglie più lentamente, modificando il ciclo naturale della stagione e l’accumulo di acqua necessario alla produzione, asseta valli e paesi. 
«La neve programmata pesa 3 o 5 volte tanto per metro cubo» conferma il nivologo Michele Freppaz. Sciogliendosi, magari anche più lentamente dato che è battuta da mesi di passaggi e sciate ritorna comunque all’ambiente. 
LE NUOVE FRONTIERE
Più articolato il capitolo del consumo energetico per produrla: l’acqua va pompata ai cannoni attraverso una rete di tubature interrate. Poi agli innevatori servono motore e carburante che oggi, però, sempre più spesso è energia pulita, grazie a pannelli solari ed impianti fotovoltaici: anche in questo caso la sfida all’innovazione è aperta e la montagna diventa un campo di sperimentazione all’avanguardia, che coinvolge tutto il processo dell’innevamento, non solo la produzione. Da una parte l’efficientamento dei cannoni è il primo aspetto su cui le aziende stanno investendo. Se le aziende han quasi trovato la quadratura del cerchio con cannoni che riescono a lavorare anche a temperature più alte, ormai consuete sulle Alpi, dall’altra ad adeguarsi al principio green sono anche battipista e snow machine. Ricordate quei cumuli di neve sparata a lato pista che poi magari nessuno spalmava per giorni? Storia vecchia. Anche in questo caso uno dei principali terreni di sperimentazione è proprio l’Italia: dall’Alta Badia, con un progetto pilota che ha riguardato la pista Gran Risa, il tempio del gigante mondiale, il sistema snowsat si sta diffondendo un po’ ovunque. «I nostri battipista sono intelligenti: i sensori segnalano quanto sia fondo il manto e quanta neve occorra ancora, per arrivare alla misura aurea di 40 cm, evitando sprechi di tempo, lavoro ed energia» spiega Andy Varallo, a capo sia del comitato di Coppa che nel board del comprensorio. Per tutti i comprensori, poi, l’obiettivo si chiama H48: abbassare dalle attuali 60-70 ore il tempo necessario per innevare una ski area. Una neve coi fiocchi? «Una ricchezza conclude Nicola, saggio e navigato maestro di sci valdostano senza la quale me ne sarei dovuto andare da ragazzo a cercar fortuna altrove».