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 2020  gennaio 13 Lunedì calendario


Il piano da mille miliardi per l’Europa verde

Mille miliardi di investimenti nei prossimi dieci anni. Di cui 100 destinati alla riconversione economica delle aree maggiormente dipendenti dalle industrie inquinanti attraverso un «Fondo per la transizione giusta». Regole meno severe sugli aiuti di Stato per gli interventi pubblici nei settori eco-sostenibili. Almeno un quarto del bilancio Ue destinato a progetti «verdi». Un coordinamento annuale con i governi per definire nel quadro del semestre europeo gli interventi necessari. Eccolo il «Piano di investimenti per una Ue sostenibile», il progetto della Commissione europea che verrà presentato domani a Strasburgo. Quello che nella bozza del documento visualizzata da «La Stampa» viene definito «il pilastro finanziario del Green Deal». 
A dicembre, subito dopo il suo insediamento, Ursula von der Leyen aveva già anticipato la cornice del suo maxi-piano verde, nel quale accennava i contorni delle misure da adottare per permettere all’Ue di raggiungere l’obiettivo «zero emissioni» nel 2050. Ora è arrivato il momento di lavorare nel dettaglio ai vari capitoli e di presentarli. Domani, a Strasburgo, toccherà al più importante: il pilastro finanziario.
Chi paga il conto
La Commissione propone di dedicare «almeno il 25%» del bilancio Ue per gli investimenti in settori verdi. Ma non basta. Con questa proporzione, secondo Bruxelles da qui al 2030 ci sarebbero a disposizione 485 miliardi di euro. Non sarebbero sufficienti per raggiungere gli obiettivi climatici intermedi (entro il 2030 l’Ue vuole ridurre del 40% le emissioni di CO2 e portare la quota di energie rinnovabili al 32%). Per questo servono ulteriori fondi. Altri 115 miliardi arriveranno dal cofinanziamento nazionale nel quadro dei vari programmi legati ai fondi strutturali europei, il resto arriverà invece dai finanziamenti della Banca europea per gli investimenti (Bei) e dai privati attraverso il piano «InvestEU». Si tratta di un programma di investimenti che, grazie all’effetto leva, mobiliterà 650 miliardi totali nei prossimi 7 anni: la Commissione vuole che almeno il 30% di questi finisca nel settore «green». Si tratta di 195 miliardi da qui al 2027, che diventerebbero 280 miliardi se si prende in considerazione il periodo fino al 2030.
Finanziare la riconversione
A completare la dotazione finanziaria di 1.000 miliardi ci sarà anche un nuovo «Fondo per la transizione giusta», un meccanismo creato per attutire i costi economici e sociali della riconversione energetica nelle aree più dipendenti dalle industrie inquinanti. Dovrebbe generare 100 miliardi di euro da qui al 2027 (che salirebbero a 143 nell’intero decennio), da distribuire alle regioni più colpite. Per questo da settimane è già in corso un braccio di ferro tra i governi per accaparrarsi le risorse. La Commissione non farà i nomi delle aree che più hanno bisogno: spetterà ai governi farlo dopo aver preparato «piani dettagliati sul processo di transizione e sulle azioni specifiche per raggiungere la neutralità climatica». Nel documento vengono però fissati i criteri per poter aver accesso ai fondi, che finiranno sì alle zone più dipendenti dall’industria del carbone, ma anche a quelle che ospitano imprese altamente inquinanti. È il caso dell’ex Ilva, per esempio. Le fette più grandi della torta, comunque, andranno alla Polonia e alla Germania. 
I soldi del Fondo, comunque, non arriveranno tutti dal bilancio Ue. Le casse comunitarie metteranno a disposizione 7,5 miliardi, che - secondo la Commissione - salirebbero a «30-50 miliardi» grazie al cofinanziamento nazionale dei governi. I privati ne porterebbero altri 30-45, che si aggiungerebbero a 26-30 miliardi di prestiti Bei (queste sono le stime riportate nella bozza del documento).
Per andare incontro ai governi, Bruxelles è pronta anche a cambiare le regole sugli aiuti di Stato. Vuole agevolare l’intervento pubblico nell’economia se questo è finalizzato a favorire «il progressivo calo delle attività ad alte emissioni di carbonio e aiutare le regioni più colpite». Anche qui potrebbero aprirsi spiragli interessanti per l’ex Ilva di Taranto, visto che con le norme attuali i margini sono stretti. Le proposte concrete dell’Antitrust Ue su questo fronte arriveranno più avanti, ma nel frattempo «le regole attuali sugli aiuti di Stato saranno applicate con la massima flessibilità». Ancora tutto da decidere, invece, l’eventuale allentamento dei vincoli del Patto di Stabilità per scontare gli investimenti «green» dal deficit, come chiesto dall’Italia.