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 2020  gennaio 13 Lunedì calendario


LeBron James è tornato

NEW YORK — Il «Re alla frutta», il «gigante spiaggiato», il titano diventato totano, a 35 anni è tornato nell’unico posto possibile: sul trono, a guardare i comuni mortali e dire «non è ancora tempo di cercare un erede». Primo a ovest, favorito per il titolo, giocatore più votato dai tifosi per l’All-Star Game del 16 febbraio, otto vittorie di fila. Venerdì a Dallas, contro il giovane presunto erede, Luka Doncic, LeBron James ha segnato, per la prima volta in carriera in regular season, 35 punti e preso 16 rimbalzi, con una prestazione che non vedevano ai Lakers dai tempi di Shaq nel 2003.
Nel frattempo, ha superato Michael Jordan, dopo i punti, anche per numero di canestri realizzati, 12.193, è entrato nei primi 50 rimbalzisti di sempre. Altri tre passaggi e supererà Isiah Thomas nella classifica assoluta degli assist. Una volta i tifosi avversari lo subissavano di fischi, ora non vogliono privarsi della sua bellezza e veder buttati i top dollars che le franchigie fanno pagare quando c’è lui: un posto al Madison Square Garden per vedere i Lakers, il 22 gennaio, a venti file dal parquet, costerà 850 dollari, quando contro Toronto, due giorni dopo, ne basteranno 250.
Un anno fa, di questi tempi, Le-Bron era finito nel cono d’ombra dell’infortunio, il primo grave della sua carriera (27 partite saltate) che avrebbe fatto dire ai giornalisti, beh, il Re è alla frutta. Dodici mesi dopo, James è andato oltre la classica rinascita del campione: sta ridefinendo la figura della star. In campo è addirittura migliorato, fuori è una multinazionale, e con i 54,9 milioni di follower comunica da solo, ogni giorno, direttamente dal proprio telefonino. Alla stagione numero 17 tira con il 48,8%, meglio del primo anno da rookie, il 35% da tre, quinta percentuale migliore in carriera, ed è diventato più preciso nei liberi rispetto a un anno fa, seppure resti sotto un sanguinoso 70%.
In campo è un monolite, sovrasta fisicamente tutti. Le telecamere si soffermano continuamente su di lui. Il suo volto è un dado, non ti ci abitui mai. Mette pressione su tutto: compagni, allenatori, organizzazione, club, tifosi. Ogni partita sembra fatta solo per convincere gli ultimi testoni su chi sia il più forte.
Ma LeBron non è solo il più forte, sembra unico. Ha un’idea su tutto, sa già quello che vorrà fare. Ha un piano. Anche se nessuno sa quale. Essere il presidente degli Stati Uniti? Tutto è possibile. Quando non si schierò con le proteste democratiche di Hong Kong, per non turbare i rapporti tra Cina e Nba, forse stava facendo le prove. Jay-Z, uno dei suoi preferiti, cantava «io non sono un uomo d’affari, ma un affare». Sembra scritta per LeBron: per il sesto anno di fila è il più pagato di una lega che conta 46 giocatori con un salario di almeno 25 milioni di dollari (circa 22,5 milioni di euro). Cinque anni fa a questo circolo esclusivo gli iscritti erano zero. Tutti diventano più ricchi e lo fanno in fretta, lui lo è sempre più degli altri. Quest’anno guadagnerà dai Lakers 33,5 milioni di euro, che diventeranno 35,2 la prossima stagione e 36,8 nel 2021 quando The King avrà 37 anni. Altri 49,5 milioni di euro, secondoForbes, arrivano dagli sponsor, per un totale di 83 a stagione. Dietro, gli altri: Stephen Curry, Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden. LeBron ha un treno di brand che lo segue ovunque, da Nike a Rimowa, da Walmart alla Coca-Cola. General Motors lo ha scelto come testimonial per lanciare la versione elettrica dell’Hammer, il super Suv, in uno spot che andrà in onda in tv la sera del Super Bowl.
The King è anche imprenditore: ha aperto quindici ristoranti a Chicago e sette nel sud della Florida per una catena di pizzerie, investito in un’azienda di cosmesi e in una casa cinematografica che produrrà, nel 2021, con la Warner Bros, il remake di Space Jam girato nel ’96 con Michael Jordan. In tutto questo, oltre al dettaglio delle partite, LeBron trova il tempo di gestire in prima persona i suoi account su Instagram e Twitter. All’inizio si era tenuto alla larga, considerava i social troppo invasivi. Poi ha cominciato nel 2009 con Twitter e nel 2012 con Instagram. E non si è più fermato. Condivide ogni giorno foto dei figli o dei compagni, statistiche, video in cui rappa e sorseggia tequila e, neanche velatamente, promuove i suoi prodotti, a cominciare dalle scarpe. In media condivide al mese quasi 500 tra foto e video e va pazzo per le emoticon. Ne usa soprattutto 99 – perché non 100 è una bella domanda al momento senza risposta – da quella del “fuoco” al “cuore” e, naturalmente, la “corona”. «Faccio tutto io dal telefonino – ha raccontato – nessuno ha la mia password, nessuno mette post per conto mio». Nessuno entra nel suo mondo, ma lui è entrato in quello di tutti.
Gli esperti di marketing e influencer dicono che sì, anche lì LeBron è il numero uno: fa apparire tutto naturale, in un flusso emotivo di canzoni, foto sorridenti e brand. In uno di questi ha dato il benvenuto nei social al figlio, Bronnie, avvertendo gli haters di starne alla larga. The King lo ha lodato per aver registrato una tripla doppia, punti, assist e rimbalzi, contro tutte le squadre del suo campionato giovanile. LeBron jr, a 15 anni, adesso ha 4,1 milioni di follower. «You are the Goat», ha scritto The King, usando l’acronimo, e naturalmente l’emoticon, che sta per Greatest Of All Time, il più grande di tutti i tempi. Mancava solo una frase: prenditela con calma, ragazzo, perché tuo padre non è ancora sazio della sua grandezza.