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 2020  gennaio 13 Lunedì calendario


La rivoluzione digitale vale 25 miliardi l’anno

Negli anni 50 fu la costruzione delle autostrade di asfalto a trasformarci da Paese povero in Paese prospero. Oggi, per uscire dallo stallo occorre costruire le autostrade digitali, ce lo ha ricordato anche la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Layen: per recuperare lo svantaggio tecnologico devono ripartire gli investimenti pubblici. Secondo l’indice con cui la Commissione misura la digitalizzazione dei 28 Stati membri, l’Italia occupa il 24esimo posto. Confindustria Digitale stima che l’inefficienza pubblica costi circa 30 miliardi di euro l’anno. I benefici che produrrebbe la trasformazione digitale della pubblica amministrazione li ha calcolati il Politecnico di Milano: 25 miliardi di euro l’anno. Da lungo tempo si parla di banche dati. A che punto siamo? 
Anagrafe dei residenti (ANPR)È stata istituita nel 2005 presso il Ministero dell’Interno, e avrebbe dovuto completarsi entro il 2014. Dopo aver speso 37 milioni di euro, solo 5.300 Comuni sono entrati nella piattaforma. L’obiettivo di coinvolgere tutti gli 8.000 Comuni italiani dovrebbe essere raggiunto entro il 2020, ma sulle scadenze non sono stati presi impegni. Nel frattempo è complicato controllare se chi chiede il reddito di cittadinanza è residente in Italia da 10 anni; mentre lo studente universitario a carico di genitori benestanti può dichiararsi single e usufruire di sconti e agevolazioni. Come è noto la tassazione dipende spesso dal nucleo familiare, e l’Anagrafe nazionale della popolazione residente è uno strumento fondamentale per la lotta all’evasione. 
Casellario delle prestazioni socialiPrendiamo un cittadino sotto la soglia di povertà: il Comune magari gli garantisce la casa popolare, la Regione un bonus per l’iscrizione dei figli al nido, l’Inps un’altra forma di indennità. Ma quanto gli sta dando lo Stato nell’insieme nessuno lo sa. Negli anni si sono sommate e sedimentate nella legislazione innumerevoli forme di prestazioni sociali, senza che sia mai stata prevista una razionalizzazione o i controlli «incrociati» tra i diversi enti erogatori, favorendo così «furbi ed evasori» a danno dei più bisognosi. Parliamo di una spesa in prestazioni per 110 miliardi e in continua crescita: più 5% negli ultimi anni. Eppure l’istituzione di un «casellario dell’assistenza» fu previsto nel 2005, ma poi non se ne è fatto nulla.
Domanda e offerta di lavoroI centri per l’impiego dovrebbero far incontrare l’offerta di lavoro delle imprese con le ricerche dei lavoratori in tutto il Paese. Questo non succede, perché ogni Regione ha la sua banca dati (in Lombardia ce n’è addirittura una per Provincia), e pur essendo tenute a inviare le informazioni ad Anpal, che a sua volta dovrebbe renderle visibili su tutto il territorio nazionale, in realtà il sistema non funziona. Con una Banca dati nazionale per l’incrocio domanda/offerta sarebbe invece immediato. Il problema è che il lavoro è materia concorrente Stato-Regioni, e quindi serve un accordo che impegni le Regioni stesse a condividere i dati. Un tema su cui si litiga da 25 anni, mentre la disoccupazione giovanile supera il 28%, 
Casellario dei lavoratori attivi La sua funzione principale è rispondere alle seguenti domande: i miei datori di lavoro, presenti e passati, hanno versato tutti i contributi? E a quale pensione avrò diritto a fine carriera? Nell’anagrafe, attivata dall’Inps nel 2005, dovrebbero confluire i dati di tutte le categorie di lavoratori: pubblici, privati, autonomi e iscritti agli ordini professionali. Questi ultimi fanno acqua e poi mancano i dati di oltre 3 milioni di dipendenti pubblici. Basta quindi avere lavorato in passato per un paio d’anni come insegnante per non riuscire ad avere una ricostruzione completa della propria situazione. Inoltre anche i dati sui contributi versati dai lavoratori privati spesso vengono caricati in ritardo. Se la banca funzionasse, non solo si hai tutti i dati aggiornati in tempo reale, ma puoi anche vedere quanti lavoratori sono a tempo pieno, quanti part time e quanti in infortunio, e quindi definire meglio le politiche. 
Fascicolo sanitario elettronicoSe risiedo in Veneto ed ho un problema di salute mentre sono in Campania il medico può vedere la mia storia sanitaria, gli esami, i referti precedenti? La risposta è no. Il fascicolo sanitario elettronico è stato istituito nel 2015 e oggi 12 regioni possono condividere in totale o in parte i loro dati. Il problema è che molti ospedali non hanno gli applicativi per interrogare il fascicolo, e quindi per il paziente è come se non esistesse. E pensare che uno dei Paesi più avanzati nella digitalizzazione degli ospedali è la Turchia: 171 ospedali a livello elevato di digitalizzazione contro i 6 dell’Italia (fonte: Healthcare information and Management Systems). 
Infine l’identità digitale (Spid): certifica che «io» sono davvero «io» quando faccio un’operazione online, ovunque mi trovi – dal pagamento in banca alla richiesta di un documento, dalle prenotazioni sanitarie alle iscrizioni scolastiche o alle pratiche d’impresa – utilizzando una password unica e blindata. Oggi in Italia, per 60 milioni di cittadini, abbiamo un miliardo di identità digitali. Un sistema inefficiente e insicuro.
Da dove partire Da fine 2019 il team digitale è stato incardinato come dipartimento presso la Presidenza del Consiglio, e la ministra per l’Innovazione Paola Pisano ha presentato il 17 dicembre un piano strategico da realizzare entro il 2025. Ma che succede se il governo cambiasse colore? Oggi nei bilanci della PA il digitale vale meno dell’1%, cioè spendiamo meno della metà di Francia e Germania. Secondo Confindustria Digitale per portarci ai livelli dei nostri partner europei dovremmo investire 10 miliardi di euro in un piano condiviso da tutti i partiti, vincolante, e con tempi definiti. Intanto gli interventi da fare:  1) Spegnere gli 11 mila Ced, Centri elaborazione dati dei Comuni. Mobilitano ingenti risorse e sono pure attaccabili dagli hacker, andrebbero sostituiti con soluzioni cloud.  2) Usare tutti i fondi Ue. Per il settennio 2014-2020 l’Ue ci garantisce 2,3 miliardi di euro per l’attuazione dell’Agenda Digitale, a ottobre 2019 poco meno di un miliardo era ancora da assegnare per mancanza di progetti da finanziare (fonte: Open Coesione).  3) Assunzione di personale specializzato. Nel Regno Unito la struttura governativa DGS ha 800 persone dedicate. Da noi sono poco più di un centinaio, ne dovrebbero arrivare altre cento nel 2020, ma per ora siamo solo agli annunci. 4) Gare più veloci e trasparenti. Secondo la Corte dei Conti i bandi di gara in questo settore possono durare dagli 11 ai 24 mesi. Vuol dire che si installano tecnologie già vecchie. La trasparenza e il controllo nelle assegnazioni è cruciale, poiché le truffe sono facili quando ci sono di mezzo servizi informatici. 5) Condivisione e integrazione delle banche dati. Troppi enti si tengono stretti i loro dati e non li condividono con nessuno, perché rappresentano «potere», un sistema quindi da spezzare. Questa riforma strutturale oltre a creare posti di lavoro renderebbe il Paese più efficiente. Se tutto questo non decolla la colpa è anche nostra: abbiamo scelto gli amministratori sbagliati.