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 2020  gennaio 12 Domenica calendario


La razzista Sparta caccia gli stranieri

Quando si è deciso di arrivare alla guerra ci si scambia degli ultimatum che si è certi l’avversario non accetterà. Alla vigilia dello scoppio della guerra spartano-ateniese (primavera del 431 a.C.) l’ultimatum inviato da Sparta ad Atene fu che non ci sarebbe stata guerra se Atene avesse sciolto il proprio impero restituendo la «libertà» ai Greci. Pericle parlò davanti all’assemblea popolare ateniese, spiegò perché l’ultimatum non era accettabile e ne propose uno a nome di Atene: non ci sarebbe stata guerra (Atene avrebbe cioè tolto il blocco commerciale contro Megara alleata di Sparta) «a condizione che Sparta la smettesse con le espulsioni degli stranieri (xenelasìai)». Questo racconta Tucidide, un autore che era lì, all’assemblea, ad ascoltare Pericle. Un grande interprete di Tucidide – il compassato grecista inglese Arnold Wycombe Gomme – nota a questo punto, nel suo giustamente celebre Historical Commentary on Thucydides (I, 1945) che questa richiesta sbuca qui inopinatamente ed è piuttosto curiosa («now curiously introduced for the first time»). Forse non era affatto «curiosa» ma certamente fu sfoderata perché inaccettabile.
Cos’erano le «espulsioni di stranieri» così peculiari dell’«ordine» spartano? Era nelle facoltà degli efori – il collegio che deteneva il potere a Sparta – di cacciare gli stranieri dalla Laconia, senza fornire spiegazioni. Il fenomeno non riguardava casi isolati (altrimenti le parole di Pericle non avrebbero avuto senso), ma una prassi sistematica, tipica di una comunità arroccata nella difesa della «purezza» razziale (Hitler ebbe a definire, in estasi, Sparta «Stato razziale perfetto»). Vigeva all’interno della comunità spartana (gli Spartiati) un egualitarismo da caserma, che poteva reggere soltanto con tali pratiche xenofobe, oltre che con il terrore esercitato a danno degli Iloti (popolazione sottomessa e resa schiava, concentrata soprattutto nella Messenia). Infrangere questa pratica xenofobo-razzistica avrebbe dunque significato vedere rapidamente andare in pezzi il kosmos (l’ordine etico politico ginnico guerresco) della città dominatrice del Peloponneso, reputata imbattibile nella guerra terrestre. Bene lo sapevano e lo affermavano due conoscitori di quegli ordinamenti quali Senofonte e Aristotele.
Il tema era chiaro al mondo esterno. Nel suo celebre e celebrato Epitafio per i morti nel primo anno di guerra, Pericle torna sul tema e dice, nel mentre che tratteggia i caratteri peculiari delle due città ormai in guerra: «Anche nelle pratiche che si instaurano quando c’è la guerra, noi siamo diversi dai nostri avversari; la nostra città è aperta a tutti né ci permettiamo – con espulsioni di stranieri – di impedire a chicchessia di accedere, presso di noi, a uno spettacolo o a un aspetto del sapere: anche quando si tratti di conoscenze che potrebbero giovare al nemico. Noi confidiamo nel coraggio piuttosto che nelle insidie». È la celebre pagina che culmina nella descrizione – alquanto idealizzata – di un’Atene amante del pensiero e dell’arte. Ma il motivo della cacciata degli stranieri come peculiare di Sparta torna anche in commedia. Negli Uccelli di Aristofane (414 a.C.), nell’ultima parte della commedia, quando ormai la città celeste degli uccelli e delle nuvole si è costituita, i nuovi capi scacciano via coloro che vorrebbero introdursi: anche l’architetto-urbanista Metone, che si presenta a proporre un piano urbanistico per la nuova città, viene minacciato: «Qui facciamo come a Sparta, buttiamo fuori gli stranieri». Inquietante autorappresentazione della città ideale finalmente «ripulita» dai malsani comportamenti in uso in Atene, creata dalla fantasia, mai neutrale politicamente, di Aristofane.