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 2020  gennaio 12 Domenica calendario


Serie A, i conti non tornano ancora

Nel calcio, si sa, circolano da sempre un sacco di soldi e per decenni quella montagna di denaro è finita in larga parte nelle tasche dei calciatori, senza che le società ci guadagnassero nulla. Con un’efficace metafora, la società di consulenza A.T. Kearney qualche anno fa paragonava i club a vascelli incaricati solo di trasportare, gratis quando non in perdita, il soldi del calcio ai giocatori.
Per certi versi è normale, perché le classiche regole dell’amministrazione d’impresa non si applicano allo sport. Se per un’azienda tradizionale il principale obiettivo è la redditività, per una società di calcio prima vengono i risultati sportivi, poi il resto. Al punto che per molto tempo i club non si sono nemmeno resi conto del fatto che nelle loro casse restasse soltanto una fetta irrisoria dell’enorme giro d’affari dello sport più popolare del mondo. «Chiunque abbia passato del tempo a lavorarci ha scoperto rapidamente che c’era tanta stupidità nell’industria del calcio quanto petrolio in quella petrolifera » scrivono il giornalista Simon Kuper e il docente di sport management Stefan Szymanski in
Soccernomics, un bel libro che analizza le dinamiche industriali del settore (l’ultima edizione, del 2019, l’ha tradotta il Saggiatore con il titolo Calcionomia; pagine 502, euro 28,00). È approfittando di questa ottusità economica, ad esempio, che negli anni Ottanta Greg Dyke, presidente di Itv Sport, riuscì a comprare i diritti per trasmettere in televisione tutto il calcio inglese per soli dodici milioni di sterline.
Erano altri tempi. Le società di calcio si sono gradualmente accorte di quante potenziali fonti di reddito stessero ignorando: prima gli sponsor, poi gli stadi, fino ai diritti televisivi. Nell’ultimo decennio i grandi club europei hanno imparato ad essere nello stesso tempo aziende redditizie e squadre vincenti. In vent’anni, calcola la società di consulenza Pwc nell’ultimo rapporto sul calcio realizzato per la Figc, il fatturato complessivo delle 54 principali leghe professionistiche europee è passato da 2,8 a 20,1 miliardi di euro. Nel 2011 il conto di tutti i campionati d’Europa segnava una perdita complessiva di 1,7 miliardi di euro e solo il 43% delle squadre riusciva a ottenere un utile operativo. Nel 2017 il conto di quelle 54 leghe è invece un utile di 600 milioni di euro, con 28 campionati e il 55% dei club capaci di generare redditività. La Premier League britannica e la Bundesliga tedesca sono i campionati più redditizi. La Serie A vuole raggiungerli, ma ancora non ci riesce. Nella stagione 20172018, l’ultima analizzata da Pwc, il risultato netto complessivo dei 20 club della massima serie segnava una perdita di 98 milioni di euro: 3,1 miliardi di incassi coprono appena i costi e, pagate le tasse, il conto scivola in rosso. Pochi giorni fa “Il Sole 24 Ore” ha studiato i bilanci 2018-2019 dei club della A mostrando come, tolte Atalanta e Napoli, che hanno fatto rispettivamente 24 milioni e 29 milioni di utile, le squadre più forti siano tutte in rosso: 146 milioni di perdite per il Milan, 48,4 per l’Inter, 39,9 per la Juventus, 24,3 per la Roma e 13,2 per la Lazio. Le squadre di calcio però sono aziende atipiche, nel loro caso il conto economico spesso non è il migliore indicatore della capacità di generare profitti. Ad esempio perché gli effetti del calciomercato sui conti non è lineare: tra gli ammortamenti che permettono di spalmare il costo per l’acquisto di un giocatore lungo tutti gli anni del suo contratto e le plusvalenze (spesso irrealistiche) messe a bilancio nelle operazioni di scambio di calciatori, il conto economico di un club è un labirinto contabile in cui è facile perdersi.
Per una squadra di calcio il flusso di cassa, cioè la differenza tra entrate e uscite monetarie, e il livello di indebitamento sono indicatori di sostenibilità economica migliori dell’utile. Sui debiti il dato 2018 della Serie A è un preoccupante 3,8 miliardi di euro, un passivo che vale il 126% dei ricavi delle squadre della massima serie. Sui flussi di cassa i dati a disposizione sono pochi. C’è però l’ammontare delle ricapitalizzazioni, cioè dei soldi che i proprietari dei club hanno dovuto versare nelle casse delle società negli ultimi sette anni per tenerle in piedi: ben 2,4 miliardi di euro complessivi, 354 milioni solo nell’ultima stagione.
L’ultimo club ad avere completato un aumento di capitale è la Juventus, che poco più di una settimana fa ha portato a termine senza problemi la raccolta di 300 milioni di euro tra i soci. Exor, la finanziaria degli Agnelli che controlla il 63,8% del club, ha messo i suoi 191,2 milioni di euro, il resto è arrivato dai soci di minoranza. La situazione finanziaria dei campioni d’Italia è emblematica di quanto sia difficile fare tornare i conti per un grande club italiano. Nessuno più della Juventus si è sforzato di portarsi anche dal punto di vista aziendale al livello dei grandi club europei: ha costruito uno stadio di proprietà, ha abbandonato il vecchio stemma per adottare un logo più ’azienda-le’, ha portato a Torino un simbolo del calcio mondiale come Cristiano Ronaldo, che su Instagram ha più seguito della sua stessa squadra. L’azienda in cinque anni è riuscita a fare aumentare i ricavi da 348 a 621 milioni di euro (è un +78%) lasciando crescere nel frattempo anche i costi operativi (+73,5%, a 458 milioni) e i debiti (+ 145% a 463 milioni). Eppure continua a bruciare cassa: se si guarda il cash flow del-l’attività operativa (cioè il banale conto entrate-costi) e di quella di investimento (che nel calcio significa in gran parte acquisti e cessioni di giocatori), il club ha chiuso in rosso otto degli ultimi dieci bilanci, con un flusso di cassa negativo per 526 milioni in un decennio, di cui più di 280 soltanto negli ultimi due bilanci. Sono questi conti ad avere costretto la società a procedere all’aumento di capitale, il terzo dal 2006 ad oggi. Nel frattempo nel 2018 il club è anche scivolato fuori dalla top ten della Football money League di Deloitte, la classifica dei club europei con maggior fatturato ’operativo’, cioè da incassi dei biglietti e Uefa, diritti tv, sponsor e merchandising vario: si è fermata a 395 milioni e il Tottenham, con 429 milioni, l’ha scalzata dalla decima posizione.
Per fermare l’emorragia di cassa la Juventus ha bisogno di aumentare ancora i ricavi, impresa difficile per un club che ha già rinnovato a cifre da top club gli accordi con gli sponsor e alzato il prezzo degli ingressi allo stadio. La voce di entrate che davvero separa la Serie A e il suo campione dai più rilevanti campionati europei sono gli incassi dai diritti tv, che per il calcio inglese valgono 3,3 miliardi all’anno, per quello spagnolo 2 miliardi e per quello italiano 1,3 miliardi, che è anche meno degli 1,4 della Bundesliga. Il margine per aumentare questo tipo di incasso, che quasi dovunque resta la principale fonte di finanziamento del calcio, è però molto limitato. Occorrerebbe che il nostro principale campionato tornasse più attraente per i tifosi stranieri, ma dal punto di vista del fascino sul pubblico globale del calcio ormai il nostro svantaggio rispetto alla Premier è incolmabile.
In questo quadro si capisce perché i maggiori club italiani, sempre con la Juventus in testa, siano così attivi nella European Club Association, l’associazione delle squadre più forti d’Europa (con lo juventino Andrea Agnelli alla presidenza) tra i cui obiettivi c’è quello di dare sempre maggiore spazio alle competizioni internazionali, come la Champions, anche a scapito dei tornei nazionali. Soltanto un supertorneo dei top club europei sembra in grado di portare quel successo mondiale di pubblico (e di incassi televisivi) necessario alle nostre maggiori squadre per giustificare i livelli di spesa già raggiunti. Per adesso il progetto dell’Eca, che aveva trovato anche il gigantesco fondo Cvc tra i suoi massimi sponsor, sembra accantonato. Ma non è il caso di illudersi: la pressione delle grandi squadre europee per emanciparsi dai rispettivi tornei nazionali sarà sempre più forte. In Italia, purtroppo, più che altrove.