Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  gennaio 12 Domenica calendario


Biografia di Robert De Niro

È una città bellissima, ma non ci vivrei mai: ho sentito questa battuta centinaia di volte riferita a New York, ma rappresenta esattamente la mia reazione di fronte alle altre capitali». Robert De Niro parla così della sua città e ne conosce alla perfezione lo splendore, le contraddizioni e il rischio della solitudine: Martin Scorsese è riuscito a immortalarne tutti questi aspetti in Taxi Driver, inquadrandolo mentre cammina a testa bassa sotto le insegne al neon della quarantaduesima strada.
«È una città che può sedurti e distruggerti» ma l’attore preferisce celebrarne un altro aspetto: «Parigi, Roma e Londra sono forse più belle, ma non hanno un quarto dell’energia di New York: non farei mai a cambio. E non voglio neanche parlare di Los Angeles, lì ci vado solo a pagamento». Bob, come lo chiamano gli amici, è orgoglioso in egual misura delle proprie radici: «per via del mio cognome tutti mi considerano italo-americano. È vero, ovviamente, ma mio padre era per metà irlandese, e mia madre era di discendenza olandese e inglese: sono un prodotto dell’America». Qualche mese fa ha avviato le procedure per il passaporto italiano: è una reazione all’elezione di Donald Trump, che disprezza profondamente, ma anche la volontà di riscoprire la terra da cui emigrarono i nonni. «Venivano dal Molise», spiega in italiano, «e questo mi rende quasi settentrionale rispetto a Marty e Al, che provengono entrambi dalla Sicilia». Scherza con affetto su Scorsese e Pacino, con i quali è legato da un sentimento di autentica stima, ma ci tiene a mostrare che conosce bene il paese d’origine: «Sono settentrionale anche rispetto a Francis, che viene dalla Basilicata». 
Anche con Coppola ha lo stesso rapporto, ma ogni volta che lo cita si avverte una strana cautela: deve a lui la vittoria del primo oscar per il Padrino parte II, ma nessuno come Bob è identificato con il cinema di Scorsese, con il quale ha già realizzato sette film. Quando lo incontri ti colpisce per il tratto gentile, ma ancor di più per come sia riservato e di poche parole: sia Scorsese che Coppola ne hanno colto in pieno questo elemento, utilizzando la riservatezza come la protezione di qualcosa pronta improvvisamente a deflagrare. E lo aveva intuito Michael Cimino: nel Cacciatore,coltiva in silenzio la propria solitudine, salvo esplodere violentemente per massacrare gli aguzzini viet-cong che lo avevano costretto a giocare alla roulette russa. 
In una carriera lunga sessanta anni ha interpretato anche personaggi a cui sono affidati molti dialoghi, come ad esempio Rupert Pupkin in Re per una notte, ma si ha la perenne sensazione che i suoi protagonisti, e forse anche lui stesso, tengano dentro di sé le proprie angosce, nel tentativo, forse l’illusione, di esorcizzarle nel silenzio e nella solitudine. Le parole appaiono insufficienti o addirittura inutili, e l’unica cosa che conta sono i fatti e le scelte ideali: fa impressione vedere questo atteggiamento di ritrosia in un attore così amato e popolare. Bob sfugge in ogni modo l’attenzione della folla e spiega che «quando sei famoso sono tutti gentili con te, e questo è non solo è falso ma pericoloso»: si trova a proprio agio solo con pochi amici fidati come Chaz Palminteri, Harvey Keitel e Joe Pesci. È stato lui a convincere quest’ultimo a tornare a recitare in The Irishman dopo dieci anni dal ritiro dalle scene, ed è stato lui a regalare a «Marty il libro Toro Scatenato, la storia di un uomo il cui unico talento era quello di far soffrire». 
A differenza di Scorsese, che ha fatto dei genitori i protagonisti di Italian American, Bob parla poco della madre Virginia e del padre, che portava il suo stesso nome: erano entrambi artisti e Robert Sr. è stato un capofila degli espressionisti astratti. Gran parte della sua casa su due piani affacciata su Central Park West è arredata dalle sue opere, ma alla figura del padre, che ha amato profondamente, è legato un trauma: quando lui aveva due anni, Robert Sr. scoprì la propria omosessualità e abbandonò la madre. Bob venne allevato dai nonni, che all’insaputa dei genitori, entrambi atei, lo battezzarono con rito cattolico. Frequentò quindi le scuole pubbliche, dove venne soprannominato dai compagi di classe Bobby Milk per via della carnagione pallida, e si rese conto della passione per la recitazione durante una messa in scena del Mago di Oz: abbandonò il liceo per frequentare i corsi di Stella Adler ed entrare quindi nell’Actors Studio.
Lee Strasberg rimase a bocca aperta di fronte a un talento così prorompente, ed Elia Kazan, che lo scritturò negli Ultimi Fuochi, rimase colpito quando accettò senza fiatare di dimagrire venti chili per apparire verosimile nel ruolo del protagonista. Durante le riprese rimase ancora più ammirato: «La domenica, quando gli altri attori andavano a giocare a tennis, Bob mi chiedeva di provare le scene». Ne risultò una delle sue interpretazioni più memorabili, e De Niro rimase molto affezionato a Kazan, al punto da consegnargli, insieme a Scorsese, l’oscar alla carriera di fronte a una platea gelida, che non aveva perdonato al regista l’aver fatto i nomi di simpatizzanti comunisti di fronte alle attività anti-americane: Bob è un liberal convinto e un generoso finanziatore del partito democratico, ma traccia una linea netta tra l’apprezzamento di un artista e l’eventuale giudizio sull’uomo. 
Nessuno più di Martin Scorsese è testimone della sua assoluta meticolosità nel lavoro: per Toro Scatenato ingrassò quasi trenta chili e scolpì un’interpretazione indimenticabile, grazie alla quale vinse meritatamente il suo secondo oscar. C’è stato un momento, nella sua carriera, in cui cominciò ricevere quasi esclusivamente proposte per ruoli da gangster, ma decise saggiamente di offrire un’immagine diversa puntando sulle commedie, dove dimostrò di saper eccellere: il modo in cui duetta con Charles Grodin in Treno di mezzanotte è esilarante, e lo stesso si può dire delle scene in compagnia di Billy Cristal e Ben Stiller nelle serie Analizzare Questo e Ti presento i miei. L’eccellenza recitativa non ha risentito minimamente quando ha lavorato con registi non americani come Alfonso Cuaron, Sergio Leone e Bernardo Bertolucci, e ha applicato il concetto di diversificazione in molti aspetti della propria vita: con Bronx ha dimostrato di essere un regista di qualità, e per dirigere The Good Shepherd (L’ombra del potere) ha rinunciato al ruolo che poi venne interpretato da Jack Nicholson in The Departed.
Dopo aver fondato insieme a Jane Rosenthal la Tribeca Production con l’intento di realizzare film indipendenti, ha creato il festival con lo stesso nome, mentre investiva con grande fortuna nella ristorazione. Recentemente è ossessionato dal degrado della situazione politica: non riesce a darsi pace all’idea che il suo paese sia nelle mani di «un barbaro malvivente». Durante la prima campagna elettorale ha fatto circolare un video nel quale arrivava a minacciare Trump fisicamente, convinto che fosse l’unico linguaggio comprensibile per «questa sciagura per le istituzioni americane, a cui auguro di finire in galera: non è neanche un gangster di livello, perché quelli veri hanno almeno un loro codice d’onore». 
Si diverte quando parla dei criminali, e uno dei ruoli a cui è maggiormente legato è quello di Al Capone negli Intoccabili, anche per la gratitudine che prova per Brian De Palma, che fu il primo a scoprirlo. In quel film parla molto più del solito, ma ciò non impedisce le esplosioni di furia: a Elliott Ness urla «sei solo chiacchiere e distintivo» . 
È illuminante scoprire che questo straordinario interprete degli insegnamenti del Metodo lasci molto spazio all’improvvisazione. La scena di Taxi Driver nella quale Travis Bickle minaccia con una pistola se stesso nello specchio è in buona parte improvvisata, a cominciare dalla battuta «You talkin’to me?», come lo sono molti i gesti, e perfino il modo di camminare: «per Travis ho studiato come si muovono i granchi, lateralmente: mi sembrava in tono con la sua psiche». Poche scene sono emozionanti come quella del Cacciatore in cui torna a dal Viet-Nam e non si presenta a una festa in suo onore. Va invece a trovare Meryl Streep, di cui è da sempre innamorato: una sequenza costruita sul silenzio, l’imbarazzo e dialoghi volutamente banali che rivelano l’animo tormentato dei due protagonisti: «nel mio modo di recitare - ti spiega - c’è una combinazione di disciplina e anarchia».
Ad agosto compirà settantasette anni, e negli ultimi tempi è sempre più dedito alla vita familiare, specie da quando al figlio Elliott è stata diagnosticata una grave forma di autismo. Non sono mancati i dolori, nel cammino della sua vita: è stato l’ultimo, insieme a Robin Williams, a vedere vivo John Belushi prima che morisse di overdose. Il volto si riempie di dolore, quando ci pensa: «Se c’è un Dio avrà tutte le risposte alle nostre domande», dice, ma poi ripensa all’energia della vita e della sua città: «Avremo tempo per riposare, quando saremo morti».