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 2020  gennaio 12 Domenica calendario


L’astuzia di Don Matteo

In Italia si è capovolto perfino l’immaginario: al pontefice attuale assomiglia più un fantaprete di provincia (Don Matteo), mentre i papi delle serie ( Young& New ) e i prelati che li circondano hanno i vizi (ma non le virtù) dei parroci. C’è un pubblico per ogni livello della gerarchia fantaclericale, ma quello ipnotizzato dagli occhi di Terence Hill è un caso. Vent’anni e dodici stagioni dopo il suo sacerdote resta il patrono di Rai Uno e milioni di spettatori, distribuiti tra classi sociali, età anagrafiche e località geografiche, non si perdono una puntata.
Don Matteo è l’erede di una tradizione annacquata: è un don Camillo traumatizzato dalla scomparsa di un antagonista, un padre Brown con meno inquadrature e profondità, ma liquidarlo come uno sgangherato prodotto arci-popolare sarebbe un errore. Anzitutto: perché non si spara sulla Croce Rossa, sul pianista e sui preti di paese. Ancor più: perché la serie è proprio come don Matteo: dietro l’apparenza improbabile (la cittadina linda e pinta, la tonaca che sembra un “chiodo") si cela l’astuzia di quelli che hanno capito che la sottovalutazione è la trappola perfetta. Certo, si può restare lievemente sbigottiti all’ascolto: tra il sacerdote, la perpetua e il carabiniere non ce n’è uno che parli propriamente l’italiano, ma anche questo fa parte dei trucchi del mestiere: avvicinati se vuoi capire.
Quel che comprenderai è che gli autori hanno seguito l’esempio di Camilleri nell’altro grande successo: il commissario Montalbano. Lui aveva lasciato la mafia fuori dalle storie, benché ambientate in Sicilia, per non darle dignità artistica. I creatori di Don Matteo hanno lasciato fuori la realtà e finanche il verosimile: nevica in agosto, il traffico si apre come il Mar Rosso al passaggio della bicicletta del sacerdote e quando viene inquadrata la scacchiera i pezzi hanno disposizioni da partita finita mezz’ora prima.
Dice Nino Frassica che questa fiction rappresenta l’antidoto ai veleni del tg che la precede. Trascura che da anni tra i due c’è un cuscinetto di tregua: uno di quei giochi con gli sconosciuti o con il pacco. Più probabile che Don Matteo rappresenti un’antitesi: a quello che offrono le altre reti, alle voci sguaiate dei politici a duello o dei vip chiusi a chiave. La fantaSpoleto si propone come capitale morale di un’Italia pacificata, un’oasi atemporale, due ore in cui nessuno offende qualcun altro, dal vivo o tramite tastiera. La vera protagonista della serie è questa penisola che non c’è. Don Matteo è solo il deus ex machina pedalante. Interviene non tanto per risolvere i gialli, che si liquefanno da sé sotto il sole perenne, ma per darci la morale della storia che, attenzione, non è quella che appare.
La nuova serie parte da un falso presupposto: dieci film di 100 minuti, ognuno con il titolo di un comandamento, una specie di decalogo di Kieslowski per i più piccini.
La prima puntata, quella andata in onda giovedì scorso superando il 30% di share, si intitolava “Non avrai altro Dio all’infuori di me” e a un certo punto Terence Hill si avventurava in una esegesi del precetto, senza sembrare, neppure lui, troppo convinto di quel che proponeva. Molto di più quando citava alla giovane studentessa Dostoevskij («Dostoché?», replicava lei, benché vada regolarmente a scuola). Semplificando una sua frase le diceva: «È più facile condannare che capire». Questo era il vero filo conduttore dell’episodio, che si reggeva su due tradimenti non perdonati con tragiche conseguenze, sul rifiuto di accettare una propria responsabilità alla base degli errori altrui.
Il resto è una cortina fumogena: gli accenni ai social e la presenza di Rovazzi per catturare il pubblico giovane, la passione senile di Frassica per i veterani della speranza. Il vero arrosto è in quel messaggio subliminale che Terence Hill lancia ai naufraghi spiaggiati sui divani, stanchi di sparasentenze e desiderosi di quella suprema forma di amnistia che è la comprensione: rimetterete i nostri peccati perché qualcuno capirà che cosa vi ha spinto a commetterli. A proposito di don Matteo si usa a ripetizione l’aggettivo “rassicurante”, ma si tratta di una falsa sicurezza: non fornisce le chiavi del paradiso, ma solo vaghe indicazioni per procurarsele, dopodiché si prosegue nell’oscuro al di qua (dallo schermo). Il suo papa di riferimento non può essere certo quello giovane e insuperato di Paolo Sorrentino, interpretato da Jude Law e costruito a immagine e somiglianza del dio dell’antico testamento: invisibile, irascibile, mette gli uomini alla prova, li danna e li ama tutti contemporaneamente e concepisce la cancellazione di sé come estremo atto per la salvezza universale. Per una volta don Matteo si troverebbe meglio nella realtà, accanto a Francesco e non è escluso che, prima della fine (del pontificato, giacché la serie tende all’eterno), una telefonata dal Vaticano la riceva.