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 2020  gennaio 12 Domenica calendario


In morte di Qaboos bin Said, sultano dell’Oman

Quando senza spargimenti di sangue Qaboos bin Said detronizzò il padre Said, sultano dell’Oman, mandandolo per sempre in esilio in due stanze all’hotel Dorchester di Londra, il Paese di cui prendeva le redini aveva in tutto due scuole e dieci chilometri di strade. La schiavitù era diffusa; non c’era elettricità, era proibita la radio e pure per portare gli occhiali serviva un permesso del sultano. Era il 1970 e Qaboos aveva 29 anni. 
Ieri è morto dopo un lustro di malattia, forse un cancro al colon. Il Paese che lascia nelle mani del suo successore, il cugino Haitham bin Tariq al-Said, ha ospedali, autostrade, porti, stadi e persino un’orchestra sinfonica, costruiti coi proventi del petrolio, che Qaboos ha nazionalizzato. È un piccolo impero del turismo in espansione: per il 2020, il governo punterebbe a 5 milioni di turisti l’anno (nel 2019 ci sono stati anche circa 50 mila italiani: tra loro l’ex ministra Maria Elena Boschi, che ci ha trascorso il Capodanno). 
Ma soprattutto ha un ruolo strategico nella Penisola Araba: il Sultanato, grande come la Polonia e vicino allo stretto di Hormuz, nei 50 anni di neutralità di Qaboos si è ritagliato un ruolo di «Svizzera del Medio Oriente», cioè di mediatore moderato della regione. Lo stesso accordo sul nucleare del 2015 fra gli Usa di Obama e l’Iran è nato qui: nelle ville del sultano sulla costa della capitale Muscat si erano svolti i colloqui preliminari. 
Qaboos studiò in Gran Bretagna all’Accademia Militare di Sandhurst; nel 1965 il padre lo fece rientrare in patria, e forse capendo di avere allevato un delfino lo rinchiuse nel sontuoso palazzo di Salalah, a mille chilometri dalla capitale. Amici da Londra gli inviavano musicassette: dentro, al posto della musica, c’erano le istruzioni dei servizi segreti inglesi per rovesciare Said. 
Grazie anche alla corrente ibadita dell’Islam che vige in Oman, Qaboos riuscì a mantenersi equidistante dai conflitti fra sciiti e sunniti nella regione; tra le sue imprese diplomatiche ci sono la pace fra Iran-Iraq, di cui fu pontiere, la liberazione di tre americani incarcerati in Iran, i rapporti eccellenti con Iran e Israele e infine l’accordo sul nucleare del 2015. Nel 2011 delle primavere arabe resisté alla chiamata alle armi dei sunniti per sedare una rivolta sciita in Bahrein, e più avanti dei sauditi che lo volevano attivo in Yemen; in compenso accontentò i manifestanti scesi in piazza in Oman, che brandivano cartelli con lo slogan «Qaboos aiutaci!», con un sussidio di disoccupazione e un rimpasto di governo. 
Con tutto ciò, Qaboos è stato un sultano autoritario, che pur avendo scritto la prima Costituzione nel 1996, e concesso il suffragio universale, aveva assunto i ministeri di Difesa, Finanze, Esteri e il comando delle Forze Armate. La stampa in Oman non è libera; ma tra i sudditi è stato amatissimo, e la frase «C’è ancora bisogno di te» è rimbalzata ieri migliaia di volte sui social. 
La sua vita privata fu invece enigmatica. Aveva sposato una cugina nel 1976; separati già dalla settimana delle nozze, in tre anni divorziarono. Lui non si risposò mai, alimentando dicerie di omosessualità – ma in Oman i gay sono fuorilegge, e «dare scandalo» costa fino a tre anni di reclusione – e non ebbe figli. 
Quando il Sultano muore, 50 maschi della famiglia scelgono il successore; se non ci riescono in tre giorni, aprono una lettera lasciata da lui, che indica un nome. Ieri la famiglia ha deliberato: sale al trono il cugino Haitham, ex ministro della Cultura. Ha già promesso: «Seguiremo la linea pacifica e neutrale di Qaboos». Il Golfo sta a guardare.