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 2020  gennaio 12 Domenica calendario


Il regime iraniano alla prova

Nel 1972 gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica firmarono un trattato per limitare l’uso di un’arma (i missili anti-missili) che entrambi possedevano. Fu deciso in quella occasione che ogni Paese avrebbe avuto il diritto di collocare una stazione anti-missilistica accanto alla propria capitale o a una città considerata nevralgica per la sopravvivenza dello Stato nella eventualità di un conflitto. Pur volendo vincere, ciascuna delle due potenze desiderava avere un interlocutore responsabile, capace di garantire l’ordine e stipulare accordi. Bisognava evitare che il Paese perdente, come era spesso accaduto nei decenni precedenti, precipitasse nel caos anarchico della guerra civile.
Queste preoccupazioni non appartengono alla cultura politica del presidente degli Stati Uniti. Il generale Qassem Soleimani, di cui Donald Trump ha decretato la morte, era un militare, ma anche probabilmente, insieme alla Guida Suprema dell’Iran (l’Ayatollah Ali Khamenei), l’uomo più popolare del suo Paese.
S oleimani è stato negli ultimi anni uno spietato nemico dell’America in Iraq. Ma era davvero impossibile prevedere che gli Stati Uniti, nel 2003, invadessero con pretestuosi motivi un Paese prevalentemente sciita senza suscitare le reazioni ostili di uno Stato (l’Iran) che è la maggiore potenza sciita della intera regione medio-orientale? Dopo avere combattuto nella guerra degli 8 anni contro l’Iraq (quando il Paese di Saddam Hussein godeva del sostegno americano), Soleimani era diventato un eroe nazionale e un possibile successore del Grande Ayatollah alla guida del Paese. Ma anche queste sono considerazioni a cui Trump non è sensibile. Il suo dichiarato obiettivo era quello di provocare in Iran, con sanzioni e altri mezzi, un cambiamento di regime. Se questo era il suo scopo, tuttavia, la morte di Soleimani sembra avere avuto l’effetto opposto: quello di garantire al regime di Teheran una crescente popolarità. (Ma ieri, secondo una agenzia inglese, vi sarebbero state in Iran manifestazioni popolari contro il governo e persino contro la memoria del generale ucciso). 
Commetteremmo un errore, tuttavia, se esagerassimo l’importanza di Trump in questa ennesima crisi fra gli Stati Uniti e l’Iran. Il processo al nemico e la sua eliminazione fisica, con motivazioni spesso più religiose che politiche, appartengono alla mentalità americana. Ne abbiamo avuto una dimostrazione quando abbiamo visto Barack Obama e Hillary Clinton assistere alla esecuzione in diretta di Osama bin Laden da un salotto della Casa Bianca. Trump vuole evitare l’impeachment e conservare la presidenza, ma è anche convinto, non senza qualche ragione, che la maggioranza degli americani detesti l’Iran e voglia un leader risoluto, sprezzante, capace di prendere sul tamburo, contro Teheran, misure forti e ispirate da quello che è considerato un vitale interesse degli Stati Uniti. 
Da quasi mezzo secolo i due Paesi sembrano condannati a guardarsi in cagnesco. I buoni ricordi dell’uno sono i pessimi ricordi dell’altro. Per coloro che governano ora l’Iran la partenza dello Scià nel 1979 è una pagina gloriosa di storia nazionale, il giorno in cui il Paese vendica il colpo di Stato con cui gli americani e gli inglesi, nel 1953, si erano sbarazzati di un leader progressista, Mohammad Mossadegh per restituire il potere a Reza Pahlevi. Per gli americani la cacciata dello Scià, invece, è la perdita dell’uomo che era stato per molti anni la sentinella degli Stati Uniti nel Golfo Persico. Non è tutto. Per gli iraniani la detenzione di 53 cittadini americani per 444 giorni sino al 20 gennaio 1981, era il gesto avventato con cui una società emancipata sfogava la sua collera e faceva valere i propri diritti. Per gli americani era invece, ed è tuttora, una mossa brigantesca e imperdonabile. 
In queste circostanze l’Unione Europea sarebbe stata, per trattare con l’Iran, il migliore degli interlocutori possibile. Alcuni dei suoi membri, fra cui l’ Italia, avevano creato nel Paese una rete di amicizie e relazioni economiche che avrebbe giovato alle loro economie e favorito contemporaneamente la crescita del Paese. Ma Trump non voleva favorire lo sviluppo economico dell’Iran. Voleva anzi creare condizioni in cui i cittadini iraniani sarebbero scesi nelle strade per cambiare il regime. Dopo avere boicottato l’accordo sul nucleare iraniano, che il suo predecessore aveva firmato con gli altri membri del Consiglio di sicurezza e la Germania, ha voluto e ottenuto che gli europei continuassero a tarpare le ali dell’Iran con nuove sanzioni. E gli europei, dopo avere subito un primo danno (il boicottaggio dell’accordo sul nucleare) hanno accettato di subirne un secondo tornando al regime delle sanzioni. Non è questa l’Europa di cui vorremmo essere cittadini. 
Naturalmente anche in Iran esistono fazioni bellicose, islamisti fanatici, strateghi del «tanto peggio tanto meglio». Ma le scuse offerte dal presidente Rouhani quando un missile iraniano ha abbattuto un aereo ucraino, dimostrano che vi sono interlocutori con cui l’Europa può parlare per fare una politica diversa da quella che è stata fatta sinora.