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 2020  gennaio 11 Sabato calendario


In tre per la successione a Di Maio

È stato Alessandro Di Battista a fargli urlare: «Basta». Il giorno in cui l’ex deputato ha aperto la guerriglia social contro l’espulsione di Gianluigi Paragone, di fatto delegittimandolo. E allora si è detto: basta con questo assedio quotidiano, una macerazione che stritola ogni margine di leadership. Molto meglio, ha pensato Luigi Di Maio, lasciare il M5S alla deriva e vedere come l’orda che vuole la sua testa in nome di uno straccio di democrazia si autofagocita. E Di Battista è l’indiziato numero come futuro leader se si aprisse la guerra di successione. Tre nomi su tutti: il suo, Stefano Patuanelli e Paola Taverna.
La tentazione dei pop-corn è forte, ed è la più profonda verità che anche nello staff di Di Maio faticano a dissimulare: lasciare il trono di capo politico, osservare da spettatore il disfacimento che gli viene imputato. Le smentite hanno questo limite: che non possono cucire la bocca a tutti, a chi per esempio nella corte ristretta o nel governo non nasconde quella rabbia sfogata negli ultimi venti giorni da Di Maio contro la gogna giornaliera, quella voglia di uscire dal ring. Più sfoghi, che si sono sommati e sono diventati una voce, una possibilità. Insomma Di Maio è tentato, ma la volontà? Arriverà fino in fondo, fino al punto di perdere tutto e restare solo (si fa per dire) ministro degli Esteri, un ruolo che oggi c’è ma domani chissà e che non ne definisce l’identità politica?
Intanto dietro di lui le manovre continuano. Ieri, dopo le indiscrezioni del Fatto e del Foglio, non c’è stata una sollevazione in sua difesa. Anzi. C’è chi lavora già alla lista dei potenziali successori, tenendo in considerazione la sopravvivenza del governo e l’infilata di elezioni regionali che potrebbe devastare i grillini. Inutile dire che Beppe Grillo è stato raggiunto da queste voci come lo è pressoché tutto il governo. Chi proverà a galleggiare nel caos e a tentare di risollevare il M5S? Nella fase di transizione toccherebbe al membro anziano del comitato di garanzia Vito Crimi. Ma poi? Si fanno tre nomi, si diceva, ognuno dei quali ha elementi di forza e di debolezza. 
Il primo: Di Battista. Con grande tempismo è volato in Iran, nel cuore del conflitto globale. Dopo aver infilzato il Di Maio -capo politico su Paragone, ha messo in difficoltà il Di Maio-ministro degli Esteri, che si barcamenava negli equilibrismi diplomatici, con un post di dura condanna al presidente Usa Donald Trump per l’uccisione di Qassem Soleimani. Di Battista è l’idolo delle folle, capace di compattare la base dei militanti ma è detestato dal gruppo di Camera e Senato, da cui è considerato un turista della democrazia parlamentare con il vizio delle telecamere e dei palchi, inadatto a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del governo. L’effetto "Dibba" sarebbe destabilizzante sul Conte II e sull’alleanza con il Pd, perché sposterebbe su posizioni più sovraniste e anti-Ue il M5S, forse anche nella speranza di tornare al voto e farsi rieleggere. Alle urne sarebbe un’incognita: la narrazione anti-sistema potrebbe rivitalizzare il M5S oppure affondarlo perché ormai considerato una forza di governo. 
Per questo, nella fronda più moderata e tra i ministri si preferirebbero altri profili. Non il Guardasigilli Alfonso Bonafede, perché indisponibile a sostituire il leader di cui è stato uno dei più fedeli collaboratori, nonostante lo abbia investito del sospetto di voler rianimare l’alleanza con Matteo Salvini. Può garantire la stessa mise ministeriale Stefano Patuanelli. La Stampa ha già raccontato quanto il suo nome piaccia ai grillini in Parlamento e agli alleati di governo. Sconta un carisma mediatico al limite della anemia emotiva. Per questo il terzo nome potrebbe essere quello che accontenta tutti. La vicepresidente del Senato Paola Taverna. È donna, fresca di laurea, ha un eloquio di piazza alla Di Battista e appartiene alla stessa genia della periferia romana di Giorgia Meloni. Già si pregusta il match: Paola vs Giorgia. Sostenuta da Grillo, non nasconde l’ambizione di voler guidare il M5S: Taverna è stata tra le più feroci accusatrici di Di Maio ed è tra le tifose più sfegatate della stabilità di governo e della legislatura. Col tempo è diventata meno aggressiva ed è l’unica, forse, se si votasse sul web, in grado di non soccombere all’onda Dibba.