Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  dicembre 06 Venerdì calendario


Diminuiscono le nascite perché se ne sente meno il bisogno

Ormai non è più una notizia. Anche lo scorso anno, come in tutti i precedenti, le nascite in Italia sono fortemente diminuite. Ce lo ha comunicato l’Istat, il 4% di neonati in meno (18 mila). È la cifra più alta dal 1861. Dal 2015 l’Italia ha oltre 400 mila cittadini in meno. Siamo 60 milioni, di cui il 9% stranieri di 50 nazionalità diverse. Solo l’aggiunta dei figli di migranti ha ridotto la perdita della popolazione, anche se il fenomeno della denatalità ha raggiunto anche le donne straniere, che rispetto agli anni passati fanno meno figli. Ciò ha prodotto il prevalere dei vecchi sui giovani: sino a 14 anni sono il 13,5%, oltre i 60 il 22,6%.La denatalità riguarda tutte le nazioni dell’Occidente, anche se l’Italia è uno dei paesi dove è fra le più basse (1,34 figli per donna fertile). Le cause di questo fenomeno sono note: l’invecchiamento delle donne, l’immissione delle madri nelle attività lavorative fuori casa, le difficoltà economiche della famiglia, la scarsità dell’assistenza alle madri e ai bambini. Sono difficoltà reali, cui tutti i paesi occidentali cercano di dare aiuti crescenti, nella speranza di aiutare le coppie. Ma in che misura aiuteranno a risolvere il problema? Purtroppo sinora i risultati sono stati modesti.
L’aspetto economico è certo importante, ma è solo uno dei tanti. Basterebbe pensare che le famiglie italiane del passato, assai più povere di quelle d’oggi, allevavano tanti figli. E ciò mostra che la causa principale della crisi della famiglia non è economica, ma antropologica. Essa è l’esito necessario di una concezione della vita, per la quale generare e allevare figli sono soprattutto un peso e un rischio. In ogni caso un pericolo.
La nostra società privilegia la quotidianità e la transitorietà, appare priva di valori e credenze permanenti, il matrimonio è divenuto contratto, quando non anche fantasia creativa, e il dono scambio. Abbiamo rifiutato la vecchia famiglia, paternale e autoritativa, niente di male, ma non ne abbiamo ancora trovata una nuova che funzioni. Perciò, meno matrimoni e più convivenze, crescita di separazioni e divorzi. L’educazione delle giovani generazioni rivela vuoti e distorsioni, lo mostrano la tossicodipendenza e la microcriminalità diffusa.
Viviamo in una cultura edonista: un tempo la famiglia veniva vissuta come gioia ma anche come sacrificio, ora è l’asilo, prevalentemente notturno, del riposo e della «gratificazione reciproca», la promessa è contratto e il dono scambio. È una cultura nichilista, che ha cancellato le certezze e i valori permanenti, ha colorito tutto di leggerezza e indeterminatezza, ha introdotto un senso generale di paura e sconforto, una sfiducia nel futuro. Non per tutti, certo, ma ciò che prevale è una «civiltà del vuoto» e della «transitorietà». Come stupirsi, allora, se calano le nascite?