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 2019  dicembre 03 Martedì calendario


Intervista a Riccardo Chailly

Un inno all’arte nella sua massima accezione e una condanna di quanto ne contraddice il nucleo di bellezza, cioè il malpotere, l’oscurantismo e la decadenza morale. È tutto questo il capolavoro pucciniano Tosca ,storia di una vibrante e pasionaria artista proiettata verso le armonie del cosmo e i firmamenti stellati.
Nemico del suo destino è Scarpia, molestatore di emblematica ferocia che la ricatta e la concupisce sospinto da un delirio di sopraffazione. A tale conflitto (riconoscibile nello spirito di ogni epoca) tra fantasia costruttiva e brutalità immediata, tra il bene come canone etico ed estetico e il male come fame di violenza e di dominio, la Scala affida la sua apertura di stagione, il 7 dicembre, nella serata rituale di Sant’Ambrogio. Guida l’impresa dal podio Riccardo Chailly, direttore musicale del teatro milanese dal 2017: un musicista solido, rigoroso e sapiente nei suoi itinerari di svelamenti e scavi di Verdi e Puccini.
Maestro Chailly, qual è il suo rapporto con Tosca?
«È un’opera complessa che fin da ragazzo ho studiato molto e che, finora, ho diretto soltanto ad Amsterdam nel 1998, con Catherine Malfitano come protagonista e Bryn Terfel nel ruolo di Scarpia. Non è mai stata scelta come titolo per il Sant’Ambrogio della Scala. Trovo difficile soprattutto il suo secondo atto, concepito come una sorta di recitar cantando: la musica è legatissima alla parola e all’andamento ritmico del testo.
Puccini ci mise quattro anni a comporla: il suo fu un viaggio sofferto. Tosca prevede diciassette temi portanti, riferiti a personaggi e situazioni: sono come leitmotiv wagneriani. La costruzione è quasi claustrofobica: si pensa d’essersi mossi in una certa direzione e ci si ritrova in continuazione di fronte a uno di quei temi, talvolta allargato, oppure sovrapposto a un altro.
Quando si affronta Tosca si percepisce l’imponenza del lavoro orchestrale, denso di dettagli da curare e privo di qualsiasi ovvietà».
Eppure la musica di Puccini viene reputata "facile", forse perché romanze quali "Vissi d’arte" e "E lucevan le stelle" sono ormai impresse nell’immaginario collettivo.
«In lui non c’è niente di facile: il suo spessore e la sua profondità sono indiscutibili. Le pagine sublimi che ha citato rappresentano isole di quiete in un’opera turbolenta per drammaticità. Sono momenti di distacco dall’incalzare pressante di un’azione lungo la quale si simula, si tradisce e si perde la vita nell’omicidio e nel suicidio. Tosca è
un’opera dove tutto è inganno».
Lei dirigerà la partitura originaria, che debuttò a Roma nel gennaio del 1900. In seguito Puccini intervenne con varie modifiche. Perché ha scelto quella prima versione?
«Puccini era pieno di scrupoli e tendeva a correggere sé stesso accorciandosi e tagliandosi, non sempre a ragione. A Milano non è mai stata eseguita la versione della prima assoluta di Tosca , e considero un fatto musicologico importante avere la possibilità di ascoltarla alla Scala, nell’edizione critica di Roger Parker. In questo teatro Puccini ha avuto un rilievo enorme: è stato il compositore più incisivo nella storia della Scala accanto a Verdi.
Quest’ultimo fu tentato dal dramma di Sardou dal quale fu tratto il libretto di Tosca: "Se fossi ancora in carriera lo musicherei con tutta l’anima", scrisse Verdi. Io credo molto nel percorso pucciniano che abbiamo intrapreso nelle ultime stagioni, scandito da tappe quali la Butterfly nella prima versione, che diressi il 7 dicembre 2016, e Manon Lescaut nella prima versione, che ho proposto alla Scala nella primavera scorsa. E il primo manoscritto di Tosca, che ho ricevuto tempo fa da Ricordi in vista del progetto attuale, oggi è stato interamente stampato».
Rispetto alle versioni note, quali sono i passaggi nuovi di questa Tosca di Sant’Ambrogio 2019?
«Uno dei cambiamenti più interessanti rispetto all’edizione che conosciamo riguarda la coda della romanza Vissi d’arte, cui segue un breve dialogo tenebroso fra Tosca e Scarpia. Quando Scarpia viene ucciso da Tosca ci sono alcune battute musicali aggiunte, concitatissime, dove Puccini sembra avvicinarsi al teatro espressionista. Inoltre nel finale c’è una coda più ampia rispetto a quella eseguita abitualmente, con una ripresa di E lucevan le stelle e anche qui con battute musicali aggiunte, dove il fortissimo orchestrale corrisponde molto bene all’incredibile potenza dell’immagine teatrale a cui è correlato».