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 2019  dicembre 02 Lunedì calendario


Intervista a Harvey Keitel

«A sedici anni io e Martin Scorsese camminavamo fianco a fianco per le strade di Coney Island. Cercavamo disperatamente, tutti e due, di essere qualcosa nel mondo». Il newyorkese Harvey Keitel, ottant’anni compiuti lo scorso aprile, è diventato un pezzo di storia del cinema, 158 film, una dozzina di titoli memorabili, da Mean Street a
Taxi Driver , Lezioni di piano , Il cattivo tenente , Le iene e Pulp Fiction . I suoi registi di riferimento, Tarantino e Scorsese, entrambi cultori del cinema italiano, gli hanno aperto un corridoio verso il nostro Paese che è durato nel tempo: Paolo Sorrentino lo ha voluto nel suo Youth , lo vedremo presto nelFatima di Marco Pontecorvo, cui è seguito Just noise , film sulla lotta per l’indipendenza maltese firmato da Davide Ferrario.
Keitel è a Marrakesh, ambasciatore per conto dell’amico Scorsese di The Irishman . Alloggia in una suite con piscina dell’Hotel Mamounia con la moglie e l’ultimo dei tre figli, quindicenne. «È molto timido ed è appassionato di letteratura. Io ho lasciato la scuola presto, sono entrato nei marines, ho studiato da adulto. È il mio unico rimpianto nella vita, non aver fatto il college».
Lei è figlio di immigrati polacchi.
Quanto ha cercato di staccarsi e quanto invece di preservare le proprie origini?
«È una questione profonda, c’è bisogno di un paio di drink per rispondere. Vengo da una famiglia che era ampiamente sotto la middle class. Cercavo di sentirmi qualcuno, sfortunatamente l’ho fatto lasciando la scuola. Con i miei due migliori amici cercavamo un viaggio epico, ci siamo arruolati nei marines. Sono stati tre anni che mi hanno forgiato: ho imparato la disciplina, ho superato la paura dell’oscurità.
Ricordo che andai in un addestramento in un campo in North Carolina. Appena arrivati ci fecero fare una simulazione di combattimento nel buio totale. Ero in preda al terrore. Ho pensato di nascondermi, poi ho sentito la voce dell’istruttore: “Avete tutti paura dell’ignoto, dell’oscurità. Io vi insegnerò a conoscerla e non ne avrete più timore”. Ne ho superate tante, nella vita, di paure».
Con Scorsese avete fatto un viaggio lungo 46 anni.
«Io e Martin siamo una sorta di gemelli, anche se i miei genitori erano polacchi e i suoi di Little Italy.
Frequentavamo lo stesso melting pot di Coney Island. Lì abbiamo forgiato il personaggio di Mean Street che è lo stesso di
Chi sta bussando alla mia porta? . Quel film lo girammo nei fine settimana, allora lui andava a lezione e io vendevo scarpe. Un giorno mi chiede di rivedere le prime scene che avevamo girato, all’università. Vedo la scena quando il personaggio cammina nella chiesa e Martin fa i primi i piani alle icone... lì ho capito il suo talento. Ci siamo aiutati. Sono contento di essere nel suo The Irishman : non esistono piccoli ruoli, esistono solo attori buoni o cattivi».
In “Taxi driver” le offrirono il ruolo poi andato ad Albert Brooks
perché lei preferì quello del pappone.
«Sì. Eppure all’inizio aveva solo cinque battute. In quel periodo vivevo nell’Hell’s Kitchen e la notte mi imbattevo nelle prostitute e nei loro protettori, andavamo anche a fare la spesa negli stessi negozi economici, avevamo fatto amicizia. Il mio personaggio nel film è vestito esattamente come un pappone di Hell’s Kitchen».
“Il cattivo tenente”, “Mean Street”, “Taxi Driver”….lei ha detto che nessuno di questi suoi personaggio è violento.
«Il mio è un gioco di parole per spiegare che loro non pensano di esserlo. Il cattivo tenente è un uomo in caduta libera, incredibilmente complesso. A livello superficiale si può definire cattivo, ma in realtà è emotivamente distrutto».
Quando girò il film ne aveva già intuita la potenza?
«È stato il film che ha avuto l’impatto più forte sulla mia vita. Anche per la sceneggiatrice che lo ha scritto con Abel Ferrara, nel film interpreta la ragazza che mi inietta la siringa. È morta di overdose. Aveva un talento straordinario. All’epoca cercavo un ruolo da protagonista, mi davano sempre quelli da comprimario. Il mio agente mi mandò il copione di Abel “è per un ruolo da protagonista”.
Evviva, pensai. Poi mi arrivò al Mormont hotel un librone enorme scritto a caratteri grandissimi. Lo buttai nel cestino. Ma volevo un ruolo da protagonista, lo ripresi e lo lessi.
Arrivai alla scena della monaca, che aveva scritto questa ragazza, e ne fui così colpito che decisi di girarlo. È stata un’esperienza straordinaria».
Nella sua carriera ha alternato registi famosi a debuttanti.
«Non ho mai cercato i registi di successo, cercavo di imparare la vita.
Ho studiato tanto, ma ho avuto anche fortuna. Mi ricordo fu ancora una donna a portarmi il copione di Le iene di Tarantino. Nessuno voleva finanziarlo, il mio nome aiutò Quentin a trovare i soldi».
Tra Tarantino e Scorsese chi vincerà l’Oscar?
«Toccherebbe a me. Spero solo che non mi diano un Oscar alla carriera, è un po’ tardi per questo».
Il suo legame con l’Italia è longevo. Negli ultimi anni ha girato “Youth” con Paolo Sorrentino, ora Fatima con Marco Pontecorvo.
«Marco è uno dei miei registi favoriti in assoluto. Il film è un gioiello.
Grande senso dell’umorismo, una storia deliziosa sulla religione, su come la usiamo per il bene e ogni tanto in modo dannoso. Penso sia una storia importante. Lo è stato per me».
Qual è il suo rapporto con la religione?
«Mi piace citare Thomas Paine, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti.
Quando gli chiedevano “qual è la tua religione?” rispondeva: “fare ciò che è giusto”».