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 2019  novembre 08 Venerdì calendario


Su "Vivere con gli dèi" di Neil MacGregor (Adelphi)

Nei Musei Vaticani è conservata la statua di un torso maschile seduto, nell’atto di sollevarsi. Forse Aiace Telamonio che medita il suicidio. Non ha testa, né braccia, né gambe: un busto che si torce gonfiando i muscoli poderosi. Di questo corpo mutilo scrisse Winckelmann: "Se vi sembra inconcepibile che si possa mostrare la forza del pensiero in un’altra parte del corpo, che non sia la testa, imparate qui come la mano d’un artista creatore abbia il potere di spiritualizzare la materia". Rainer Maria Rilke ebbe la stessa "inconcepibile" visione al Louvre, davanti al Torso di Mileto: neppure di questo giovane spavaldo conosciamo la testa, "ma il suo torso ancora arde come un candelabro", guarda senza occhi, sorride senza bocca, e rivolge al poeta un ordine misterioso: "Devi cambiare la tua vita".

Finché l’arte e il sacro hanno fatto parte della stessa sfera di esperienza, visioni come quella di Winckelmann, o di Rilke, erano assai frequenti tra le persone. Il manufatto, l’effigie, il tempio erano solo apparentemente inanimati. Così i sacerdoti di Girsu, in Mesopotamia, accudivano la statua del dio Ningirsu come un bambino. I cinesi realizzavano i ritratti dei familiari solo per dare asilo al loro spirito dopo la morte. I mistici del Medioevo sperimentavano la Passione contando le stille di sangue dipinte sul corpo di Cristo.

Uomini, leoni e mammut
Uno dei più eminenti storici dell’arte inglesi, Neil MacGregor, ha scelto queste manifestazioni materiali, durevoli, della spiritualità umana, per raccontare la storia dei culti religiosi. Il risultato è una narrazione per immagini - Vivere con gli dei (Adelphi, pp. 591, euro 49, traduzione di Francesco Francis) -   che sorvola sulle "astratte verità teologiche" per entrare nel vissuto quotidiano dell’esperienza religiosa. Come nei precedenti La storia del mondo in 100 oggetti e Il mondo inquieto di Shakespeare, quasi tutti i reperti esaminati e riprodotti nel libro vengono dal British Museum, di cui MacGregor è stato direttore fino al 2015.

Alcuni reperti appartengono a epoche talmente remote da mettere alla prova l’immaginazione. L’Uomo-leone di Ulm, per esempio, è stato scolpito in avorio di mammut quarantamila anni fa da uomini che avevano il nostro stesso cervello, ma vivevano a temperature di circa dodici gradi inferiori rispetto a quelle di oggi e in media non superavano i trent’anni di vita. In quell’Europa gelida e boscosa, un individuo fu esonerato dai lavori per la sopravvivenza quotidiana - cacciare, confezionare indumenti, custodire il fuoco, proteggere i bambini dai predatori - in virtù delle sue eccezionali doti scultoree. L’artista realizzò una figura con il corpo di uomo e la testa di leone delle caverne. È la prima "chimera" della storia: un’immagine che l’artefice non poteva aver visto, solo immaginato. L’ibrido guarda dall’alto in basso, con il petto gonfio e le gambe divaricate. Il muso ha la lieve scucchia dei felini; le sue orecchie sono tese, in ascolto. La grotta in cui è stato scoperto, esposta a nord, era troppo fredda per essere abitata: è probabile che gruppi provenienti da un territorio molto ampio vi confluissero stagionalmente, per partecipare a qualche tipo di cerimonia. Non sapremo mai quale.

17 minuti di sole
Altrove, abbiamo degli indizi. Non lontano da Dublino, a Newgrange, c’è una tomba megalitica nascosta sotto una montagnola artificiale: cinquemila anni fa, cioè prima di Stonehenge e delle piramidi, ogni 21 dicembre degli uomini scendevano nella tomba e attendevano, al gelo e nell’oscurità, le 8.58 del mattino. A quell’ora, il primo raggio di luce che segna l’inizio dell’inverno entra da un’apertura sopra l’entrata, si insinua nel corridoio fiancheggiato dai megaliti, penetra nella camera delle sepolture e la illumina per diciassette minuti. Il sole ha raggiunto i morti: cielo e terra sono in contatto. Il monumento deve essere stato eretto da una comunità molto ben organizzata, con una popolazione e un surplus alimentare sufficienti a rinunciare, forse per diverse generazioni, a una parte consistente di forza lavoro. Tutto questo, per quei diciassette ineffabili minuti. Ecco arte e religione denudate, nel loro primo abbraccio.

Il dio di tutti gli dèi
Poi, la questione si fa più complicata, come testimonia un piccolo pezzo di argilla cotto al sole di Babilonia duemilacinquecento anni fa. Contiene qualcosa di molto simile "alle annotazioni di una sessione di brainstorming di un gruppo di intellettuali babilonesi", alle prese con un’ipotesi suggestiva: e se ci fosse una categoria del divino più ampia dei singoli dèi? Così recita la tavoletta: "Ninurta è il Marduk dell’aratro, Nergal è il Marduk della guerra, Nabu è il Marduk della contabilità, Sin è il Marduk che illumina la notte, Shamash è il Marduk della giustizia, Adad è il Marduk della pioggia, Tishpak è il Marduk delle truppe..." Proprio il nome dell’ultimo dio - "il Marduk di tutto" - non è più leggibile. Qualcuno ha visto in questo esperimento mentale il primo germe del monoteismo. Non sembra casuale, tuttavia, che proprio a quel tempo Nabucodonosor avesse fatto di Babilonia il cuore politico della regione. Dietro la tavoletta, dunque, potrebbe esserci non tanto lo studioso che si accosta arditamente all’ipotesi monoteistica, quanto l’intuizione - di matrice politica - che il nuovo status di Babilonia potesse rispecchiarsi nell’ordine celeste.

Esorcizzare la violenza
Altri oggetti testimoniano una spiritualità molto diversa: una mantellina racconta il sacro legame tra i popoli dell’Alaska sud-occidentale e la foca barbata. Si tratta di una sorta di giacca a vento composta di strisce orizzontali trasparenti cucite insieme, a tenuta perfetta. È stata confezionata con budello di foca, l’animale su cui si fonda buona parte dell’esistenza materiale dei popoli yupik, e non è solo il prodotto di una comunità frugale e ingegnosa: esprime l’impegno a usare ogni parte della foca, per onorare il dono della sua vita.

Questo stesso bisogno - esorcizzare la violenza, ovvero il senso di colpa che ne deriva - può essere elaborato anche in modo alquanto controintuitivo. Vediamo un coltello messicano del XVI secolo. L’impugnatura raffigura un guerriero azteco con la maschera d’aquila. I denti sono scoperti, gli occhi fissano la lama con intensità. Quasi certamente, questo magnifico pugnale ha trafitto l’addome di un uomo, là dove termina la gabbia toracica, per permettere a un sacerdote di estrarne il cuore ancora pulsante davanti a una folla in tripudio. La vittima doveva essere un prigioniero di guerra: invece di annientare il nemico, gli aztechi ne portavano indietro un campione destinato al sacrificio; così l’esercito vittorioso limitava le uccisioni e saldava il proprio debito con il dio della guerra e del sole.

La sacra ragione
Due secoli dopo, a Parigi, il primo Stato ateo d’Europa instaurava in pompa magna il culto della Ragione in una cerimonia all’interno di Notre-Dame, trasformata in tempio della filosofia. L’avvento del nuovo mondo è racchiuso in una pendola costruita attorno all’anno tre della rivoluzione, il 1795. Ha il meccanismo interamente visibile all’interno di una teca di cristallo: il tempo, l’incorporeo, non hanno più misteri. L’orologio, però, mostra sia il calendario gregoriano che quello repubblicano: la transizione sarebbe stata compiuta solo quando i cittadini non avessero più avuto bisogno di aiuto per tradurre i termini della vecchia èra in quelli della nuova. Il processo si dimostrò più difficile del previsto.