Tuttolibri, 16 novembre 2019
Da "La ladra di frutta" di Peter Handke (Guanda) (incipit)
Questa storia è cominciata in uno di quei giorni di mezza estate in cui, camminando a piedi nudi nell’erba, per la prima volta nell’anno, si viene punti da un’ape. A me almeno capita da sempre. E ormai ho imparato che le giornate della prima e spesso unica puntura d’ape dell’anno il più delle volte coincidono con lo schiudersi dei fiori bianchi del trifoglio, vicini alla terra, in cui le api scorrazzano seminascoste.
Era – anche questo come sempre – un giorno di sole, almeno nella tarda mattinata, di inizio agosto, ma non ancora un giorno torrido, con un azzurro invariabile, alto e sempre più alto nel cielo. Neanche l’ombra di una nuvola – e se pure ce ne fosse stata una: ecco che si era già dissolta. Soffiava un vento leggero, tale da mettere le ali ai piedi, come spesso in estate veniva da ovest e ci si immaginava che dall’Atlantico si diramasse nella baia di nessuno. Non c’era rugiada da asciugare. Come accadeva già da una settimana buona, gironzolando la mattina presto per il giardino non si avvertiva nemmeno un sentore di umidità sulla pianta dei piedi nudi, per non dire poi tra le dita.
Si dice che le api, poiché quando pungono, a differenza delle vespe, perdono il pungiglione, debbano morire a causa della loro puntura. Gli anni precedenti, ogni volta che ero stato punto – quasi sempre sul piede nudo –, avevo potuto non di rado constatarlo io stesso, quanto meno alla vista dell’arpone che pareva come strappato dalla carne viva dell’ape, minuscolo eppure arcaicamente possente, con tre denti su cui si gonfiava qualcosa di fioccoso-gelatinoso, come le interiora della bestiola, e sotto i miei occhi era tutto un attorcigliarsi, un tremare, un trepidare della creatura dalle ali quasi paralizzate.
Eppure quella volta, in quel giorno da punture in cui la storia della ladra di frutta ha preso forma, l’ape che mi ha punto mentre camminavo scalzo non è morta. Sebbene si trattasse di un esemplare piccolo come un pisello, peloso, lanoso, con le strisce e i colori arcinoti delle api, pungendo non ha affatto perso il pungiglione, e dopo la puntura – una puntura d’ape come Dio comanda, tanto improvvisa quanto violenta –, se ne è volata via con una virata, frullando non già come se niente fosse, bensì come se da quel momento in poi, grazie a quella sua azione, avesse conquistato perfino delle forze supplementari.
Mi stava bene di essere stato punto, e non solo per via dell’ape sopravvissuta. C’erano anche altri motivi. Anzitutto, le punture d’ape, a quanto si diceva, a differenza di quelle delle vespe e dei calabroni, erano benefiche per la salute, buone contro i disturbi reumatici, per rafforzare la circolazione sanguigna e chissà che altro – e così una puntura, ecco un altro frutto della mia immaginazione, avrebbe riportato in vita, almeno per un certo tempo, le dita dei miei piedi che di anno in anno erano sempre meno irrorate di sangue, più intorpidite, perfino insensibili; in preda a un simile autoconvincimento, o fantasia, ogni volta, vuoi nel giardino della baia di nessuno, vuoi sulle terrazze della tenuta lassù in Piccardia, strappavo a mani nude le ortiche, che spesso crescevano a ciuffi, dal suolo qui di loess, là di calcare.
Quella puntura era per me benvenuta anche per un’altra ragione. La prendevo come un segno. Buono o cattivo? Né buono né cattivo, per non dire funesto – semplicemente un segnale. La puntura mi dava il segnale... di partenza. É` tempo che tu ti metta in cammino. Strappati via dal giardino e da questa contrada. Vattene. L’ora di partire è arrivata.
Avevo davvero bisogno di un segno simile? Allora, quel giorno: sì, e poco importava se me lo fossi immaginato o sognassi a occhi aperti.
Ho riordinato in casa e in giardino quel che c’era da riordinare, lasciando in effetti questo e quello là dove stava, o dove giaceva, ho stirato le due o tre vecchie camicie – malamente asciugate nell’erba – cui tenevo in modo particolare, ho fatto fagotto, ho messo in tasca la chiave della campagna, che è tanto più pesante di quella della casa in periferia. E come già altre volte poco prima di una partenza, ho strappato una stringa mentre mi allacciavo gli scarponcini, non ho trovato due calze appaiate, ho preso in mano tre dozzine di mappe dettagliate per trovare quella che stavo cercando, con la differenza che quel giorno mi si sono strappate tutte e due le stringhe – e prima, tentando per un quarto d’ora di sciogliere i nodi, mi ero pure spezzato l’unghia di un pollice –, e alla fine ho messo insieme due calzini scompagnati – solo quelli, in pratica –, e tutt’a un tratto mi è parso di potermi mettere in viaggio senza mappa.
Tutt’a un tratto mi sono anche ritrovato libero dalla mancanza di tempo in cui ero rimasto impigliato, una mancanza di tempo che non aveva motivo di essere, che mi assaliva di continuo, non solo nelle ore della partenza, ma che di regola in quei momenti era particolarmente soffocante, e nell’ora prima di mettermi in viaggio era addirittura ossessiva. E poi basta con le ore. Il libro della vita? Aveva le pagine bianche. Fine del sogno. Fine del gioco.
Ora però, inspiegabilmente: la mancanza di tempo era svanita, e si era fatta inconsistente. All’improvviso avevo tutto il tempo della terra. Vecchio com’ero: avevo più tempo che mai. E il libro della vita: era aperto e insieme ben saldo, le sue pagine, specie quelle non scritte, risplendevano nel vento del mondo, di questa terra, del nostro posto, qui. Sì, alla fine avrei incontrato la mia ladra di frutta, non oggi né domani, ma presto, molto presto avrei visto il suo volto, l’avrei vista di persona, tutta intera e non a pezzi, quelle parti fantomatiche che, in tutti gli anni precedenti, per lo più tra la folla, e anche allora sempre solo da lontano, mi erano capitate sotto gli occhi divenuti ormai vecchi e mi avevano spronato. Un’ultima volta?
Già, ma ti sei forse dimenticato che non si deve parlare di «un’ultima volta», così come non si può parlare di «un ultimo bicchiere di vino»? E se anche fosse, allora che sia come per quel bambino che, ottenuto il permesso di giocare il suo gioco «un’ultima volta!» (che so, un giro in altalena, o su un dondolo), grida: «ancora una volta!», e poi: «ancora una volta, per l’ultima volta!» Grida? Esulta gioioso! Ma non l’hai già detto più volte tu stesso? – Sì, ma in un altro paese. E se anche fosse...
Nemmeno un libro ho messo in valigia in quel giorno d’estate, ho perfino sgomberato dal tavolo quello che avevo letto ancora la mattina, la storia medievale di una giovane donna che, per deturpare se stessa e risultare inavvicinabile agli uomini che la perseguitavano, si era mozzata tutte e due le mani. (Mozzarsi tutte e due le mani? Solo nelle storie medievali era possibile una cosa del genere?) Anche i miei taccuini e i miei diari li ho lasciati a casa, sia pure mettendo in conto di non ritrovarli più, almeno non nei giorni a venire, vietandomi di servirmene.
Prima di mettermi in cammino, mi sono seduto, il fagotto ai miei piedi, in giardino, proprio nel mezzo, su una sedia solitaria, piuttosto uno sgabello, a una certa distanza dagli alberi, e soprattutto lontano dai vari tavolini, quello all’ombra del sambuco, quello sotto il tiglio, quello sotto il melo, il più grande, o in ogni caso il più spazioso. Nella mia immaginazione impersonavo così – seduto senza far nulla, ben dritto però, le gambe accavallate, il cappello da viaggio di paglia calcato sulla testa – quel giardiniere di nome «Vaillier» (o qualcosa del genere) che Paul Cézanne, verso la fine della sua vita, dipinse e disegnò continuamente, specie nel 1906, l’anno della morte del pittore. «Il giardiniere Vaillier» in tutti quei quadri mostra a malapena il volto, e non solo per via del cappello che gli adombra la fronte, semmai si presenta, così me lo figuro io, senza occhi, e come se anche il naso e la bocca fossero stati cancellati. Non ricordo che la sagoma del viso di quel tipo là seduto. Eppure, che profilo! Un contorno in forza del quale la superficie quasi vuota del viso che circoscrive incarna, esprime ed emana qualcosa che va al di là di ciò che una fisionomia disegnata nei dettagli potrebbe trasmettere – o, perlomeno, quella superficie è qualcos’altro, comunica qualcos’altro, di fondamentalmente diverso: una forma di rappresentazione radicalmente differente. Una possibile traduzione del nome del giardiniere «Vaillier» da me rimodellato in «Vaillant», il valoroso, non sarebbe forse «il sorvegliante», oppure no, «colui che presta attenzione», «il guardiano» o, in breve, «colui che è desto»? E questo, insieme con gli organi di senso quasi scomparsi, con gli orecchi, il naso, la bocca e soprattutto gli occhi come cancellati, non si adatterebbe alla perfezione al ritratto del giardiniere Vaillier?
Mentre sedevo così, vegliando e al tempo stesso come immerso nel sonno, in un sonno diverso, all’improvviso mi ha raggiunto in volo una voce, vicina – più vicina non era possibile –, che mi parlava all’orecchio. Era la voce della ladra di frutta, una voce che domandava, tanto dolce quanto determinata – più dolce e più determinata non era possibile. E che cosa mi domandava? Se ricordo bene (dalla nostra storia è già passato molto tempo), niente che fosse poi così speciale; qualcosa tipo «Come stai?», «Quando parti?» (anzi no, adesso torna, ora torna il ricordo). Mi ha chiesto: «Che cos’è che le manca, signor mio? Perché si dà tanta pena? Qu’est-ce qu’il vous manque, monsieur? C’est quoi, souci?» E questa è poi rimasta l’unica volta nella storia in cui la ladra di frutta mi ha rivolto personalmente la parola. (Come ho potuto pensare, del resto, che per questa prima e unica volta mi avesse dato del tu?) In tutto ciò, la vera particolarità era la sua voce, una voce di quelle oggi divenute rare, o forse è sempre stata una rarità , una voce piena di premura, senza una minima inflessione di apprensione extra, e soprattutto una voce – la voce – della pazienza, della pazienza tanto come qualità che, e perfino più intensamente, come attività , un costante attivarsi, nel senso di « pazientare», anche di «sopportare»: «io porto pazienza e ti sopporto, sopporto lui, lei – sopporto chissà chi o chissà cosa, senza fare differenza e, certo, senza interruzione». Mai una volta nella vita una voce simile potrebbe modularsi in altro modo, e tanto meno potrebbe trasformarsi di colpo in una voce diversa e spaventosa – come mi pare sia il caso della maggior parte delle voci umane (anche della propria), e in modo ancor più accentuato nelle voci femminili. Eppure questa voce era esposta continuamente al pericolo di ammutolire, magari – attenti! Accorrete dalla mia ladra di frutta o voi potenti! – per sempre. A quella voce, che dopo anni ho ancora nell’orecchio, penso si addica quanto affermò un attore in un’intervista, quando gli chiesero come la sua voce gli fosse di aiuto nel recitare in un determinato film: disse di sentire, e non solo tra sé e sé , quando una scena, o anche un’intera storia, aveva «la giusta tonalità», e di valutare la veridicità di una scena, anzi di tutto il film, non già in base a quello che vedeva, bensì in base a quello che ascoltava. Dopodiché l’attore, con un sorriso, aggiunse: «D’altra parte io ho un ottimo udito, l’ho ereditato da mia madre», il che per un momento mi fece immedesimare in lui.