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 2019  novembre 16 Sabato calendario

Per capire l’Ilva rileggete “La dismissione”

A Taranto finirà così? «Scomparso LUI, il laminatoio, non resterà più niente, fabbrica kaputt. Resteranno le rovine dell’altoforno 4 che in qualche punto ( se ha il coraggio di ascenderlo) richiama alla mente il cratere inerte del Vesuvio (…), resteranno le strutture reticolari a quattro navate, alte fino a sessanta metri, alcune ciminiere, e i capannoni ancora non si sa se salteranno in aria con la dinamite (...). Questo resterà di Ferropoli, le testimonianze a futura memoria dei fumi, dei veleni e dei lampi che squarciavano il cielo rosa carico, o corallino o fucsia della baia di Pozzuoli (...). E della sirena che officiava tutto ciò. E, al suo posto non resterà niente, solo terra desolata».
Sì, probabilmente finirà così il secolo dell’industria italiana, di cui Taranto è l’ultimo monumento, avvolto nella retorica dei proclami e di ipocrisia; e nessuno saprà bene come successe, a meno di ammettere che «tra verità e menzogna vi è un solo confine, quello dell’onestà».
Queste immagini da day after e questa considerazione finale appartengono a un’altra capitale dell’acciaio. Napoli, o meglio Bagnoli, dove nel 1904 nacque l’acciaio italiano, divenne una gigantesca cattedrale, divenne nazione, poi classe operaia, poi sperpero compiuto dalle classi dirigenti; e sono tratte da un libro straordinario che sarebbe di grande aiuto a tutti quelli che oggi fanno chiasso sulle colpe della morte dell’Ilva di Taranto. Non l’ha scritto un politico un economista, non è un saggio: si chiama La dismissione, di Ermanno Rea, grande scrittore di Napoli e narra dello smontaggio, bullone per bullone, di uno dei più grandi impianti industriali del mondo, venduto alla fine del secolo scorso, ai cinesi, spedito in decine di migliaia di container a Shangai per essere rimontato, copiato e decuplicato.La dismissione non è neppure un pamphlet di denuncia sociale (il romanzo di Rea e quello di Primo Levi, La chiave a stella, rappresentano piuttosto l’inizio e la fine della nostra letteratura industriale): è in realtà un romanzo d’amore, protagonista l’operaio Vincenzo Buonocore ( nome d’arte: e quale altro se no?), che si onora della «povertà e della rabbiosa dignità» della sua famiglia d’origine; assunto come manovale, il ragazzo ha scelto di andare in cockeria piuttosto che all’Alfasud, pur sapendo che lì tra fuligine e lapilli si perdono subito i capelli, impara a palpare le lamiere e palpa Rosaria ( sua moglie) e Marcella (non sua moglie) in amplessi siderurgici – qui occorre ricordare che Ermanno Rea, oltre a Napoli e all’acciaio amava la femmina a cui dedica, a suo modo, grandi pagine – ed è diventato uno specializzato manutentore; a 53 anni organizza lo smontaggio dello stabilimento, sotto la guida del suo omologo Chung Fu, che gli offre di trasferirsi in Cina. In Cina, Buonocore ci andrà davvero, nel film di Gianni Amelio, La stella che non c’è, in cui il nostro, che ha conservato gli ideali, accorrerà per riparare un difetto del macchinario che potrebbe essere disastroso.
Ma è tutto vero, nel romanzo di Rea. Le cifre, i tonnellaggi, la distruzione che la fabbrica fece del territorio, ma che portò l’Italia ad essere il sesto paese più industrializzato del mondo; la riscossa di Napoli che usciva dal laurismo guidata dalle tute verde olivo e dagli elmetti gialli degli operai dell’Italsider – Ilva che marciavano per Napoli alla testa dei cortei per tutte le cause giuste, e non solo per la loro. All’ombra di quel nome, acciaio, che in russo si dice Stalin e in America United Steel: tutte cose che non ci sono più.
E però: se il futuro era così glorioso, se l’acciaio forgiava le nostre vite, perché tutto questo, in maniera così repentina, finì? La spiegazione di Bonocore: «Io non appartengo alla civiltà delle sputacchiere; ne ho sentito soltanto parlare. Fu questo ciò che l’Ilva di Bagnoli diventò in quegli anni. Nel 1975 avevo ventisette anni: come si dice di certe vedove o mogli abbandonate, sarei stato in grado di rifarmi una vita. Perché l’Ilva non fu chiusa allora? Perché non fu chiusa alla fine del 1977, quando si scoprì che aveva fatto perdere centoventisette miliardi e, come se non fosse bastato, che il mercato dell’acciaio era entrato da tempo in uno stato di crisi internazionale all’apparenza irreversibile? Si decise invece di ristrutturarla, di farla risorgere. Si decise di spendere mille miliardi in ammodernamenti, trasformazioni, ampliamenti, benché non ci fosse nessuno, all’estero, in Italia e perfino a Napoli, disposto a credere in una possibilità qualunque di resurrezione di quelle maestranze, di quella fabbrica così inquinata, di quel vergognoso colabrodo. Posso dire che non ci credevo nemmeno io?».
Quando Rea scrisse il romanzo ( 2002, premio Strega), l’acciaio era in una situazione strana. Non era più il nerbo del progresso, né del comunismo, che nel frattempo si era anche lui “dismesso”. Le automobili avevano lamierino sempre più leggero, la Silicon Valley non lo usava proprio, il film Il laureatoera stato profetico: «L’avvenire è nella plastica»; dotarsi di acciaio era necessario solo per chi voleva fare la guerra perché i carri armati di plastica non li hanno ancora inventati. Ma sulla crisi dell’acciaio si poteva lucrare. Ancora Buonocore: «Le voci della grande svendita andavano e venivano sulla cresta del vento: si smontano le colate continue a favore dei cinesi; si smonta l’altoforno 5 a favore degli indiani; si smontano i forni a calce a favore dellaMalesia; si smonta il treno di laminazione a favore della Thailandia; sono in vendita carriponte di ogni potenza e portata; si cedono al miglior offerente vagoni ferroviari, binari, due immensi scaricatori da pontile addetti al prelevamento dei minerali dalle navi (Malesia?); si vendono motori elettrici per ogni esigenza, da 500 a 5000 volt ( l’Ilva, dicevano tutti, è come il maiale: una volta che lo hai ammazzato non butti via niente). Perfino il cemento frantumato si sarebbe trasformato in oro, e non soltanto per i tondini di ferro in esso contenuti ( li vendemmo ad altre acciaierie) ma per se stesso, il cemento, che, macinato una seconda volta, sarebbe stato commerciabile come materiale inerte da utilizzare nei sottofondi stradali. Ed erano in vendita suppellettili, scaffali, attrezzature per uffici...».
A quei tempi, dell’Ilva di Taranto non parlava nessuno. I suoi morti sul lavoro – un numero inaudito – erano sacrifici all’industrializzazione. L’inquinamento, anche. I cancri, chi li monitorava? Bagnoli aveva chiuso, Gioia Tauro ( il famoso Quinto Centro Siderurgico, la rinascita della Calabria), non aveva mai aperto. A Napoli le fabbriche si spegnevano a una a una, lasciando spazio alla camorra e alla speculazione immobiliare (Ermanno Rea è convinto che quello fu il motivo della fine dell’Ilva di Bagnoli), in Calabria il porto di Gioia Tauro che avrebbe dovuto portare acciaio fu prontamente riconvertito in hub della cocaina.
Taranto resisteva finché la sua oscenità scoppiò. E ora, di lei, di Taranto, che cosa sarà? Oh, vi prego: Di Maio, Calenda, Conte, Renzi, tutti voi altri che andate in televisione, con la sicurezza di chi non sa niente, ad accusare e a promettere: leggete La dismissione, prima che la terra desolata avanzi anche sullo Jonio.