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 2019  novembre 16 Sabato calendario

Lunga intervista a Julian Barnes

«David Hockney? Mi piace, anche perché condivide con me la passione per Flaubert. Un attimo che le faccio vedere». Julian Barnes lascia la tazza di tè sul tavolino e le briciole del biscotto all’arancia nel piatto. Si alza dal divano e guadagna le scale che portano all’ultimo livello del villino di North London. A metà rampa, in una stampa colorata firmata Hockney, è raffigurata la domestica Félicité, protagonista di Un cuore semplice di Flaubert, mentre dorme vegliata da Loulou, il pennuto che ha ispirato uno dei libri fondamentali di Barnes: Il pappagallo di Flaubert, dedicato all’autore di Madame Bovary.

Il cortocircuito è servito. Ma l’arte si trova ovunque, qui dove abita lo scrittore vincitore del Booker Prize con Il senso di una fine. Su una parete del corridoio ci sono le fotografie di Ingres, Corot, Courbet, i grandi della pittura dell’Ottocento francese, che si affacciano tra un ritratto di Baudelaire e uno di Sarah Bernhardt. Di fronte, li guardano in bianco e nero Puccini, Rossini, Verdi. Sugli scaffali del salotto e sul pavimento, accanto al camino spento, pile e pile di monografie. In cima c’è quella dello svizzero Félix Vallotton, esposto alla Royal Academy fino a pochi mesi fa.
Alle mostre e agli artisti amati Barnes ha dedicato una raccolta di saggi, Con un occhio aperto, in uscita da Einaudi. Dove riscrive vite straordinarie che non sono la sua, ma anche un personale canone dell’arte occidentale moderna. A dominare è la Francia: Gericault, Manet, Bonnard sono promossi a pieni voti. Picasso, invece, non fa una grande figura rispetto a Braque. Per non parlare dei contemporanei: prima di nominare Damien Hirst e Jeff Koons in questa casa, pensateci un attimo. In fatto di pittura i gusti dello scrittore sono tutt’altro che scontati. Persino Leonardo da Vinci non è esattamente il suo genere. Andiamo con ordine, però. La lezione di storia dell’arte del professor Barnes può cominciare.
Mr Barnes, lo storico Ernst Gombrich diceva che la maggioranza delle persone ama ritrovare nei dipinti le stesse cose che apprezza nella realtà. È d’accordo?
«Sì, credo che in gran parte dei casi sia così. La gente ama Monet e gli impressionisti perché vorrebbe avere quella vita, con quei colori seducenti. Quando Monet dipinse il Parlamento inglese in più versioni, a una diversa luce del giorno, gli inglesi andarono in estasi. La ricostruzione della realtà provoca piacere, permette di riconoscersi. Caravaggio è amato nel XXI secolo a buona ragione per il suo talento, ma anche perché questi sono tempi violenti proprio come le scene che vediamo nelle sue opere».
Insomma, più sembra vero, più ha successo. È il trionfo della non fiction.
«Ma è il gusto del tempo. Non dico che sia il mio. Cambierà comunque. Le eccezioni ovviamente ci sono sempre state: per Marcel Proust andare a una mostra era un gioco di società, divertimento puro. L’interesse per i quadri era relativo. Per i super milionari di oggi comprare Jackie o Marilyn di Warhol significa possedere idealmente quelle donne di potere come status symbol. La realtà e l’arte non c’entrano nulla».
Il suo amato Flaubert sosteneva che fosse impossibile descrivere un’arte utilizzando il linguaggio di un’altra arte. Lei, con il suo libro, ha fatto esattamente il contrario. Usa la letteratura per raccontare la pittura.
«Flaubert diffidava di guide e cataloghi: secondo lui più parole si spendevano su un quadro e più quel quadro doveva essere brutto. Non giudicava mai le opere: le descriveva brevemente e basta. Apprezzava molto Gustave Moreau. In modo del tutto casuale, fu lo stesso artista di cui mi innamorai io a diciotto anni a Parigi, nel 1964, quando visitai la casa museo. Ci sono tornato in tempi recenti. Il posto è sempre uguale, ma la vecchia stufa di ghisa ormai non funziona più. Quel luogo sembra un castello di fantasmi. Più che un museo è un mausoleo. Quando Degas lo vide, rinunciò all’idea di destinare la propria casa allo stesso scopo».
Ci sono opere che non può fare a meno di tornare a vedere ogni volta che va alla National Gallery?
«Sicuramente il Battesimo di Cristo di Piero della Francesca, la Lucrezia di Lorenzo Lotto e il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina. Ma è molto difficile visitare i grandi musei. Come si fa a trovare la bellezza in mezzo alla calca? Così come le mostre da trecento opere: non funzionano. Se solo volessi fermarmi tre minuti per ognuna, impiegherei quindici ore per visitare tutto. Le sembra possibile? Un professore americano una volta mi disse che davanti a un quadro aveva bisogno di sostare per tre ore: lo trovai terribile e affascinante. Non sono io comunque. Una delle migliori mostre viste negli ultimi trent’anni è quella dedicata a un solo dipinto e alla sua lavorazione: L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano di Manet, alla National Gallery nel 1993».
Quanto tempo si ferma davanti a un’opera?
«Dipende. Diciamo che solitamente visito una mostra in un’ora, un’ora e mezza. Non contano solo le opere, ma anche i luoghi in cui si trovano. Prendiamo il convento di San Marco, a Firenze. Non sono affatto una persona religiosa, eppure, in quel contesto, ogni singolo dipinto di Beato Angelico, a cominciare dall’Annunciazione, potrebbe convertirmi al cristianesimo. Visitare quelle celle affrescate è un’esperienza che va al di là dell’arte. Oppure il Museo Mandralisca di Cefalù. Ho trascorso in Sicilia l’ultima vacanza con mia moglie (Pat Kavanagh, agente letterario, scomparsa nel 2008, ndr). Ricordo quella luce di maggio, i fiori di campo, un raduno di appassionati in sella alle loro vespe e quel piccolo museo con il Ritratto d’ignoto marinaio di Antonello da Messina. Non ho trovato nulla di simile altrove».
Aldous Huxley - e non solo lui - sosteneva che la Resurrezione di Piero della Francesca fosse il più grande capolavoro dell’umanità. Se le chiedessi la sua personale top ten delle opere che non dovremmo mancare di vedere nella vita?
«Più che di singole opere, preferisco parlare di artisti. Rischio di darle non dieci, ma cento nomi. Il primo è Degas, il più grande. Poi, certo, Piero, Vermeer, Rembrandt… amo Braque molto più di Picasso. È più integro, rigoroso. Messo accanto al suo amico Pablo, dimostra un senso più spiccato del colore. Picasso ha passato tutta la vita a dipingere Picasso. Voleva fare ed essere qualunque cosa. Non credo proprio di amarlo».
Visto che ha iniziato lei con i paragoni, giochiamo al gioco della torre. Scelga un artista tra i due che le indico.
«(Ride) Ok, rispondo d’istinto».
Leonardo o Raffaello?
«Scelgo Raffaello. Come pittore, dico, non come pensatore. La pittura di Leonardo non mi commuove. La sua storia e il mito costruito attorno schiacciano tutto. Alla mostra della National Gallery del 2011, un curatore di cui non posso fare il nome disse: “Spero che qualcuno prima o poi abbia il coraggio di dire che Leonardo non è un buon pittore”».
Addirittura. Continuiamo: El Greco o Velázquez?
«Velázquez. Da giovane adoravo le figure allungate e bizzarre di El Greco. Ma vogliamo mettere con la capacità di Velázquez di cogliere la psicologia dei suoi personaggi? Le sue composizioni sono musica».
Rubens o Rembrandt?
«Rembrandt, di gran lunga. Ci parla direttamente. Tutti i suoi soggetti, compresi quelli religiosi, non hanno bisogno di traduzioni. Non dobbiamo necessariamente sapere che cosa rappresentino per emozionarci. Preferisco addirittura le sue composizioni più piccole o le incisioni».
Nel suo libro, l’Ottocento è pieno dominio dei francesi. Non mostra il minimo nazionalismo. E i Preraffaelliti inglesi?
«No, per carità. Troppo illustrativi e pienamente coerenti con il moralismo vittoriano. Altro che libertà della donna. Ha presente Il risveglio della coscienza di William Holman Hunt con l’amante pentita che, improvvisamente, guarda verso l’infinito e capisce di essere nel peccato? (E Barnes si cimenta in un’imitazione magistrale dell’espressione della donna ritratta da Hunt. Cercate il quadro sul sito della Tate Britain, ndr). Aveva ragione Lucian Freud quando diceva che i Preraffaelliti sono la cosa più vicina all’alito cattivo che si possa ottenere in pittura».
A proposito di Lucian Freud…
«L’ho incontrato più volte. Non sorrideva mai, ma mi fece i complimenti per la traduzione di La Doulou di Alphonse Daudet. Preferisco le sue prime opere a quelle della maturità. Anche nella pittura è stato impietoso con le sue donne, le costringeva a pose ginecologiche per i ritratti. Non apprezzo molto questo aspetto. Con gli uomini era meno brutale. Con gli animali sulla tela, forse, ha dato davvero il suo meglio».
Ha scritto nel suo libro: Andy Warhol sta a un artista come Fergie, ovvero Sarah Ferguson, l’ex moglie del principe Andrea, sta a un membro della famiglia reale…
«Andy Warhol è Andy Warhol è Andy Warhol è Andy Warhol. Jackie rossa, gialla, blu, verde, di tutti i colori che vuoi. Se rivedi le sue opere una seconda volta, non ti dicono nulla di nuovo. Come Jeff Koons, Damien Hirst, Banksy: sono bravi a suscitare una prima impressione, una reazione istintiva. Diciamo uno shock? E poi? Poi più niente. Nessuno di loro vale un secondo sguardo. È assurdo che ci siano pezzi di Rembrandt che valgono quanto o addirittura meno di oggetti che non hanno nulla a che vedere con l’arte».
Qualcuno potrebbe accusarla di avere un approccio all’arte un po’ conservatore.
«L’arte ha bisogno di tempo. Non è una faccenda di un solo minuto. E poi chi ha detto che non amo i contemporanei? Lucian Freud, Howard Hodgkin, Jasper Johns e David Hockney… certo sto parlando di artisti anziani o scomparsi da poco».
Può scegliere tra "Rabbit" di Jeff Koons e "My Bed", il letto sfatto di Tracey Emin, che cosa fa?
«Prendo il più costoso e poi lo vendo».
Rabbit di Koons, allora: 91,1 milioni di dollari.
«Odio l’idea che Koons abbia offerto la sua scultura con i palloncini colorati a Parigi per le vittime del terrorismo. L’ho trovato un gesto terribilmente vanesio. È un ottimo venditore di bond, più che un artista. Ma ha fatto qualcosa di utile anche lui: con Puppy, la scultura-cagnolino all’ingresso del Guggenheim di Bilbao, almeno convince la gente a non aver paura di entrare in un museo».
Una parola per la sua conterranea Tracey Emin la vogliamo spendere?
«Come no. È anche professoressa di disegno alla Royal Academy. È certo più vicina alla mia idea di arte, rispetto a Koons. Ma ci sono cartoonist che disegnano meglio di lei».
Non ci sono donne artiste nei suoi saggi.
«Nel 2021 uscirà una nuova edizione che includerà anche saggi su Berthe Morisot, pittrice e modella di Manet, sull’impressionista americana Mary Cassatt e poi mi piacerebbe scrivere su una ex Young British Artist: Rachel Whiteread».
Anche il suo nuovo libro, "The Man in the Red Coat", appena uscito in Gran Bretagna, è nato da un dipinto: "Dr Pozzi at Home" di John Singer Sargent, il ritratto di un ginecologo di fine Ottocento.
«Mi sono imbattuto in quel quadro nel 2015: era in mostra alla National Portrait Gallery di Londra. Non avevo mai visto il ritratto di un ginecologo. Poi mi sono messo a indagare su quell’uomo che posava con la sua veste da camera rosso fuoco. Si trattava di Samuel Pozzi, francese di lontana origine italiana, pioniere della ginecologia e gran don giovanni. Mi interessava il paradosso che incarnava: da un lato un uomo di scienza razionalista e benefattore delle donne, dall’altro uno sciupafemmine spregiudicato e noto nell’alta società di allora. Ricostruire la sua biografia, mi ha permesso di approfondire ancora di più l’Europa di fine Ottocento, piena di follia, nazionalismo, antisemitismo, xenofobia: erano tempi bui come adesso».
Nei tempi bui a che cosa serve l’arte, Mr Barnes?
«Non lo so. È qualcosa che va oltre di noi. Recentemente al Museo Nazionale d’arte della Catalogna, a Barcellona, mi sono trovato da solo tra le tavole del Trecento. Sono un razionalista, ma, improvvisamente, guardando quelle opere, il tempo e lo spazio intorno a me sono scomparsi. Non mi sono mai sentito così vicino all’essenza pura dell’umanità. Il pianeta su cui viviamo è una competizione continua tra civiltà. Ma davanti a un’opera di settecento anni fa le guerre, la politica e il mondo stesso di oggi si dissolvono. Resta solo l’uomo per quello che è, al di là dello spazio e del tempo».
Ha dedicato questo, come altri libri, a sua moglie Pat Kavanagh, scomparsa undici anni fa. Condividere la passione dell’arte con qualcuno migliora l’esperienza?
«Se l’altra persona non è gelosa del fatto che le rubi le idee e le metti in un libro, se ti conosce profondamente, se le sue reazioni potenziano le tue, se ti fa scoprire artisti che non conosci, se, insomma, è la persona perfetta, allora vedere l’arte insieme è un’esperienza più forte. E io, per trent’anni, sono stato un uomo fortunato».