il Fatto Quotidiano, 16 novembre 2019
Storia della libreria “Shakespeare & C”
Passeggiando per Rue de l’Odéon, nel 6° arrondissement di Parigi, al numero 12 potrebbe felicemente accadere d’inciampare su una targa commemorativa recante questa iscrizione: “En 1922 dans cette maison, M.lle Sylvia Beach publia ‘Ulysses’ de James Joyce” (Qui, nel 1922, Sylvia Beach pubblicò Ulisse di James Joyce”).
Sono passati cento anni – con un conflitto mondiale di mezzo – da quando il 19 novembre del 1919 apre le sue porte la libreria più famosa al mondo, la Shakespeare and Company (all’inizio, al numero 8 di Rue Dupuytren, poi su Rue de l’Odéon), che oggi viene ricordata a Bookcity, al Circolo dei lettori di Milano, con la presentazione del memoir della stessa Beach, Shakespeare and Company (uscito da Neri pozza qualche mese addietro). Quel novembre, da una sbarra di ferro al di sopra della porta, pendeva come insegna un faccione del caro William. Sulla vetrina di destra, la scritta (inavvertitamente sbagliata da un tintore polacco) “Bookhop” al posto di Bookshop; su quella di sinistra, “Lending Library”. Esposti, perché li vedessero o li scoprissero i passanti, volumi di Geoffrey Chaucer, T.S. Elliot, Jerome k. Jerome, e Shakespeare ovviamente. Dentro, tra i mobili d’antiquariato presi al marché aux puces, scansie e scansie di libri inglesi di seconda mano, letteratura americana contemporanea e molta, moltissima poesia. Alle poche pareti libere, erano appesi un bellissimo specchio antico quasi all’ingresso, due disegni di William Blake, fotografie di Edgar Allan Poe e di Oscar Wilde (quest’ultimo, in brache di velluto), e alcuni fogli manoscritti di Walt Whitman.
Ad aprirla è una giovanissima americana, Sylvia Beach, giunta a Parigi seguendo le orme delle tante americane saffiche che trovano a Parigi un luogo dove essere libere: la ballerina Isadora Duncan, la poetessa Natalie Clifford Barney, la scrittrice Gertrude Stein e la di lei compagna, l’artista Alice B. Toklas (tra le altre). Cruciale, per Sylvia, è l’incontro nel marzo 1917 con Adrienne Monnier, illuminata fondatrice della Maison des amis des livres, specializzata in letteratura francese, che diverrà oltre che l’innesco dell’avventura imprenditorial-libraria anche la sua compagna di vita.
In quella Parigi degli anni Venti, arrivano tutti: Picasso e Modigliani, Hemingway e Colette, poiché “chiunque volesse cambiare il mondo, nel 900,” scrive la Stein, “doveva venire a Parigi”. E anche Sylvia vuol cambiare il mondo. Così, tra un pranzo al Cafè de la Paix e una cena allo storico Le Procope, il temperamento di Sylvia e la ricercatezza della sua libreria fanno sì che anche essa diventi un centro nevralgico della cultura bohémienne: Hemingway si dichiara il suo miglior cliente, Ezra Pound si offre di riparare una sedia. Beach diventa amica di Paul Valéry che ricorda “scherzoso, nel suo inglese peculiare”, e ovviamente di James Joyce, di cui fu la prima editrice. Le cose andarono così: la celebre opera dell’irlandese era ritenuta così scandalosa che, oltre a esser rifiutata dagli editori (tra tutti, Leonard e Virginia Woolf), ne venne stoppata anche la pubblicazione a puntate sulla rivista The Egoist. Sylvia ne intuì il valore letterario e pubblicò l’Ulysses in mille esemplari. Il 22 febbraio 1922, nelle vetrine della libreria campeggia il blu della copertina (“come il mare della Grecia” così volle Joyce): un’opera all’epoca messa al bando in Inghilterra e in America, ma di cui il mondo le sarà infine grato.
Oggi, la Shakespeare and Company che incontriamo al 37 di Rue de la Bûcherie, non è quella di Sylvia (che chiuse dopo l’invasione dei tedeschi), ma è in qualche modo una sua discendente poiché quando l’americano George Whitman la aprì (chiamandola dapprima Le Mistral) e in pochi anni diventò il ritrovo degli autori della Beat Generation, si ispirò all’epopea della Beach che, ancora in vita, gli concesse ammirata il diritto di adoperarne il nome. Oggi, a dirigerla, c’è la figlia di George che, non a caso, si chiama proprio Sylvia.