Il Messaggero, 16 novembre 2019
L’incoronazione di Elisabetta I
17 novembre 1558
Domani, 17 novembre, gli inglesi celebrano o comunque ricordano l’avvento al trono della loro Grande Regina, che nel 1558 iniziò quell’era elisabettiana paragonabile, per ricchezza di eventi e di intelletti, a quelle che furono le età di Pericle per i greci, di Augusto per i romani, e di Goethe per i tedeschi. Essa costituì il definitivo distacco della Gran Bretagna dal papato, e l’inizio di un irreversibile consolidamento del protestantesimo nel nordeuropea, con incalcolabili conseguenze politiche e culturali.
Infine, realizzò le condizioni per una massiccia emigrazione in America, con la creazione di un Nuovo Mondo che dopo meno di due secoli si sarebbe staccato dal Vecchio, e alla fine lo avrebbe sostituito nella guida dell’Occidente.
Tutto questo non sarebbe accaduto senza il regno di Elisabetta: una personalità così affascinante e complessa che ancora oggi continua ad esser rievocata nei libri e sugli schermi con inalterato interesse.
Era nata a Greenwich il 7 settembre 1533, figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena. Tutti conoscono la storia di questo matrimonio disgraziato: la passione di Enrico per la damigella della sua sterile e incartapecorita consorte Caterina D’Aragona; il ripudio e il divorzio negato dal Papa; lo scisma regio con la creazione della chiesa anglicana; le nozze con Anna e la sua successiva decapitazione; la morte del re dopo altri infelici matrimoni; l’ascesa al trono di Maria la sanguinaria; infine la morte di quest’ultima e l’incoronazione di Elisabetta, tra i mugugni dei nobili che la consideravano una bastarda. Le predissero, e le augurarono, pochi mesi di regno. Governò per 35 anni, e costruì quella Britannia che, governando le onde, avrebbe edificato il più grande impero della Storia.
L’EMARGINAZIONE
Quando, a 25 anni, salì al trono, era già stata temprata dalle dure esperienze dell’emarginazione familiare, di un periodo di prigionia nella Torre, e di una rigorosa educazione protestante. Durante il regno della devotissima e intollerante Maria aveva preferito la vita alla coerenza, e si era adattata al culto cattolico, che abbandonò subito nella sua nuova veste di sovrana. Parlava bene il francese e l’italiano, conosceva il latino e il greco, amava le arti e i divertimenti.
Forse esagerando, sir Walter Raleigh proclamò che aveva l’incedere di Venere, cacciava come Diana, cavalcava come Alessandro, cantava come un angelo e suonava come Orfeo. Non era bella, ma possedeva un fascino naturale arricchito da vesti eleganti e da gioielli sontuosi. Dissero che talvolta bestemmiava come un pirata, e poteva essere cinica e crudele; ma alternava questi momenti brutali con altre gentilezze e generosità che stupivano anche i sudditi più umili. Visti i tempi, era la più umana regina del Continente.
Ricevette la corona nel momento più difficile per quell’isola tormentata. La maggioranza della popolazione era ancora cattolica, e mirava a eliminare le riforme di Enrico VIII, che aveva contestato l’autorità del Papa, ricevendone la scomunica.
I NEMICI
Per contro i puritani, anch’essi numerosi, ritenevano lo scisma troppo blando, cosicché Elisabetta dovette guardarsi da due nemici altrettanto ostili. In risposta, mandò imparzialmente al patibolo o in carcere gesuiti italiani, calvinisti francesi, eretici inglesi e altri indomiti sostenitori di fedi non allineate. Ovviamente non si trattava di bigottismo fanatico. Ognuna di queste formazioni nascondeva un pericolo politico per la sua stessa incolumità: la Spagna dietro i cattolici, la Francia dietro gli ugonotti, l’Olanda dietro i calvinisti e il Papa dietro tutti.
Con una imprudente edittazione, Roma aveva infatti enunciato la legittimità dell’eliminazione fisica dell’ usurpatrice. Elisabetta rispose mandando alla forca un numero crescente di papisti, e proibendo le funzioni di rito romano. Convinta che la religione fosse un fondamento essenziale di unità e di ordine sociale, abbandonò ogni tolleranza e rivendicò a sé stessa la carica di Capo della Chiesa anglicana. Tuttavia, quando le tensioni internazionali si calmavano, sapeva perdonare e dimenticare. Un’indulgenza favorita dal suo sostanziale scetticismo sui fondamenti teorici delle Rivelazioni. Questo medesimo scetticismo, unito a una buona dose di astuzia e di spregiudicatezza, costituì lo strumento principale per evitare le numerose e interessate richieste di matrimonio. Fu assediata dai sovrani di Danimarca e di Svezia, dai vari figli di Caterina de Medici, reggente di Francia, e più potente di tutti, da Filippo II re di Spagna.
LE DEBOLEZZE
La sua controversa verginità, forse determinata da un’imperfezione fisica, fu addolcita da relazioni più o meno platoniche con alcuni cortigiani, ma Elisabetta non permise mai che eventuali debolezze sentimentali influissero sulle sue decisioni. Come Federico il Grande aveva cuore solo per il suo Paese, e rimase zitella. La sua impresa più importante fu l’affermazione del dominio marittimo. Valendosi di ammiragli capaci e di avventurieri geniali, fece della Royal Navy la regina degli oceani, e quindi delle rotte commerciali e dei traffici economici. I suoi corsari, come John Hawkins e Francis Drake arricchirono le finanze statali ripartendo con la Corona i ricchi bottini dei loro assalti alle navi straniere. Quando, esasperato, Filippo II spedì l40 navi per distruggere la flotta rivale, la sua Invencible Armada, lenta, pesante e mal comandata fu semidistrutta da Lord Howard e dai suoi corsari aggregati. Una spaventosa tempesta completò l’opera, e dal quel momento la Spagna perdette la supremazia marittima, e il controllo del mondo.
La vittoria di Elisabetta cambiò il corso della civiltà europea. Contribuì all’indipendenza dell’Olanda, favorì l’accesso di Enrico IV nel traballante trono francese, e aprì la via del Nordamerica alle colonie inglesi. Il rafforzamento del protestantesimo portò nuova linfa a una sensibilità religiosa attenuata e spesso avvilita dai sontuosi formalismi papalini, e alimentò lo sviluppo delle scienze e delle lettere, dando al mondo nomi che ancor oggi sono venerati per il loro genio e la loro sapienza.
Mentre in Germania la Riforma aveva travolto il Rinascimento, e in Francia il Rinascimento aveva respinto la Riforma, con Elisabetta i due movimenti si fusero, creando le condizioni per un’epoca d’oro. L’Inghilterra visse un momento di avventura e di energia sconfinate, di viaggi che ingrandirono il mondo e lo spirito, e di lunghi dibattiti filosofici che sottomisero i dogmi al ministero della ragione. Ed il genio di Shakespeare, l’insuperato scrutatore delle nostre anime, fu il suggello più brillante di questa età miracolosa.