Tuttolibri, 16 novembre 2019
Quanto piangevano, gli Illuministi.
Quanto piangevano, gli Illuministi. Ad onta del loro culto per la ragione, seppero portare all’estremo non solo una riflessione filosofica – e fisiologica – sulle lacrime, ma anche ad inondarne il loro lungo secolo, idealmente dalla seconda metà del Seicento a inizio Ottocento: per restare da questa parte delle Alpi, diciamo, fino all’inimitabile Ugo Foscolo, che sapeva piangere come nessuno – e anche minacciare l’immediato suicidio alle dame scontrose. Ma già questa, forse, è un’altra storia. Marco Menin, nell’ampio studio sulla Filosofia delle Lacrime (Il Mulino), ci insegna invece che se vogliamo comprendere davvero la portata di un fenomeno culturale di così ampia e segreta rilevanza storica, dobbiamo guardare non solo all’arco di tempo in cui avvenne una rivoluzione del sapere, ma in particolare a un luogo, la Francia, dove da Cartesio e De Sade non ci si limitò più a piangere e lacrimare, come del resto l’umanità pare non aver mai smesso di fare, ma a cercare finalmente di capirle, le lacrime, in rapporto alla cultura e alla persona.
Menin, storico della filosofia, ricostruisce, con una ricca serie di esempi e documentazioni poco frequentate per non dire trascurate, l’ascesa e caduta della cultura della «sensibilità», e del sentimentalismo. E ci ricorda come l’esibire emozioni, le proprie lacrime in particolare, abbia toccato l’apice negli anni frenetici e sanguinosi della Grande Rivoluzione, dalla presa della Bastiglia quantomeno alla fine del Terrore. Non si tagliavano solo teste, e contestualmente non si difendeva solo, e duramente, il ribaltamento capitale dell’Ancien Régime: nei grandi momenti politici e anche in quelli minori ci si abbracciava e si piangeva a dirotto, non di paura né propriamente di gioia, ma di commozione.
I giacobini (Marat scrisse persino un romanzo lacrimosissimo – e pare pessimo – pubblicato solo a metà Ottocento) erano in primissima linea anche su questo inondato terreno. Il Re Sole pare piangesse a dirotto alla prima di una tragedia di Racine, nel 1671, ma le sue lacrime sono ben poca cosa se comparate a quelle del terribile Joseph Fouchet, destinato a divenire il capo di tutte le polizie politiche fino all’Impero, che più d’un secolo dopo si commuove per l’ottimo risultato di una sua feroce repressione (della rivolta lionese del 1793): scrivendo a Parigi spiega che ora «tutti cittadini si sono riavvicinati e si sono abbracciati» e che «lacrime dolcissime sono colate da tutti gli occhi, perché l’amore per la Patria si trova adesso in tutti i cuori».
Non paia macabro: la domanda sul senso delle lacrime investe quella sul significato della civiltà e della persona, che nel Secolo de Lumi viene posta con particolare insistenza, molto più che in passato nella lunga storia umana. Sappiamo che Platone le condannava, che Achille e gli eroi antichi ne facevano ampio uso. Virgilio – potremmo aggiungere - ci ha consegnato l’indimenticabile e per certi versi intraducibile sunt lacrimae rerum, intendendo (alla Eraclito) che il pianto è proprio quello della storia umana. I Vangeli hanno tramandato le lacrime di Gesù, davanti a Lazzaro e davanti all’imminente supplizio. Ma tutte queste, spiega Menin, sono lacrime «verticali», in altre parole, e semplificando, non sono alla portata di tutti.
Da Cartesio in poi cambia il paradigma. Non è più questione di gioia o dolore, o del mistico contatto con le potenze celesti, ma di un’ampia serie di emozioni che coinvolgono il nostro essere sociale, prima fra tutte la compassione – e la conseguente commozione, da studiare sia dal punto di vista della fisiologia – del corpo –, sia da quello dell’anima – della mente.
Ma se Cartesio è cauto, Rousseau rompe gli indugi. Le lacrime, i «vapori», sono per lui «la malattia delle persone felici», ovvero, come scriveva il ginevrino, «la mia; lagrime versate senza motivo di pianto, instabilità di carattere nella calma della più dolce vita, tutto ciò contrassegnava quella nausea del benessere che, per così dire, fa vagare fuori di sé la sensibilità».
Diderot non è da meno. Nel suo libro più noto, La religiosa, che pure è un romanzo di denuncia e di battaglia, la madre superiora del convento d’Arpajon dice a Suzanne, monacata a forza: «Non temere, mi piace piangere. Il pianto è una condizione deliziosa per un’anima compassionevole. Anche a te deve piacer piangere». Persino Voltaire scrisse una commedia, oggi dimenticata, assai lacrimosa.
Le lacrime sono un aperto segnale di virtù. E solo con Choderlos de Laclos e il marchese De Sade, dalle Relazioni pericolose ai libri più o meno proibiti di quest’ultimo, la grammatica delle emozioni finirà per rovesciarsi: il libertino, prototipo dell’uomo razionale, deve usarle sì, ma non caderne vittima. Le lacrime sono per lui un mero strumento. Così, mentre il Secolo volge al termine, passando dalla «sensibilità» alla sensiblerie, che ne è l’eccesso ridicolo, il mondo intellettuale quantomeno si affretta a rasciugarle. Non quello della pubblicistica popolare, ricorda Manin, che cita una definizione piuttosto appropriata di Umberto Eco per I misteri di Parigi di Eugène Sue, pubblicato a partire dal 1841 fra entusiasmi deliranti: «Una macchina strappalacrime che sa raggiungere i limiti dell’insopportabile».
Parrebbe utile, a questo punto, ricordare che l’industria dell’intrattenimento continua a produrne in abbondanza. Con alterni risultati.