la Repubblica, 16 novembre 2019
Venezia, vivere sott’acqua
Nella città sotto il mare il suono che decide la giornata, e dunque la vita, è questo allarme stridulo del Centro maree: quando il fischio irrompe, tutto vira al peggio. Il lavoro, lo studio, gli spostamenti, la spesa, la gestione dei figli e della casa, un parente anziano e solo, i bambini da accudire. Gli orari dei bar e dei ristoranti, le corse dei battelli. La marea non avvisa: sei abituato, ma attrezzarsi a galleggiare è una cosa complicata. Dentro 160 centimetri d’acqua diventa un problema anche avere in tasca denaro contante. «Il bancomat è affondato – racconta Marta Canino, casa alla Giudecca – È da tre giorni che giro senza soldi». Con altre mamme dell’isola, per far fronte alla chiusura dell’asilo “Gabbiano”, nel quartiere delle Zitelle, hanno organizzato una rete di solidarietà reciproca: «Facciamo i turni. Mentre una tiene i bimbi l’altra va a fare la spesa. Ma di botteghe aperte, e che non sono state invase dall’acqua, ce ne sono poche».
La quotidianità del veneziano, nonostante tutto. Sprofondi, riemergi, vai avanti. Venezia in ginocchio e con gli stivali sono pezzi di vita usciti dalle loro caselle, orari e appuntamenti e abitudini stravolte. Come ci si regola quando l’ordinario prende la forma di un corso di sopravvivenza? Dice ancora Marta: «La nostra vera ancora non sono le passerelle, è la rete sociale. Nelle calli ci si conosce tutti, e siccome siamo tutti sulla stessa barca ci si aiuta, ci si viene incontro». La macellaia “Renata”, qui alla Giudecca, tra la prima bomba idrica di martedì e il nuovo allarme rosso di ieri ha fatto credito a tanti clienti. «Se no come si fa? Non si mangia, non si lavora? Da noi qua è così, lo sappiamo…», stringe le spalle. Sospesi i battelli, il disagio dei cittadini non muniti di un’imbarcazione trova una sponda negli amici e conoscenti che mettono a disposizione le loro barche per spostarsi. «Ti organizzi con gli orari – spiega Tommaso Cacciari, nipote del due volte sindaco Massimo e leader del Comitato No Grandi Navi –. Chi ha un barchino lo mette a disposizione. Il problema è che anche navigare è rischioso». La polizia, ieri mattina, bloccava le imbarcazioni che si immettevano nel canale della Giudecca, l’autostrada di Venezia. Navigazione interdetta ai “piccoli”, ma, bel paradosso, non ai bestioni da crociera. I cittadini trovano chiuse le strade di mare e impraticabili quelle di terra. «Siamo abituati, è vero. Ma con 187 centimetri d’acqua e raffiche di vento a 100 Km/h dove vuoi andare? Puoi solo ingegnarti e aspettare che la marea si calmi». Stivali inguinali da pescatori (ormai introvabili, al quarto giorno). Salopette da “cozzari”. Pompe di sentina.
La capacità non comune di ergere paratìe inchiodando assi di legno in quattro e quattr’otto, prima che le onde prendano a schiaffi case e negozi trasformandoli in piscine gonfie di acqua scura. Vivere a Venezia può diventare un mestiere. «La normalità dei 70 centimetri ti entra in testa. Sai che per andare a prendere una raccomandata alle poste dovrai fare un giro diverso dal solito perché le passerelle le mettono solo in alcuni tratti – racconta Andrea Barina, anche lui giudecchino, titolare del bar Palanca, proprio sulla riva –. Lo stesso vale per i negozi, il bar, la trattoria, il percorso per andare al lavoro. È come se noi veneziani avessimo due vite, anzi tre: una all’asciutto, una a 70 centimetri, e poi questa a un metro e mezzo, o sessanta, o settanta». Barina è un tipo che non si perde d’animo. «Apro e chiudo il locale in base alla marea. Quando monta l’onda chiudo, mi barrico dentro il bar con lo staff e cerco di salvare quello che riesco. Appena l’onda cala, rimetto giù tutto e riprendo lavoro». A questo siamo: l’acqua riscrive gli orari di un esercizio commerciale. Come un coprifuoco bellico. Del “Palanca” sono già andati persi due frigoriferi, scatoloni di merce, parte del mobilio. Ma il proprietario si sforza di non lasciare annegare il sorriso.
Benché la piena della Laguna obblighi alla serrata uffici, scuole, università, poste, anche se i “topi” – le imbarcazioni per il trasporto merci – sono costretti a restare alla boa e i rifornimenti si trasformano in scommesse, la vita continua: senza sconti. Andrea è un dipendente comunale. Abita a Cannaregio, appartamento al secondo piano, e dunque l’acqua non lo sfiora nemmeno. «Finora sono sempre riuscito ad andare in ufficio, perché, fatalità, gli orari dell’acqua alta sono o la sera, o verso le 11 di mattina. Quando sono già dietro la scrivania». Appena smonta, Andrea corre a dare una mano alle staffette solidali dei ragazzi di Fridays for future, il movimento studentesco nato in risposta all’attivismo di Greta, che si incontrano al centro sociale Morion.
Ritorna forte, questo elemento della solidarietà. Che nelle ore peggiori è stato e continua a essere vitale per Venezia e i suoi abitanti. Alberta Fresca è una giovane madre: vive con il figlio in una laterale di via Garibaldi, a Castello, uno dei sei sestieri più vivaci e più allagati della città, compreso nel 70 per centro di Venezia che è finito sott’acqua. «La strada l’altro giorno era un fiume in piena. Con la casa completamente allagata – stiamo a piano terra – ci siamo trasferiti a casa di un’amica che gestisce una libreria per bambini. Ci si alterna: casa e bottega. Unico modo per lei di tenere aperto, e per me di stare con mio figlio che è a casa da scuola».
Mentre si avvicina la sera, calle e campi diventano un’enorme spianata d’acqua: la pioggia la bucherella rendendola un misero scenario da selfie turistici. Dietro le luci e i flash degli smartphone, nella prima giornata almeno e per fortuna senza vento, c’è Venezia che lotta contro la sua maledizione. Da San Marco alla Chiesa del Redentore, le botteghe sembrano trincee da battaglia. «È il secondo muro di legno che tiro su in tre giorni – allarga le braccia Loris Favaro, negozietto di souvenir –. Se chiudo per danni posso aprire una falegnameria. Magari do una mano a far partire il Mose!», scoppia in una risata amara. Spirito di adattamento. Rimboccarsi le maniche e aspirare l’acqua, come si fa con la barca prima che vada a fondo e diventi relitto. «Sa cosa c’è di incredibile?», fa Loris. No. «Che quando la laguna si incazza così e noi veneziani ci scopriamo più forti di quello che siamo, vengono a galla cose che non immagineresti». Quali? «I quartieri popolari della città hanno tenuto. Perché le case sono costruite alte e i piani terra sono rialzati. La parte storica e medievale invece è andata sotto».
Effetti a cascata dello tsunami lagunare. L’onda anomala a cui lo scandalo Mose ha aperto la strada. Lorenzo Scarpa, barcarolo a riposo forzato, annoda la cima intorno al palo. «Se superiamo questa botta, sopravviviamo a tutto. Questa è la vita a Venezia».