Corriere della Sera, 16 novembre 2019
La Siria verso il Mondiale
GERUSALEMME Ogni volta che l’arbitro fischia la fine, l’orologio interno di Alaa Al Shbli misura altri novanta minuti di angoscia. Sette anni e novanta minuti in più senza poter sapere che cosa sia successo al padre, portato via dagli sgherri del regime per aver acclamato i ribelli. Lo stesso regime che adesso Alaa deve ringraziare in conferenza stampa dopo aver sudato con la maglia siriana.
Firas Al Khatib ha segnato più gol di tutti (36) per la Nazionale e il record resta suo anche se dal 2012 al 2017 si è rifiutato di giocare in patria, mentre «il governo bombarda i civili». È tornato per aiutare la squadra a conquistare un posto al Mondiale in Russia, ci sono andati vicini, sconfitti allo spareggio dall’Australia. È tornato anche se le truppe di Bashar Assad i civili li bombardano ancora, «è stata una decisione difficilissima, spaccacuore. Comunque vada 11 milioni di siriani mi ameranno, gli altri 11 milioni mi vorranno ammazzare». L’attaccante – si è ritirato lo scorso settembre a 36 anni – sperava di lottare in campo per la metà della popolazione rimasta senza una casa, scappata dalle bombe, ammassata nei campi rifugiati.
Anche Omar Al Somah ha scelto l’esilio – nei club sauditi – dopo aver celebrato una vittoria avvolgendosi con la bandiera simbolo dei rivoltosi. Giovedì sera è stato il protagonista delle azioni che hanno permesso di battere la Cina 2-1. Troppo per Marcello Lippi che ha dato le dimissioni, accettate per ora da Pechino: la Cina resta indietro cinque punti, la Siria guida il girone di qualificazione al Mondiale del 2022 ed è quasi certa di raggiungere la fase successiva.
La nazionale è all’83° posto nel ranking internazionale, rappresenta un Paese devastato da quasi otto anni di guerra civile, è costretta a giocare le partite in casa negli stadi delle nazioni che ancora mantengono relazioni diplomatiche con il governo. Ha ricominciato a vincere, ad avvicinarsi al sogno di andare in Qatar, quando Assad ha garantito l’amnistia ai campioni che si erano schierati con i manifestanti scesi in strada per chiedere le riforme. I morti del conflitto sono oltre mezzo milione, le Nazioni Unite hanno smesso di contarli. Il clan al potere è sopravvissuto grazie al sostegno dei russi e degli iraniani, ha ripreso il controllo sulla maggior parte del Paese, sfrutta questi trionfi della Nazionale trasmessi su grande schermo nelle piazze di Damasco: il precedente allenatore Fajer Ibrahim si è presentato a un incontro a Singapore indossando una maglietta con sopra stampata la foto di Assad.
I critici dicono che Omar Al Somah «è stato coperto di denaro», che riportarlo in Siria «favorisce la propaganda del regime». Eppure i suoi gol esaltano anche i rifugiati che lo seguono dalle tende nei campi sparsi tra il Libano, la Turchia e la Giordania. Le divisioni settarie che hanno frantumato il Paese sembrano ricomporsi per i 90 minuti: Somah e Khatib sono sunniti come la maggioranza che si è ribellata al dominio alauita incarnato dagli Assad (e alauita è il portiere Ibrahim Alma), l’attaccante Mardik Mardikian è armeno, il centrocampista Tamer Haj Mohamad circasso.
Gli atleti più noti hanno partecipato alle prime manifestazioni pacifiche nel marzo del 2011, sono stati travolti – come gli altri oppositori – dalla repressione. Incarcerati, torturati, scomparsi: tre giocatori della Nazionale sono ancora nelle celle della polizia segreta, racconta il giornalista sportivo Anas Ammo al quotidiano britannico Daily Telegraph. Alcuni hanno scelto di imbracciare le armi: Abdelbaset Sarout è stato bollato come un traditore e bandito dai campi per aver partecipato ai cortei nella città di Homs. È diventato un capo delle milizie, è morto nei combattimenti lo scorso giugno, tutti lo conoscevano come «il portiere della rivoluzione».