il Giornale, 10 novembre 2019
Intervista a Jaron Lanier
Jaron Lanier è uno dei pionieri della realtà virtuale. La sua (ormai ex) società Vpl, che ha fondato nel 1984 con una squadra di menti singolari, è stata all’avanguardia nel settore, conquistando con le sue demo di «viaggi» nella realtà virtuale celebrità dal Dalai Lama a Yoko Ono. Nato nel 1960 da genitori fuggiti negli Stati Uniti dal nazismo, cresciuto con il padre nel deserto del Nuovo Messico (la madre, musicista raffinata e abilissima nella finanza, morì in un incidente d’auto) in una casa in stile stazione spaziale (una serie di cupole geodetiche progettate e realizzate dallo stesso Jaron a tredici anni), mai diplomato e passato direttamente all’università (pagata grazie all’allevamento in proprio delle capre), una serie di maestri d’eccezione come il Nobel per la fisica Richard Feynman, e il sogno di diventare musicista a New York abbandonato a causa di una allergia al troppo fumo nei locali, oggi Lanier è «entrato nel sistema» e, da ex hippie, arricchitosi con i videogame e provato dal fallimento della sua Vpl, lavora in California, nei laboratori di Microsoft per la realtà aumentata. Tutto questo, e molto altro, lo racconta in L’alba del nuovo tutto. Il futuro della realtà virtuale (il Saggiatore), un memoir tecnologico e avveniristico. Risponde al telefono da Berkeley.
Nel libro suggerisce cinquantuno definizioni di realtà virtuale. Se dovesse sceglierne una?
«È difficile, perché è molto difficile definire la realtà virtuale. Credo di essere più interessato all’idea che, nel futuro, potremo avere una forma di comunicazione che ci consenta una specie di infinita connessione immaginativa, creativa e avventurosa fra le persone. È un modo importante di pensare alla tecnologia».
Che tipo di modello è?
«Un modello in cui ci sia una richiesta di sempre più potere tecnologico non può durare per sempre perché, alla fine, risulta distruttivo. Credo che un modello basato sulle capacità comunicative ed estetiche sia più interessante per la nostra sopravvivenza».
Per questo ha una visione «umanistica» dell’informatica?
«Beh, nella mia visione, l’informazione non esiste. O meglio, in natura esiste, ed è trasportata dai geni, nel Dna, ma nel mondo umano è qualcosa d’altro, è il modo in cui quella stessa materia dell’informazione può essere compresa in termini di esperienza umana. Da giovane avrei detto che l’informazione è una esperienza alienata. Per capire la tecnologia devi essere un mistico».
Scrive che la realtà virtuale è un modo per potenziare la nostra percezione. Come?
«Quando abbandoni la realtà virtuale e torni a guardare la natura, per esempio un fiore, o un animale, se sei fortunato puoi vedere la realtà normale in modo più creativo, e meraviglioso, di quanto ti sia mai accaduto».
È qualcosa di simile all’effetto delle droghe, come l’Lsd?
«È una vecchia questione. In realtà no. L’esperienza dell’Lsd è più paragonabile all’intraprendere un viaggio, nel quale tu sei lì, ma solo per la durata di quel viaggio. La realtà virtuale invece è un lavoro, una attività artigianale: è più simile a una esibizione musicale improvvisata. Devi pensare».
«Prima definizione della realtà virtuale: una forma d’arte del XXI secolo che combinerà le tre grandi espressioni artistiche del XX, cioè il cinema, il jazz e la programmazione».
«Se uno pensa sia come l’Lsd rimane deluso. La realtà virtuale è una forma d’arte, e richiede uno sforzo. E anche, direi, quasi una disciplina, per essere goduta appieno».
A un certo punto afferma che la realtà virtuale risolve una questione filosofica piuttosto grossa: sarebbe addirittura una prova dell’esistenza della coscienza.
«Sì, è vero. Facciamo un raffronto. La tecnologia più comune, con le quali le persone abbiano una familiarità, è l’interfaccia dei computer e degli smartphone. Ora, tutte le app sono realizzate in gran parte per le persone che credono nell’Intelligenza artificiale: i programmi stessi sono concepiti affinché le persone si convincano che i computer o gli smartphone siano persone. Così ti ritrovi a parlare al telefonino, e gli algoritmi, che sono creati artificialmente per prendere decisioni per te, ti mostrano i messaggi da leggere e in quale ordine, scelgono le notizie che leggi, ti suggeriscono i posti in cui andare, le persone con cui uscire, le cose da fare... Lo smartphone diventa come un partner».
E poi?
«E poi, se inizi a pensare che il telefonino sia come una persona, inevitabilmente, in quello stesso momento penserai anche che tu sia come uno smartphone, una macchina biologica. È un modo triste di pensare».
La realtà virtuale invece?
«Ci dà un messaggio molto diverso. Nell’esperienza della virtualità il punto fondamentale è che puoi cambiare l’ambiente che ti circonda e i luoghi a cui hai accesso, puoi creare molti mondi, fare evolvere il tuo corpo, avere una esperienza di te stesso in cui ti senti un serpente, un insetto, un uccello o una creatura aliena; puoi iniziare a cambiare il modo in cui il tempo scorre e il modo in cui funziona lo spazio. Puoi cambiare le radici della realtà. Ma, per quanto strambo, ed estremo, sia il mondo virtuale che crei, c’è una cosa che permane, mentre tutto fluttua, ed è la tua esperienza, qualsiasi essa sia: tu sei sempre lì, resta il fatto dell’esperienza, che dà senso a tutto. È per questo che la realtà virtuale ha qualcosa di magico: ti insegna che sei diverso dalla macchina, mentre lo smarthpone cerca di insegnarti che sei uguale alla macchina».
Gli algoritmi e le aziende influenzano le nostre vite?
«Quando c’è un algoritmo che ti influenza, e l’algoritmo è scritto da qualcun altro, per qualcuno che paga, allora c’è un rischio molto elevato che quell’algoritmo, almeno fino a un certo punto, ti stia ingannando. Molti non capiscono nemmeno che sta accadendo. C’è questo algoritmo che ti suggerisce di fare qualcosa, tu la fai e, siccome esso è progettato affinché poi le cose sembrino andare meglio, tu pensi che l’algoritmo avesse proprio ragione. Il risultato è che rinunci tu stesso al controllo, e non lo fai nemmeno direttamente».
Siamo pilotati di nascosto?
«Non c’è nessuno che ti dica: questa azienda vuole che tu faccia una certa cosa. Il messaggio che ti viene mandato è: l’algoritmo vuole che tu lo faccia; così immagini l’algoritmo come un angelo, un puro essere matematico, mentre ovviamente non lo è, non lo è mai. E questo è il modo, ingannevole, attraverso cui le persone vengono influenzate così che acconsentano a rinunciare al proprio giudizio e alla propria autonomia, in cambio del vantaggio di vivere secondo l’algoritmo».
Non c’è scampo, anche se uno ne è consapevole?
«No. Serve troppo tempo per capire tutti i modi in cui siamo ingannati. Molti programmi, come Whatsapp, Instagram o Facebook sono veramente progettati in modo che, più rimani connesso, più diventi irritato, inquieto e, alla fine, entri in paranoia. L’unico modo sarebbe rinunciare a essi; parliamo però di una vera dipendenza, quindi è difficile».
Siamo «schiavi informatici costantemente spiati»? C’è libertà o viviamo nella «Orwellness»?
«C’è qualcosa di raccapricciante e di inquietante nel modo in cui le persone sono influenzate dalle aziende, dai media e da varie organizzazioni, come i servizi o la criminalità ma, dall’altro lato, non credo che in passato esistesse una forma assoluta di libertà. Se per libertà si intende la mancanza di costrizioni, beh, oggi ci sono molte meno costrizioni che in passato. Ma la perdita di libertà che mi preoccupa non è questa, perché ci può essere libertà anche nelle costrizioni: è l’abilità, per le persone, di essere razionali e imprevedibili allo stesso tempo, ovvero di essere creative».
Perché non ha paura dell’Intelligenza artificiale?
«L’Intelligenza artificiale non esiste. Non è nemmeno una cosa reale. È semplicemente un modo di concepire i computer come persone, così che riduciamo il nostro stesso potere e ci crediamo, noi stessi, uguali ai computer. Non è mai stata una idea tecnologica o scientifica, bensì politica, e anche di stampo criminale».
Perché politica?
«Se di un programma dico che è intelligente, non ho modo di misurare questa intelligenza, se non c’è una persona a giudicarla. Devi cambiare la definizione di persona, e poi quella di computer, per dire che siamo uguali».
La realtà virtuale è l’opposto dell’Intelligenza artificiale?
«Eh eh. Diciamo che l’Intelligenza artificiale ti chiede di immaginare di essere la stessa cosa che un computer; la realtà virtuale ti chiede l’opposto».
Avrebbe voluto fare il musicista, possiede duemila strumenti. Che legame c’è con il suo lavoro?
«Diciamo che ho avuto una carriera discreta... Amo gli strumenti musicali e credo siano molto sofisticati. Un violino, per esempio, è notevole: così sensibile ed espressivo, lavora benissimo con il corpo. Nell’ambito digitale ci sforziamo di fare in modo che il più piccolo dettaglio abbia una qualità, un po’ come in uno strumento: in questo senso, lavorare con un violino è un po’ come lavorare alla realtà virtuale».