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 2019  novembre 10 Domenica calendario

Chi è Giovanni Vincenti, che ha fatto esplodere la cascina

Aveva conosciuto il sapore della povertà. Sentito in bocca quello della ricchezza, non ha avuto il coraggio di tornare indietro. Colpa della paura: ritrovare l’essenzialità di suo padre, emigrato dalla Puglia per scaricare frutta e verdura al mercato di Torino. Giovanni Vincenti ha accettato così, per un difetto di fegato, il rischio di trasformarsi in un assassino. Una montagna di debiti: ma non sono quelli ad aver travolto l’uomo che nelle campagne ai piedi del Monferrato aveva scoperto che si può apparire signori senza esserlo. A spingerlo nel buio, l’ossessione di non accettare che il fallimento l’avrebbe portato a sporcarsi le mani. «A Quargnento mi odiano tutti – aveva detto a “Repubblica” – mi hanno fatto un dispetto perché vogliono annientarmi». Premessa sincera, conclusione fraintesa per il delirio di non assumersi nemmeno l’ultima responsabilità: la colpa, insostenibile, di non essersi fatto amare da nessuno. «Ho costruito la casa dell’amore – ha detto al nostro giornale poche ore prima della confessione – me l’hanno ridotta a casa della morte».
Dietro la bugia estrema, il bisogno di scacciare verso gli altri lo spettro che lo braccava da quattro giorni: la morte, preferita alla sconfitta di non essere più per tutti «il Signor Gianni», l’aveva amministrata lui. A tradirlo, la fretta che assedia chi confonde il valore con il patrimonio. «Sono tre anni – ci raccontava – che cerco invano di vendere quella cascina. Mi servono soldi, tanti, per una start-up dei viaggi sul web». È questo tempo irrimediabilmente scaduto ad aver guidato carabinieri e procura fino al cassettone in cui l’ex «Signor Gianni» aveva nascosto le istruzioni del timer che ha suonato la campana per tutti. Lui, semplicemente, per restare ciò che pretendeva di sembrare, non poteva più aspettare.
«Dopo il primo scoppio – dice il vicino Giuseppe Dellerba – un carabiniere mi ha chiesto se potevo avvisarlo. L’ho chiamato sul cellulare, mancava poco all’una di notte. Vincenti non ha aspettato il secondo squillo. Era già sveglio e non mi ha fatto parlare. Ha chiesto subito “cosa è successo a casa mia”. Sapeva già tutto. Dietro sentivo la moglie che gli diceva di correre qui, anche se il carabiniere aveva premesso che il piccolo rogo era spento e che non c’era fretta».
Lui invece sapeva che l’urgenza c’era. Una volta di più, non ha avuto il coraggio di spiegare perché: di provare a salvare almeno la vita di chi stava per perdere la propria pur di aiutarlo. Poche ore prima aveva imbottito «il posto dell’amore» con sei bombole di gas e fissato senza riuscirci l’ora del commiato dall’illusione della sua esistenza: l’1.30. È arrivato tre minuti dopo il «terremoto» che ha fatto tremare tutti quelli che l’hanno sempre umilmente odiato. «Significa che Vincenti vegliava già vestito – dice l’investigatore che lo ha costretto a confessare – e che si è precipitato a Quargnento: ma che prima di farsi vedere, ha aspettato di assistere al suo mondo che crollava su chi provava a tenerlo in piedi». Impassibile, ha aiutato i soccorritori a rimuovere le macerie dai corpi dilaniati dei vigili del fuoco. «Mi hanno fatto un dispetto – diceva ai loro compagni in lacrime – mi invidiano perché sono ricco».
Ad esplodere però è stata anche la verità. Il sedicente «mago dei software» da vent’anni passava da un mutuo a una truffa, da un debito a una querela, da una rissa a una minaccia, da un investimento a un’avventura. Tutto, dopo il matrimonio buono con Antonella Patrucco, famiglia che a Casale Monferrato significa non temere il futuro. All’improvviso, finalmente, i soldi e soprattutto un figlio, Stefano. L’acquisto dell’ex azienda agricola Rivabella è del 1996. Un affare, a cui la moglie aggiunge la sostanza per realizzare il Duende, il centro ippico «più bello d’Europa». L’uomo dei computer non si reinventa solo commerciante di purosangue da concorso. Trasforma la cascina in una villa da sogno. Costruisce stalle e rimesse. Bonifica i prati per far correre i cavalli e al posto di una tettoia alza un secondo casale per i suoceri. «Faccio i soldi a Milano – diceva ai vicini – se voglio compro tutto il paese».
Un talento raro, per farsi odiare nessuno escluso. Peccato che tempo e verità non restino estranei. In famiglia, come in banca, scava il tarlo del dubbio. Le sostanze della moglie, intestataria di tutto, soffrono. Il sogno si incrina. Il meglio del Duende viene venduto. Ormai solo il figlio Stefano può salvare la maschera di suo padre. A una condizione: «Diventare – spiegava Giovanni pochi istanti prima dell’arresto – il Maradona del salto a ostacoli». È la sconfitta decisiva. Stefano si innamora e una notte d’inverno scappa: anche lui, per sempre, con fidanzata e cavalli. Piuttosto di papà, meglio vendere auto.
Tre anni fa: la «villa dell’amore» si svuota, finisce in offerta a 750 mila euro e rischia si sparire all’asta. I creditori ormai sono alla porta, come la moglie-ceo di “Viaggisulweb” tour operator online avviato a Torino sei anni fa. Fino a lunedì. Giovanni Vincenti è rimasto solo e capisce: sta per tornare povero e non perché i soldi sono finiti. Sceglie di seppellire tutto sono una montagna di macerie. Può valere un premio da un milione e mezzo di euro. Un boato nella notte: l’unica cosa ad essergli mai riuscita.